«Volete il mondo dei robot? Prendetevelo»
Crepet scuote lo Sferisterio
MACERATA - Dalla nostalgia per un futuro che sembrava possibile alla paura di un società troppo comoda e omologata: il viaggio dello psichiatra tra tecnologia, fragilità, creatività e bisogno di tornare a essere umani. «Chi si accontenta gode. Che idiozia. Chi si accontenta soffre»

di Alessandro Vallese
«In questo mondo così superficiale ,ce la facciamo se ognuno di noi pensa a qualcosa di diverso dagli altri». È con queste parole che Paolo Crepet saluta lo Sferisterio, dopo quasi un’ora e mezza passata a parlare di futuro, tecnologia, ragazzi, genitori, amore, fragilità e soprattutto di quella cosa che dà il titolo alla serata: l’anima. Una frase che arriva alla fine, ma che in qualche modo racconta tutto quello che è successo prima. Perché “Riprendersi l’anima” non è stato tanto una lezione quanto una lunga conversazione. A tratti seria, a tratti provocatoria, spesso ironica. E soprattutto molto umana.

Sul palco solo una sedia rossa da regista e una lampada appoggiata su un piccolo tavolino. Crepet entra sulle note di “Another Brick in the Wall” dei Pink Floyd e viene accolto dagli applausi del pubblico. «Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci controlli il cervello», esordisce Crepet, guardando proprio a quel mondo raccontato dai Pink Floyd. «Non so se David Gilmour oggi la canterebbe con così tanta leggerezza oggi. Le cose sono cambiate un po’ per i nostri cervelli». E la tecnologia, con l’intelligenza artificiale in testa, è ormai parte integrante di questo cambiamento.

Ma il punto, per lo psichiatra, non è demonizzare la tecnologia. È capire come utilizzarla senza permetterle di sostituire ciò che ci rende umani. «Dobbiamo cercare di capire cosa vogliamo. Io ho molta nostalgia per il futuro», racconta, tornando con la memoria agli anni della sua giovinezza. Una nostalgia particolare, rivolta non a ciò che è stato, ma a un futuro che allora sembrava possibile e che oggi, forse, appare più difficile da immaginare.
E proprio il ricordo di un viaggio a Londra diventa uno dei racconti attraverso cui Crepet prova a spiegare quella sensazione. Il padre lo aveva costretto a partire, facendogli scoprire per la prima volta un mondo diverso da quello della provincia. A Hyde Park un uomo gli spiegò che ognuno poteva dire ciò che voleva, con una sola eccezione: non parlare male della regina. «Ero un provinciale, non avevo mai visto una minigonna. Ma non era pazzesca quella città, eravamo pazzeschi noi». Il ricordo diventa così una riflessione sul futuro: il domani, per essere davvero tale, deve avere qualcosa che ancora non conosciamo.
Uno dei bersagli principali della serata è proprio la ricerca ossessiva della perfezione. «Ci hanno detto che è a un tiro di schioppo da noi», osserva Crepet. Ma una cosa perfetta, sostiene, non è necessariamente una cosa bella. «Di fronte a una cosa perfetta non c’è emozione. Nessuna opera d’arte è perfetta, sarebbe orribile se lo fosse». La perfezione appartiene semmai agli algoritmi, ai sistemi che devono funzionare senza errori. Non agli esseri umani. Da qui la provocazione sui robot, sui taxi automatici, su un futuro nel quale le macchine potrebbero essere più numerose degli uomini. «Volete questo mondo? Prendetevelo». Non è una dichiarazione contro il progresso, ma contro l’idea che il progresso debba necessariamente coincidere con un mondo più comodo.
Perché la comodità, secondo Crepet, rischia di diventare una forma di anestesia. «Forse bisogna iniziare da qualche tribolazione». Il riferimento è a Hemingway e all’idea di un’infanzia infelice come possibile origine della creatività. Non certo un elogio della sofferenza, quanto la constatazione che difficoltà, errori e fallimenti possono costringerci a cercare una strada. «Il contrario non ti fa stare bene ma ti fa adattare, stare comodo, pensare che la vita sia un ciambellone che ti salva da un relitto. La vita stessa è un relitto».

È uno dei passaggi più applauditi della serata. Crepet attacca la cultura dell’accontentarsi, quella che invita a non pretendere troppo, a cercare il consenso, a stare dentro i confini assegnati. «Chi si accontenta gode. Che idiozia. Chi si accontenta soffre». E ancora: «Chi si accontenta è un disgraziato».
Il bersaglio non è la semplicità, ma la rinuncia. La rinuncia a cercare un amore diverso, un lavoro diverso, una strada diversa. La rinuncia persino a essere scomodi. «In questi anni non abbiamo insegnato un valore della vita: essere intrepidi». E allora anche la fragilità, invece di essere nascosta, dovrebbe tornare a essere riconosciuta. «Siamo tutti fragili? Magari non sappiamo più esserlo, ma abbiamo paura di esserlo».

È qui che il discorso sulla tecnologia torna a intrecciarsi con quello sulle relazioni. Perché un algoritmo può fornire una risposta, ma difficilmente può metterci davanti a qualcosa che non vogliamo sentirci dire. «Mettiamo che vieni lasciato dal fidanzato e chiedi consiglio a una chatbot. Ti risponderà come un prete degli anni ’60: dagli tempo, vedrai che ci ripenserà…». Se chiedi a un amico, invece, «ti dà una risposta in controtendenza». Non ti accarezza, ti irrita. «L’amicizia non è pettinare i capelli, ma è arruffarli».
Il rischio più grande, per Crepet, è la classificazione. Essere incasellati in una definizione, in un voto, in quello che gli altri pensano di noi. «Non abbiamo capito che è faticoso uscire da una nomina, da quello che gli altri pensano di te. Ma è necessario».
E così il discorso arriva anche ai ragazzi, ai genitori, alla scuola. Ai giovani accompagnati ogni mattina fino davanti al liceo, alla necessità di lasciare loro uno spazio per sbagliare, per perdersi, per cercare. «Ci sono dei genitori che alle 7,40 del mattino depositano i ragazzi dentro i licei», scherza amaramente. Il problema, per Crepet, è una società che tende a sterilizzare anche il linguaggio, a eliminare le differenze, a trasformare ogni esperienza in qualcosa di facilmente classificabile. «A forza di non pensare anche il linguaggio si è normalizzato». Da qui la sua difesa delle unicità e delle differenze, anche quando sono scomode. Perché, con riferimento a quando a scuola passava parecchio tempo coi bidelli, «essere un “fuoriclasse” significa spesso essere stato «fuori dalla classe».
Torna ancora Hemingway: forse serve qualche difficoltà, qualche «maledizione» iniziale, per capire quale sia la propria strada. E soprattutto servono «coraggio, cocciutaggine», quella che gli inglesi chiamano “achievement“: cercare qualcosa e non accontentarsi mai.

Poi le luci cambiano. Parte “The Times They Are A-Changin'” di Bob Dylan. È il momento in cui tutto il ragionamento della serata sembra trovare una sintesi. «Attenzione, i tempi stanno cambiando. Forse aveva ragione qualcuno».
Ma Crepet riflette su come cambiare non significa necessariamente consegnarsi alla tecnologia. Significa bensì scegliere che cosa portare nel futuro. «Voglio usare il computer per capire come posso salvare un bambino da una malattia rara, voglio usare l’AI per un farmaco», dice Crepet. Ma accanto alla macchina vuole ancora trovare l’uomo: «Voglio che ci sia un reparto dove ci siano uomini e donne gentili con quel bambino pieno di paure, persone che sanno anche piangere con quel bambino e non si vergognano di farlo. Questo è un mondo a cui io sono ancora attaccato».
Crepet esce di scena tra gli applausi del pubblico dello Sferisterio sulle note di Dylan. Prima di andarsene si ferma a firmare le copie del suo libro.
In un libro pubblicato a Lipsia nell’ottobre del 1844 dall’editore Wigand fa la sua apparizione un tipo d’uomo fin allora affatto sconosciuto, che ai contemporanei sembrò inammissibile e inaudito, ma che nel frattempo ci è diventato perfettamente familiare: l’uomo, che, come si legge nella prima e nell’ultima pagina, «ha fondato la sua causa su nulla», cioè un essere nel quale la dissoluzione di ogni fede e di ogni valore ha raggiunto la sua forma estrema, certamente il primo e insuperato nichilista, ma a patto di precisare che il nichilismo che è qui in questione è diventato oggi la condizione normale dell’umanità. Il libro si intitola L’unico e la sua proprietà, autore Max Stirner.
Diciotto anni dopo, nella rivista «Il messaggero russo», Turgenev pubblica il romanzo in cui il tipo del nichilista (la parola fa qui la sua comparsa), incarnato dal protagonista Bazarov, è definito in questo modo: «un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». Nei Demoni, che esce in volume nel 1873, Dostoevskij decide di fare i conti col problema epocale del nichilismo, in particolare attraverso la figura di Kirilov. Dalla negazione nichilista dell’esistenza di D.io, Kirilov trae una conseguenza radicale che insieme assolutizza e sconvolge il suo stesso io. «Se non c’è D.io – egli afferma – io sono D.io. […] Se D.io c’è, tutta la volontà è sua, e io non posso sottrarmi alla sua volontà. Se non c’è, tutta la volontà è mia, e sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio… Sono obbligato a spararmi perché l’espressione più piena del mio libero arbitrio è uccidere me stesso… Per me non c’è idea più alta che quella che D.io non esiste… l’uomo non ha fatto altro che inventare D.io per vivere senza uccidersi e questo è il senso di tutta la storia del mondo fino ad oggi. Io solo nella storia universale per la prima volta non ho voluto inventare D.io».
È meditando su queste pagine che Nietzsche pensa la morte di D.io come l’evento fondamentale della modernità: «Il più grande avvenimento recente – che “D.io è morto”, che la fede nel D.io cristiano è divenuta inaccettabile – comincia già a gettare le sue prime ombre sull’Europa. […] Ma in sostanza si può dire che l’avvenimento stesso è fin troppo grande, troppo distante, troppo alieno dalla capacità di comprensione dei più perché possa dirsi già arrivata anche soltanto la notizia di esso».
Tanto per Nietzsche che per Dostoevskij, la morte di D.io e l’avvento del nichilismo significavano qualcosa di così terribile che gli uomini non avrebbero in alcun caso potuto accettare senza mettere in questione da cima a fondo la propria esistenza. Per una volta Nietzsche e Dostoevskij non erano stati buoni profeti. Il nichilismo è diventato la condizione normale dell’umanità, ma, a differenza di Kirilov, l’uomo comune sembra oggi convivere con la morte di D.io e col nichilismo senza soffrirne né darsene pensiero, letteralmente come se nulla fosse. È con questo nichilismo piatto e indifferente che noi abbiamo a che fare, è di questo nulla normale e quotidiano che dobbiamo render conto. E se, come lo stesso Nietzsche suggeriva, il nichilismo compiuto e afferrato come tale è la grande occasione dell’umanità per uscire dal suo destino letale, se cioè, come pensava Benjamin, il nichilismo può diventare il metodo di una nuova politica, allora la domanda che dobbiamo porci è: «perché questa occasione non è stata colta, che cosa ci ha impedito di porre veramente la nostra causa su nulla e, invece di farne la nostra condizione normale, trovare in esso una via di uscita dalle sorti dell’Occidente?».
(Giorgio Agamben, Dacci oggi il nostro nulla quotidiano, 27 agosto 2026)