Il Don Camillo di San Ginesio
rivive in un libro di Dolores Prato

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sanginesio

di Maurizio Verdenelli

Don Camillo, l’immortale personaggio di Giovannino Guareschi portato sul grande schermo da un grande Fernandel (Gino Cervi era Peppone) ha forse un “progenitore” per qualche verso e inconsapevolmente in provincia di Macerata: a San Ginesio. E questo “antenato” è stato un prete in carne ed ossa: Don Pacifico Ciabocco, anzi Don Pacì. “Socialista non direi, cristiano sì” risponde al vescovo che gli chiede se mira “ad un tentativo socialista” nel perseguire il suo grande sogno di una comunità aperta e solidale, animata da una “forza centrifuga”, non “centripeta” come quella che porta molti religiosi a isolarsi nel mondo. Don Pacifico è il personaggio centrale di “Campane a Sangiocondo” di Dolores Prato, pubblicato in questo stesso mese di marzo per i tipi di Avagliano Editore e presentato nella sala comunale di Treia dalla curatrice Noemi Giachery Paolini. Che scrive nella prefazione: “Per i lettori che riscontrassero qua e là nel comportamento del protagonista qualche affinità con quello del diversissimo e fortunatissimo personaggio di Don Camillo, ricordo che il libro di Guareschi fu pubblicato nel 1948, l’anno in cui Nel paese delle campane (primo titolo dell’opera di Dolores ndr) fu premiato dalla giuria del Premio Prato”. Una giuria che aveva visto giusto in quel “primo arruffato scartafaccio” – lo definiva l’autrice – e che era composta da Antonio Baldini, Concetto Marchesi, Armando Meoni, Alberto Moravia e Pietro Pancrazi.

Un libro al quale teneva fortemente tanto da pubblicarlo a suo spese, l’autrice di “Giù la piazza non c’è nessuno” capolavoro del ‘900 pubblicato nell’80 con forti tagli da Natalia Ginzburg e restituito solo nel 1997 alla sua integrità da parte del grande sanseverinate Giorgio Zampa, da poco scomparso. Così come c’è Treia in “Giù la piazza non c’è nessuno”, analogamente c’è San Ginesio nel volume pubblicato a 26 anni dalla morte della Prato. Un libro, nel corso delle varie versioni, sempre titolato diversamente: Nel paese delle campane, Il paese delle campane, Sangiocondo delle campane, Le campane di Sangiocondo ed ora in modo definitivo Campane a Sangiocondo. Un grande legame, attraverso la scrittura mirabile della romana Dolores lega ora Treia a San Ginesio. Anche quest’opera, scritta negli anni 40, è autobiografica. La vicenda –ricorda Noemi Giachery Paolini -è ambientata, appunto, a San Ginesio dove Dolores (Letizia, nel libro) aveva insegnato nella Regia Scuola Normale Promiscua “Matteo Gentili” dal 1923 al 1925. La trama è intorno alla figura di don Pacì (don Ciabocco), parroco illuminato ed “aperto” con cui la Prato rimase in corrispondenza fino al 1973. In una lettera del ’63, che accompagnava l’invio a don Pacifico della prima copia del volume, lei spiegava d’averlo scelto come protagonista sostenendo d’aver avuto la richiesta di un “soggetto cinematografico su di un prete” (in quel tempo si occupava di cinema)”.

La coincidenza singolare fu che di lì a poco apparve sul grande schermo l’epopea di don Camillo, anche se il personaggio di Guareschi, proprio perché contrapposto al sindaco comunista Peppone, d’ideologia socialista aveva ben poco.

In quello stesso anno 1963, l’autrice ebbe a disposizione da parte dell’amico civitanovese Arnoldo Ciarrocchi un bellissimo disegno da pubblicare insieme con il romanzo: speranza che coltivò sino alla morte sperando che fosse favorito dal successo della sua opera maggiore. Invece nessun editore si fece avanti.

Curioso peraltro come si possa riscontrare nel disegno del celebre pittore marchigiano Ciarrocchi, un Don Pacì piuttosto somigliante nella robusta corporatura e nell’altezza a Don Camillo/Fernandel. In realtà Don Ciabocco “era un piccolo prete bruno” seppure con “mani enormi”. Inoltre il grande sogno del sacerdote non si attua. I preti che ha intorno sono troppo diversi da lui e tutti presi da interessi particolaristici e per nulla religiosi né sociali. Scrive ancora la curatrice: “Solo la guerra riunirà nella Collegiata un’eterogenea popolazione di rifugiati. E allora il fervore caritatevole ed entusiasta di don Pacì e di Letizia toccherà punte eroiche operando per la salvezza di tutti senza distinzione di provenienza”.

Nell’incontro in Comune, l’assessore Tullio Patassini ha auspicato un incontro Treia-San Ginesio nel nome di Dolores Prato. In sala anche Eugenio De Signoribus, il marchigiano vincitore del Premio Viareggio di poesia, che scriverà un reportage letterario-artistico della scrittrice romana, treiese d’adozione.

L’appartenenza di Dolores a Treia è infatti tanto forte che il prof. Riccardo Reim, direttore della collana che ha pubblicato Campane a Sangiocondo, ha voluto raccontare in sala un episodio capitatogli poco prima nella piazza di Treia. Con un forte mal di gola, aveva chiesto in farmacia un medicinale ottenendo tuttavia un rifiuto: “occorre rigorosamente la ricetta”. “Allora ho spiegato che ero a Treia per un convegno sulla Prato, che insomma doveva parlare di lei. Allora dall’altra parte del bancone, il viso si è allargato ad un sorriso ed ho ottenuto subito il farmaco… ‘per la nostra Dolores questo ed altro!”.


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