Il dibattito sulla provetta
ci riguarda da vicino
Il Nobel a Robert Edwards
di Giancarlo Liuti
Il Nobel a Robert Edwards è stato assegnato per premiare non già la compravendita degli ovociti, gli uteri in affitto e le mamme nonne, ma per premiare la sua scoperta scientifica, consistente nell’aver dimostrato che la fecondazione da cui nasce un bambino può avvenire non soltanto nell’utero materno ma anche fuori dall’utero, ossia in vitro, in una provetta. Allo stesso modo il Nobel a Enrico Fermi non fu assegnato per aver aperto la strada a quella che anni dopo sarebbe stata la bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, ma per avere scoperto la fissione nucleare e l’energia che ne deriva. Tuttavia, nel protestare contro l’attribuzione di questo Nobel, il Vaticano ha addossato al dottor Edwards la responsabilità non già di aver portato alla luce una reale possibilità procreativa, prima di lui sconosciuta, che esiste fra gli infiniti meccanismi della natura, ma di aver provocato – non lui, ma, successivamente, la tecnologia, l’industria, il mercato e soprattutto i costumi – la compravendita degli ovociti, gli uteri in affitto e le mamme nonne. E’ per questo, secondo Ignacio Carrasco, presidente dell’Accademia pontificia per la vita, che la scelta dell’alto consesso svedese è “fuori luogo”, vale a dire da condannare. A me, per le considerazioni che ho appena fatto, del tutto “fuori luogo” sembrano, semmai, le sue parole. Ma forse è proprio contro la scoperta in sé che monsignor Carrasco voleva scagliarsi e l’avere scelto questa via obliqua e non pertinente rivela il timore di giocare una carta nella quale lui fermissimamente crede ma che è destinata a non suscitare abbastanza consenso nella società attuale.
Quale carta? Quella di sempre, l’eterno dissidio fra Scienza e Religione, da noi intesa come Chiesa cattolica. La Scienza tenacemente fedele al compito di rivelare (passo dopo passo, usando la ragione – dono di Dio, o mela avvelenata del peccato originale? – e avanzando nel faticoso cammino verso tappe mai definitive e a volte fallibili) in che modo funziona l’universo e quali sono i reali processi della vita e della morte. La Religione ancor più tenacemente fedele alla certezza di princìpi dettati da una verità che, essendo assoluta, dev’essere immutabile nei millenni. Per questo fu accusato di eresia e minacciato del rogo Galileo Galilei: per aver sostenuto che nel sistema solare non è il sole a girare intorno alla terra, come volevano le sacre scritture, ma è la terra a girare intorno al sole. Lui era nel giusto e la Chiesa, quattro secoli dopo, gli ha chiesto perdono. Per questo fu attribuita al demonio la teoria dell’evoluzione di Darwin, che contestò la creazione dal nulla di Adamo ed Eva (l’uomo che discende dalla scimmia, sacrilegio!). Ma adesso, elaborando l’idea di un originario ‘disegno intelligente’, pure la Chiesa accetta, obtorto collo, la tesi dell’evoluzione. Anche la verità assoluta, dunque, si relativizza. Ma ogni volta, in attesa dei ripensamenti futuri, si ripete il medesimo scenario che turba tante coscienze: Religione contro Scienza.
Certo, da ogni scoperta possono derivare effetti collaterali che, nella pratica, urtano contro princìpi morali più o meno condivisi. Ed è legittimo che la Chiesa li denunci, questi effetti, e alzi la voce per indurre fedeli e non fedeli a tenersene lontano. Come è legittimo che nelle norme civili si pongano limiti etici per arginarne gli abusi. Però attenzione: compravendita degli ovociti, uteri in affitto e mamme nonne, discutiamone, ma perché negare che l’infertilità sia una specie di malattia (voluta da Dio per punirci, come la peste di Milano nei Promessi Sposi?) ed Edwards ha consentito di curarla? Perché non rallegrarsi del fatto che fino a oggi ha permesso la nascita di quattro milioni di bambini? Non figli del peccato, ma creature amatissime dai loro familiari e magari avviate a un percorso esistenziale che secondo imperscrutabili disegni potrebbe renderle religiosissime, perfino dei santi. Bisogna rispettare la natura, si dice. Ma chi può pretendere di possedere per intero e a priori la carta d’identità della natura? Se le malattie sono naturali, non sono altrettanto naturali le scoperte scientifiche che le combattono?
Basta. Lasciamo ad altri ulteriori e più amare considerazioni sulle dietrologie di certi steccati ideologici e su certe opportunistiche contiguità politiche di marca esclusivamente italiana. Ma ci si consenta di concludere che temi come questo, apparentemente estranei, in quanto universali, alla piccola cronaca nostra, in realtà ci riguardano da vicino. E non solo perché anche a Macerata vivono coppie che desiderano o desideravano un figlio (non è un desiderio naturale, un desiderio che forse discende dall’alto dei cieli?) e senza la scoperta di Edwards non potrebbero averlo o averlo avuto, ma perché la ricaduta locale di tali temi può dar luogo, nel confronto politico, a scelte e decisioni di vario segno in forma di leggi regionali, pronunciamenti provinciali e delibere comunali. Riflettiamoci. Evitando di credere che le grandi cose volino sopra la nostra testa e a noi non resti che guardarle volare. Volano pure qui, invece. E ci richiamano al dovere di mettere a fuoco, dentro ciascuno di noi ma anche, collettivamente, verso chi ci governa, un’immagine di libertà e dignità della persona.

chiedete a quelle coppie che non potevano avere figli e potevano mantenerle.Che ne pensano
MAI SCOPERTA è STATA PIU’ NOBILE
L’intervento del dottor Liuti – come tutti i suoi interventi – non solo è estremamente interessante ma spinge a molte altre considerazioni.
E’ evidente che nel nostro paese la cultura scientifica sia sottostimata, ridotta da una parte a cultura di nicchia e dall’altra banalizzata in modo imbarazzante dai mezzi di comunicazione o addirittura non considerata affatta, in un mondo in cui invece le vere sfide si giocano proprio sulla tecnologia e la ricerca. E’ indubbio – a questo proposito – che un pensiero fortemente conservatore si sia sempre opposto alla crescita della scienza, ostacolandone lo sviluppo e la diffusione.
Questo fa sì che le questioni etiche – in vero complesse e delicate – possano essere condotte come battaglie ideologiche fatte di slogan e di crociate, senza quella cautela e quell’informazione che sarebbero necessarie per giungere a soluzioni realmente buone e rispettose dei diversi pensieri.
Purtoppo la Chiesa continua ancora ad avere un atteggiamento ambiguo nei confronti del mondo scientifico, cercando dalla scienza spiegazioni che la scienza non vuole e non può dare.
La sagace e sempre apprezzata penna di Giancarlo Luiti invita a dibattere intorno alla “fecondazione in provetta” evocando a scenario il complesso rapporto tra scienza e fede e sollecitando il dibattito poiché la questione riguarda anche la nostra città.
L’articolo ricorda che il tema ha assunto rilievo in ragione delle riserve espresse dal Vaticano per l’attribuzione del premio Nobel al prof. Edwards. Non conosco l’esatto contenuto delle posizioni espresse dalla gerarchia vaticana a cui, con ricorsività, si attribuisce un ruolo oscurantista.
Tentando di rimanere fuori da ogni polemica – troppo forti sono le insidie che finiscono col trascinare dentro le trite argomentazioni della vulgata mas mediatica – mi pare di poter osservare che la questione non possa essere ristretta alla mera contrapposizione tra religione e scienza che finisce col suscitare posizioni da tifoseria piuttosto che approfondire i complessi contenuti che la materia richiede.
Mi permetto aggiungere qualche ingrediente su cui poggiare la nostra riflessione e credo che, preventivamente, sarebbe utile uscire da uno stereotipo che continua a collocare la scienza nel ruolo di vittima del potere ecclesiale da cui deve essere salvata. La ricorrente citazione del processo a Galileo, non essendo più una citazione colta, serve solo ad richiamare fantasmi che, in quanto tali, non hanno più alcuna consistenza.
V’è piuttosto da riflettere sulla posizione servile che la scienza (a partire dal suo finanziamento) ha assunto rispetto alle prevalenti logiche di mercato e di profitto; pertanto, rispetto alla “fecondazione in provetta”, non pare sbagliato mettere in dovuta evidenza che anche questa risponde ad una precisa “offerta di mercato”.
Le moderne analisi di marketing ci insegnano che colui che ha una offerta da introdurre nel mercato fa leva sulla individuazione e l’amplificazione del desiderio dei possibili acquirenti. A questa logica non sfugge neppure il “desiderio di avere un figlio” rispetto al quale si apre uno spazio di introspezione nella esperienza delle persone che va guardato con assoluto considerazione poiché ci conduce all’essenza più profonda dell’esistenza umana ed implica aspetti di carattere etico oltre che giuridico ed economico.
Il vero tema su cui dobbiamo confrontarci è il nostro atteggiarsi rispetto alla VITA e chiedo se rispetto a questo sia sufficiente assecondare la parola d’ordine da ogni parte propagandata della “libertà dell’individuo”. Con questa si vorrebbe racchiudere nella scelta individuale la capacità di autodeterminazione sulla vita rispetto alla quale, in tempi in cui si va alla ricerca di sempre nuovi diritti, bisogna pur chiedersi da dove origini questo diritto.
Mi pare questione di non poco conto per tutte le conseguenze sulla capacità di tenuta del sistema giuridico oltre a quanto si ingenera in un sistema etico delle relazioni che sconvolge tutti i percorsi della storia secolare dell’uomo.
Altra questione che pongo scaturisce dall’articolo di Liuti laddove equipara l’infertilità alla malattia e voglio farlo citando Rosenzweig che, nella prima pagine della “Stella della redenzione” ci ricorda con ineludibile crudezza: “ tutto quanto è mortale vive in questa paura della morte, ogni nuova nascita aggiunge nuovo motivo di paura perché accresce il numero di ciò che deve morire”.
Credo sia tutta qui, nella icastica espressione di Rosenzweig, la realtà rispetto alla quale anche la scienza e i suoi sempre più numerosi seguaci – al punto da divenire anche’essa una religione del mondo moderno – non possono sfuggire.
E’ vero, anche a Macerata ci sono coppie che desiderano vivere l’esperienza genitoriale ed è bene, come propone Liuti, parlarne ma cogliendo nella sua più autentica radice il significato di “dare alla vita”. L’interrogativo è se vogliamo servire la vita o vogliamo servirci della vita per soddisfate il nostro desiderio egoistico.
Il nostro articolista non esita a individuare Edwards come colui che ha permesso a 4 milioni di persone di nascere e ciò è stato possibile grazie ad un ingente sforzo economico. Questo sforzo economico richiama le parole di Liuti circa le scelte politiche e l’atteggiamento da assumere verso chi ci governa ; ora io mi chi chiedo, e chiedo al benevolo lettore, se v’è un altrettanto impegno economico per rispondere all’altra “malattia della vita” che è l’aborto. Condivido Liuti quando afferma che Il nostro dovere è, di mettere a fuoco, dentro ciascuno di noi ma anche collettivamente, una immagine di libertà e dignità della persona purché serva alla vita e rifugga tentazioni egoistiche.