Enrico Mattei e le Marche
Un legame dalle radici profonde
Il ricordo - di Maurizio Verdenelli -

di Maurizio Verdenelli
La vicenda di Enrico Mattei è tornata a commuovere l’Italia. La fiction di Rai uno, per la regia di Giorgio Capitani, ha registrato domenica e lunedì il primato negli ascolti con oltre sei milioni di telespettatori a puntata. Un successo che bissa quello del film “Il caso Mattei” di Francesco Rosi con G.Maria Volontè girato nel 1972. Lo stesso anno nel quale, il 29 ottobre, la vedova Mattei, la signora Greta (interpretata sul piccolo schermo da Vittoria Belvedere) inaugurava l’ospedale di Matelica che porta il nome dell’uomo che guardava al futuro. Un ospedale che a gennaio la Regione ha voluto valorizzare e riqualificare dopo che per molti anni sulla struttura è soffiato il vento del ridimensionamento.
Matelica e Mattei, un binomio inscindibile nella storia del dopoguerra. E questo perché Camerino era troppo “cara” per le risorse economiche del valoroso (aveva arrestato il terribile brigante Musolino) ex maresciallo dei Carabinieri Antonio Mattei, padre di Enrico. Antonio, abruzzese, aveva comandato la stazione di Matelica per tornare, una volta congedato, ad Acqualagna. In quella stessa cittadina pesarese (molto orgogliosa, al pari di Matelica, di questi illustri natali) Enrico era nato il 29 aprile di 103 anni fa. Antonio Mattei, dopo un po’, tuttavia era ritornato nel Maceratese considerando questo territorio un’occasione di vita migliore per i 5 figli. Tra Matelica e Camerino aveva però dovuto scegliere la prima per questioni di bilancio familiare. A rivelare la vicenda fu lo stesso Mattei quando ricevette la laurea honoris causa dall’Università camerinese.

Un’opportunità mancata dunque da parte della Città ducale! Negli anni dell’Eni, ad esempio, si indicava la SNAM (società collegata) come l’acrostico di Sono Nato A Matelica. Spiegando così scherzosamente ma non troppo, il fenomeno dei tanti occupati della zona. E non solo alla Snam, ma pure a “Il Giorno” c’erano tanti marchigiani in amministrazione: “veri galantuomini” come li definì in un suo libro Giorgio Bocca.
Da parte mia “ho conosciuto” il grande Enrico e me ne sono appassionato. In realtà io non ho mai visto Mattei e quando il suo aereo venne fatto esplodere nel cielo di Bescapè avevo 13 anni. Eppure negli ultimi trentanni “ho incontrato” Mattei decine di volte attraverso le testimonianze di tre miei direttori a “Il Messaggero” in cui dopo l’acquisto del giornale da parte di Montedison (nel 1974) si era trasferita l’intellighentsia de “Il Giorno”. Ricordo Italo Pietra, che aveva una venerazione totale per il Grande Enrico (ha scritto uno stupendo libro “Mattei”) e che era spesso ospite di Matelica. Pietra era definito da noi redattori “Amarcord” per quel suo indulgere alla memoria e l’Ingegnere era un punto fisso dei racconti anche in riunioni di redazione dove le Marche non erano all’ordine del giorno. Così a noi giornalisti umbri toccava sorbirci non piani di rilancio che ci riguardavano ma progetti di sviluppo marchigiani! “…perché non posso sopportare –affermava il direttore- di vedere questa splendida regione che è stata di Mattei, aggrappata al balcone di Macerata”. Intendendo dire che Il Messaggero aveva redazioni fino a questa città e poi basta!
Dopo Pietra, c’era stato Luigi Fossati (al Giorno, corrispondente da Londra) infine Vittorio Emiliani, matteiano d’ardente fede ed urbinate. Fu Vittorio a realizzare ciò che a Pietra non era riuscito per la brevità della direzione: un inserto interamente dedicato alle Marche. Si trattava di un tabloid fortemente innovativo: non poteva essere diversamente, essendoci di mezzo …l’ombra di Mattei. Per la prima volta, ogni centro non solo il capoluogo di provincia ebbe la testata di cronaca. Adesso, dato il successo riscosso allora, è prassi comune nei quotidiani locali e non: ma quella strada fu aperta ventanni fa da uno dei “ragazzi” di Mattei: Emiliani. Ricordo che lui, nonostante l’amicizia -forse perché mi conosceva bene- esercitava una ferrea e diretta sorveglianza su tutto ciò che scrivevo riguardo la famiglia Mattei. Niente gossip o notizie spiacevoli, prego, sui familiari del Grande Enrico! Ed io? facevo come…Garibaldi: obbedivo!
Altre volte ho “incontrato” Mattei per piazze e strade di Matelica e raccoglievo da interviste al fratello Italo (che mai si era arreso davanti all’esito di un’indagine avvilente), ai nipoti dell’Ingegnere e pure dal caro collega Ferdinando Procaccini, dal dottor Tommaso Ferracuti, tanti aneddoti inediti sul mitico fondatore dell’Eni. Pure i ricordi di chi aveva incontrato il potente presidente che, in incognito, come un pescatore qualsiasi, gettava lenza ed amo nei laghetti dell’Alto Maceratese subendo talvolta qualche protesta, come spesso accade, da parte dei “concorrenti” che non l’avevano riconosciuto. Mattei era sempre molto paziente, pescatore tra pescatori. Invece non lo fu affatto quando inaugurò a Matelica la Casa di Riposo che porta il suo nome. Visitò i locali, salutò gli ospiti in compagnia delle autorità. Tutto sembrava filare liscio, il presidente aveva in mano alcuni fogli: forse il testo del discorso. All’improvviso ci fu qualcosa che scatenò la sua leggendaria ira. Stracciò i fogli: “Così non va! Così non va! Si doveva far meglio!”. Intorno a lui costernazione generale: “Ingegnere, ci perdoni….rimedieremo”. Lui stesso alla fine si dispiacque della tempesta scatenata: “Va tutto abbastanza bene in fondo: ma si doveva fare di più perché ‘loro’ (ed indicava i vecchietti ndr) saremo noi fra qualche anno”. Era grande il suo cuore.
Teneva alle tradizioni marchigiane, Mattei, anche quelle più schiettamente popolari. Così a Macerata nell’inaugurare la prima pietra del Motelagip, dalle tasche rovesciò tutti i soldi nelle fondamenta. Per buona fortuna. Ed invitando il fotoreporter che lo ritraeva, Pietro “Briscoletta” Baldoni a fare altrettanto. Pietro ci perse così tutti i soldi e lanciò una battuta sdrammatizzante. Piacque all’Ingegnere che seduta stante lo invitò a Milano “per lavorare al Giorno”. Baldoni ringraziò e declinò l’offerta: amava troppo Macerata, mai sarebbe vissuto fuori dalla sua città!
Nel ’62, fine ottobre, fu Baldoni a fotografare Gronchi e Fanfani che a Matelica presiedettero i funerali di Stato di Mattei. Poi di corsa a Roma per la stampa del rullino al Messaggero!

Gli ultimi passi del fondatore dell’Eni li ho seguiti personalmente al cimitero di Matelica, quando una mattina nel 1994 –aperta una nuova inchiesta- venne un grosso automezzo nero da cui scesero i periti per raccogliere dai poveri resti di Mattei, tumulati nella tomba di famiglia, le prove di una colpevolezza che non si era voluta trovare 32 anni prima. Polvere da sparo dovunque, insieme a pezzetti di ossa scheggiate! Tre anni fa, a Fabriano, hotel Janus con Tito Stagno, l’ultima traccia! Parlo con un signore di Matelica, una persona con una carriera nella sfera pubblica il quale mi riferisce che la notte stessa dei funerali “arrivarono ancora altri resti dell’Ingegnere, rintracciati e raccolti tutt’intorno dove si era abbattuto l’aereo. Tanti piccoli pezzi. Vennero anche questi tumulati insieme con gli altri”.
Erano anche quelli il segno che qualcosa di terribile, ancorché avvolto nel mistero, era accaduto sul cielo di Bescapè. Un caso sul quale avrebbe indagato e posto i primi interrogativi un cronista di razza, il grande giornalista civitanovese Arnaldo Giuliani, allora al Corriere della Sera. Arnaldo, che mi onorava della sua schietta amicizia, ora non c’è più: ormai in pensione, avrebbe pure diretto Il Corriere Adriatico.
Negli ultimi anni la verità storica sul “caso Mattei” finalmente è emersa: hanno parlato prima “don” Masino Buscetta, poi Totò Rijna. Certo: è troppo tardi per dare un volto ad esecutori e mandanti ed anche la Procura, a conclusione dell’inchiesta bis, ha potuto solo affermare che l’aereo dell’Eni venne fatto saltare con l’esplosivo. In fondo, che importa ormai? Con Mattei l’Italia “perse” la sua fondamentale sfida energetica e le Marche persero l’Uomo della Provvidenza che per la prima volta assicurava un territorio che dal 1590 dopo Sisto V non aveva più avuto “santi in paradiso” per garantire il proprio diritto al futuro.
Certo sono passati tanti anni e gli esecutori e i mandanti restano avvolti nella nebbia…
Però…
E sicuramente non resta tracia dell’eventuali fondi neri utiizzati per pagare i sicari, fondi che, all’epoca, probabilmente erano nelle possibiità di chi non vedeva di buon occhio l’operato di Mattei in campo internazinale.
Se si dovesse però puntare, ipoteticamente, il dito contro chi avrebbe potuto trovare giovamento nella scomparsa di Matei il dito verrebbe presumibilmente puntato verso i vertici di queste cmpagnie:
# Standard Oil of New Jersey, successivamente trasformatasi in Esso (poi Exxon negli USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil;
# Royal Dutch Shell, Anglo-Olandese;
# British Anglo-Persian Oil Company, successivamente trasformatasi in British Petroleum (BP);
# Standard Oil of New York, successivamente trasformatasi in Mobil e in seguito fusa con la Exxon per diventare ExxonMobil;
# Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco;
# Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora ChevronTexaco;
# Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron.