Stragi, malavita e racket
Un denominatore unico: la droga

La drammatica vicenda di Sambucheto. L’ultimo tentativo della malavita locale di contrastare le organizzazioni criminali del Sud
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di Giuseppe Bommarito*

Nelle prime ore della notte tra il 6 e il 7 marzo del 1996 decine di auto di servizio con le sirene spiegate travolsero il tranquillo silenzio della campagna maceratese, dirigendosi ad altissima velocità verso un casolare sito in Sambucheto, lungo il rettilineo di Fontenoce, a poche decine di metri dalla strada provinciale dove all’inizio dell’estate passa ogni anno il pellegrinaggio per Loreto. A bordo, ufficiali dei carabinieri, dirigenti della Questura, il magistrato di turno, medici, infermieri. Subito dopo fu la volta dei giornalisti della carta stampata e delle televisioni, che arrivarono a decine, insieme ai necrofori.

Nel casolare, impregnato dell’odore della polvere da sparo e della morte, in un lago di sangue, c’erano infatti i cadaveri ancora caldi di tre persone, crivellati di colpi d’arma da fuoco. Una mattanza infernale, destinata a rimanere negli annali della criminalità e nella memoria collettiva come la strage di Sambucheto: una carneficina, così, in effetti, non si era mai vista dalle nostre parti.

La morte arrivò  alle ore 20,15, quando era già a buio, mentre Nazzareno Carducci, la moglie Giovanna Ascione, incinta di otto mesi, il padre di lei, Giovanni Ascione, la figlia della coppia, di nove anni, erano in casa, forse intenti ai preparativi per la cena. Due uomini, Salvatore Giovinazzo e Marco Schiavi, vestiti con delle tute scure e con il volto coperto da un passamontagna, il primo armato con un mitra e l’altro con due pistole in mano, arrivarono all’improvviso a bordo di un’auto nella piccola corte del casolare, sfondarono la porta e iniziarono a sparare all’impazzata. I primi a cadere furono il Carducci e suo suocero, Giovanni Ascione, poi toccò a Giovanna, che, come gli altri, venne crivellata di colpi di mitra e poi finita con un colpo di pistola alla nuca, nonostante si fosse inginocchiata davanti agli assassini chiedendo pietà per lei e per le sue figliolette, quella di nove anni presente in casa e quella che portava ancora in grembo. La bambina, che ancora oggi è segnata nel cuore e nella mente da quella scena terrificante, fu l’unica ad esser risparmiata, senza una apparente ragione, nonostante avesse assistito, terrorizzata, all’intero massacro e fosse stata individuata dagli assassini: si disse poi che così aveva voluto il mandante della strage, Gianfranco Schiavi, detto “il mastino”, padre di uno dei due killer, perché poco tempo prima era stato il suo padrino di cresima.

Gli assassini ed il mandante vennero ben presto individuati. Avevano lasciato una serie impressionante di tracce, ma furono utili anche le intercettazioni fatte nelle loro abitazioni ed in carcere, le dichiarazioni di altri componenti della banda divenuti collaboratori di giustizia ed infine le stesse confessioni degli autori della strage, poi inutilmente ritrattate. Utili ad inchiodare i criminali alle loro responsabilità furono anche gli accertamenti sulle armi dell’eccidio, dapprima nascoste in un cimitero e poi portate da Massimiliano Schiavi, un altro figlio del “mastino”, presso la sede dei Carabinieri di Porto Recanati (!!!), dove furono prese in consegna ed occultate dal comandante della locale stazione, colluso con la banda criminale.

Sul piano processuale, dopo quattordici anni, la Cassazione, nello scorso mese di aprile ha confermato la pena dell’ergastolo al mandante Gianfranco Schiavi e ai due assassini, Marco Schiavi e Salvatore Giovinazzo (quest’ultimo, però, è tuttora latitante, mentre i due Schiavi stanno recentemente cercando in carcere di ritagliarsi addosso il vestito dei collaboratori di giustizia). Pene minori sono state comminate agli altri componenti della banda.

La DROGA è  alla base di questa drammatica di vicenda. Non solo la droga, intesa come sostanza, che sicuramente era in corpo ai due killer al momento dell’eccidio, ma anche la droga in senso economico, come enorme business criminale alla base del feroce contrasto tra la banda Schiavi e il clan Carducci-Ascione per il controllo nella nostra regione del traffico di sostanze stupefacenti.

Come tutti sanno, il traffico di stupefacenti è l’attività criminale che assicura i guadagni illeciti più smisurati e più rapidi. Non esiste un’altra attività, lecita o illecita, che assicuri gli stessi margini e la stessa rapidità di guadagno, tanto che, nel fatturato annuo dell’economia criminale, pari a circa 100 miliardi di euro all’anno, la droga incide nella misura di almeno il 60-70 %.

Ebbene, il triplice omicidio di Sambucheto è stato l’ultimo tentativo della malavita locale di contrastare, nel traffico e nella gestione del mercato marchigiano della droga, le organizzazioni criminali radicate nel sud e in ascesa continua verso le regioni del centro-nord dell’Italia, Marche comprese.

Questo mercato locale era stato sino a quel momento saldamente in pugno alla banda Schiavi, di cui aveva fatto parte per anni anche Nazzareno Carducci, incaricato, in particolare, di curare gli acquisti delle varie sostanze presso la camorra napoletana. Era però accaduto che il Carducci si era legato sentimentalmente con Giovanna Ascione, figlia di Giovanni Ascione, esponente di punta di un clan camorristico di Ercolano. Il Carducci e l’Ascione avevano con il tempo maturato l’idea di scalzare la banda Schiavi e di far entrare direttamente il clan camorristico nelle Marche, senza più intermediari, e in questa direzione avevano iniziato a muoversi, dando il via all’organizzazione di una autonoma rete di corrieri e di pusher. Da ciò il risentimento, e poi la terribile vendetta decisa dal “mastino” Gianfranco Schiavi.

Fu tutto inutile, però, perché il clan Schiavi venne sbaragliato dalla magistratura subito dopo l’eccidio e le organizzazioni criminali del sud, specialmente la camorra e la ‘ndrangheta, iniziarono il loro radicamento nelle Marche, costringendo la malavita locale e quella straniera di importazione (specialmente i gruppi criminali albanesi e nigeriani, anch’essi sempre più coinvolti nel traffico di droga nella fascia costiera e nell’entroterra marchigiano) a ruoli subalterni.

Oggi l’opinione pubblica, le istituzioni, le forze politiche, la società civile, la Chiesa, devono sapere che il costo di ogni singola dose venduta dagli spacciatori ai nostri figli equivale in qualche modo ad un pizzo, pagato dai ragazzi stessi e dalle loro famiglie alla criminalità organizzata: i soldi spesi per la droga sono infatti soldi che vanno a finire nelle casse delle organizzazioni mafiose, italiane e straniere. Ed ecco perché la lotta contro le mafie, contro la criminalità organizzata italiana e straniera, deve necessariamente passare attraverso la lotta, sempre più dura, sempre più decisa, alla droga, che ormai è una vera e propria arma di distruzione di massa, e al narcotraffico, da quello internazionale a quello interno, sino ad arrivare al microspaccio.

* avvocato e presidente dell’associazione Onlus “Con Nicola oltre il deserto di indifferenza”



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