Marche Pride 2026 (Video/Foto)
I diritti sfilano per le vie di Ancona,
«ma richieste d’aiuto in aumento»
MANIFESTAZIONE - Corteo con musica e slogan lungo le vie del centro per la parata dell'orgoglio Lgbtqia+. Matteo Marchegiani, presidente del comitato Marche Pride che lamenta una sostanziale solitudine istituzionale
di Gino Bove
Orgoglio in piazza, diritti rivendicati a gran voce e tanta musica. Un grido che attraversa le strade di Ancona: «Lotta manifesta». È questo lo slogan che ha guidato l’edizione 2026 del Marche Pride, l’evento regionale della comunità Lgbtqia+ che ha richiamato diverse centinaia di manifestanti ai piedi della scalinata del Passetto per l’avvio della parata. Una manifestazione colorata da bandiere, striscioni e ventagli, nata per dare visibilità e tutele a chi affronta ogni giorno discriminazioni e violenze a sfondo omolesbobitransfobico.
A delineare gli obiettivi della giornata è Matteo Marchegiani, presidente del comitato Marche Pride e segretario di Arcigay Ancona, che spiega la scelta della parola d’ordine di quest’anno: «La funzione di questo slogan, “Corpi in piazza”, in realtà è proprio quella di portare in strada i corpi delle persone che quotidianamente vivono sulla loro pelle fenomeni omolesbobitransfobici di violenza e discriminazione. Oggi siamo in strada per le persone che non possono essere insieme a noi. E appunto – prosegue- “Lotta manifesta” ha proprio l’intenzione di condensare in maniera concreta quelle che sono le nostre istanze».
A dare voce al sentimento della piazza è anche Elena, una delle giovani presenti alla manifestazione, che rimarca con forza l’urgenza di non abbassare la guardia: «Ci sono piazze dove non si può scendere e la gente rischia la vita semplicemente essendo quello che è tutti i giorni». Per la ragazza, le discriminazioni non sono concetti astratti, ma barriere concrete che si materializzano nella vita di tutti i giorni, spesso nei contesti più ordinari: «La discriminazione si vede in tutti i luoghi in realtà, anche semplicemente sul lavoro o, non so, stai in autobus e ti vedi gli sguardi addosso».
Il Pride ha fatto tappa nel capoluogo dorico dopo l’edizione del 2025 svoltasi a Pesaro. Il grande e colorato serpentone si è radunato a partire dalle 16 al Passetto. Tra i vari striscioni e cartelli che sfilano orgogliosamente tra la folla, si leggono rivendicazioni legate all’affettività e alle nuove forme di relazionalità, come i vessilli portati dal “Gruppo Non Monogamie Marchigiano”, a testimonianza di una piazza che vuole dare rappresentanza a ogni sfaccettatura dell’orientamento e del vissuto personale. Accanto alle rivendicazioni politiche, l’espressione di sé attraverso l’abito e la performance diventa uno strumento centrale di visibilità e orgoglio: spiccano parrucche sgargianti dai lunghi capelli rossi, abiti dai motivi geometrici e multicolor, stivali con tacco, look eccentrici o total black che sfidano i canoni tradizionali, trasformando Passetto e viale in una passerella di libertà identitaria. Il corteo si è poi snodato lungo piazza XXIV Maggio, piazza Cavour e corso Stamira fino a piazza Pertini, teatro dei discorsi ufficiali delle associazioni.
Sempre Matteo Marchegiani, traccia il bilancio della giornata ed evidenzia le dinamiche preoccupanti legate al territorio locale: «Ancona? In realtà siamo messi male – commenta – dal punto di vista regionale, e ancor più cittadino, ogni anno stiamo riscontrando un aumento delle richieste di aiuto e di supporto da parte della comunità Lgbtqia+». Una tendenza che desta forte allarme tra gli attivisti, che lamentano una sostanziale solitudine istituzionale. Le storie che arrivano agli sportelli di supporto raccontano contesti di profonda solitudine ed emarginazione, spesso vissuti tra le mura domestiche.
Tra i casi gestiti sul territorio dorico emerge la drammaticità di situazioni in cui perfino la possibilità di comunicare il proprio disagio viene preclusa: «Uno dei fenomeni più tristi che ci siamo trovati a dover gestire è stato il caso di una persona che addirittura non riusciva a chiedere aiuto, proprio perché viveva in un contesto familiare estremamente segregativo e violento- continua Marchegiani- tale per cui anche la possibilità di chiedere aiuto era ristretta ai rarissimi momenti di libertà di questa persona». Una realtà complessa che, secondo il presidente del comitato, rappresenta solo una frazione del problema reale: «Questo ci fa capire che in realtà tutti i dati che noi abbiamo, e tutti i fenomeni che noi tocchiamo con mano, sono solamente la punta dell’iceberg di un fenomeno estremamente più ampio e preoccupante».








Nell’orgoglio mica bisogna rimanere all’ABC.