Auto piombata sulla folla a Modena,
un marchigiano tra i primi soccorritori
CORAGGIO - Alessandro Misericordia, medico specializzando di Porto Sant'Elpidio, si trovava in un negozio del centro cittadino, quando ha notato una donna in gravissime condizioni

C’è anche un marchigiano tra coloro che hanno prestato i primi soccorsi durante l’incredibile scena accaduta a Modena, dove un’auto in pieno centro è piombata sulla folla, creando panico e feriti, di cui una donna in gravissime condizioni. Si tratta di Alessandro Misericordia, 33 anni, di Porto Sant’Elpidio e medico specializzando dell’Università di Modena.

Alessandro Misericordia
Il medico racconta la sua esperienza al Corriere della Sera. «Ero dentro ad un negozio – spiega al quotidiano – stavo facendo degli acquisti come tante altre persone, quando ho sentito lo schianto e sono uscito subito fuori. Mi sono subito messo a correre verso di lei, poi appena ho capito bene la situazione, che era gravissima, sono tornato indietro da Tigotà per farmi dare un paio di guanti per poterla soccorrere. Appena davanti alla donna mi sono tolto la cintura, l’ho usata come laccio per tentare di bloccarle l’emorragia».
Il 33enne ha mostrato molto coraggio. «Poco dopo è arrivata un’infermiera, ha tirato fuori un “tourniquet”, è un dispositivo medico che viene usato proprio per interrompere il flusso di sangue proprio in situazioni come questa. E così glielo abbiamo applicato sopra l’altra coscia. Intanto vedevo l’uomo che inseguiva il guidatore e poi disarmarlo a mani nude».
onore al giovane grande Medico
Ecco, così sì che l’assurdità dell’accaduto acquista un senso.
Vi è un ordine invisibile nelle cose, un’armonia segreta che la menzogna moderna offende con la stessa ostinazione con cui il diavolo offende la luce. E in questa offesa si rivela, più nuda che in ogni altra cosa, la natura del nostro tempo.
Perché là dove un gesto di sangue prorompe, subito si spalanca il duplice abisso del giudizio: per l’uno, Salim El Koudri, si invoca la pietà clinica, il “disagio psichico strettamente personale”, quasi si trattasse di un’anima smarrita in una foresta interiore, solitaria nella sua notte, irrimediabilmente sua. È il linguaggio della compassione secolarizzata: il male ridotto a caso, a accidente della psiche, a sventura privata che non macchia il mondo, perché il mondo, si dice, non c’entra.
Ma per l’altro, per Turetta, non vi è pietà che tenga. Il suo gesto non è più suo: è il gesto di un’Idea. Egli diviene, d’un tratto, “figlio sano del patriarcato”, emanazione quasi liturgica di un principio malefico collettivo. Non più anima, ma simbolo. Non più creatura caduta, ma incarnazione di un sistema. Il coltello che impugna non è più acciaio, ma una categoria storica. Il sangue che versa non è più sangue, ma dimostrazione.
Così la parola contemporanea opera la sua grande inversione sacrilega: al diverso si concede l’attenuante dell’individuale irrimediabile; al simile si infligge la condanna dell’universale. All’uno si nega la responsabilità perché è altro; all’altro si nega l’anima perché è nostro.
È il medesimo meccanismo con cui un tempo si parlava di possessioni e di influssi malefici, solo che ora il demonio ha cambiato nome: si chiama “patriarcato”, “costrutto sociale”, “tossicità maschile”. E la grazia, che un tempo poteva redimere ogni anima, è stata sostituita dalla diagnosi ideologica, che redime solo chi si inginocchia alla narrazione giusta. Vi è qualcosa di atrocemente freddo, di luciferinamente geometrico in questa doppia misura. Perché l’anima è una sola, e il male che la attraversa è sempre, in ultima istanza, un mistero personale davanti a Dio. Ridurla a sintomo o a esemplare sociologico è lo stesso sacrilegio: negarle la sua tremenda, insostituibile libertà. E mentre le anime vengono così pesate con bilance truccate, il mondo continua a fingere di capire. Ma la Verità, quella che non ha bisogno di articoli di giornale, tace. E nel suo silenzio custodisce, intatte, le vere ragioni del sangue e le vere possibilità del perdono.
IL GREEN PASS DELL’ANIMA
INTRODUZIONE: L’architettura del Sinedrio contemporaneo
Nello scritto di Franco Pavoni si assiste alla radiografia di una mutazione antropologica e teologica che definisce la natura del nostro tempo. Il testo individua con precisione millimetrica il passaggio da una dimensione metafisica del Male – inteso come mistero personale, tragico e libero dell’animo umano – a una sua burocratizzazione sociologica. La tesi centrale di Pavoni svela come la parola contemporanea non cerchi più la Verità, ma operi una «grande inversione sacrilega», una doppia misura luciferinamente geometrica che pesa le colpe e il sangue su bilance truccate dall’indotto ideologico.
Se un tempo il tribunale della coscienza si rapportava all’assoluto, oggi lo spirito pubblico ha istituito un vero e proprio Green Pass dell’Anima: un codice a barre culturale, una certificazione di conformità narrativa che stabilisce, a seconda dell’anagrafe o della categoria storica di appartenenza, chi ha diritto alla pietà clinica dell’individuale e chi, invece, è condannato a farsi simbolo universale del male collettivo.
ANALISI ARGOMENTATIVA: Lo stallo delle bilance truccate
Il saggio di Pavoni si articola su una polarità dialettica micidiale, che squarcia il velo del conformismo da oratorio mediatico attraverso due figure antitetiche elevate a categorie dello spirito contemporaneo:
• Il caso di Salim El Koudri (L’attenuante dell’individuale): Davanti al gesto di sangue estraneo alla nostra cultura, la macchina narrativa riduce il male a un “accidente della psiche”, a un “disagio strettamente personale”. L’anima viene isolata in una «foresta interiore» affinché il mondo non debba sentirsi coinvolto. È la compassione secolarizzata: l’altro viene privato della responsabilità profonda del proprio arbitrio in nome di una pietà clinica che somiglia a un’assoluzione d’ufficio.
• Il caso di Turetta (La condanna dell’universale): Davanti al reato del “simile”, la prospettiva si ribalta geometricamente. Il singolo scompare per diventare l’emanazione liturgica di un sistema, il «figlio sano del patriarcato». Il suo coltello cessa di essere acciaio per farsi categoria storica. In questo caso, l’anima viene negata perché l’individuo deve farsi esemplare sociologico, sinedrio pedagogico a scrocco della pubblica boria.
Questa doppia misura svela che il demonio non è scomparso, ma ha semplicemente cambiato nome, mutuando la sua veste dai dizionari del politicamente corretto: «si chiama “patriarcato”, “costrutto sociale”, “tossicità maschile”». La grazia, un tempo universale e verticale, viene così sostituita dalla diagnosi ideologica, un lasciapassare che redime solo chi si adegua alla “narrazione giusta”.
COMMENTO E RIFLESSIONE: Il cortocircuito della “Narrazione Giusta”
L’espressione Green Pass dell’Anima fotografa esattamente questo meccanismo di controllo burocratico della coscienza. Per circolare liberamente nel salotto del dibattito pubblico, per ottenere il diritto al lutto o alla compassione, l’essere umano deve mostrare lo schermo della propria identità certificata.
Tuttavia, l’impianto razionalistico e geometrico di questa impalcatura ideologica mostra già i segni di una crisi strutturale profonda. Le diverse linee narrative erette dall’ortodossia contemporanea, nel tentativo di codificare ogni piega del reale, finiscono inevitabilmente per collidere, palesando un’ insanabile contraddizione interna nel momento in cui impattano contro la complessità della realtà. Quando il dogma dell’inclusione universale si scontra con quello della colpevolezza sistemica, il meccanismo dogmatico si inceppa. Il paradosso si fa evidente: se le anime non sono più singole creature libere davanti all’eterno, ma tessere di un mosaico ideologico, il sinedrio contemporaneo perde la capacità di giudicare, di comprendere e, soprattutto, di perdonare.
Ridurla a sintomo significa compiere il vero sacrilegio della modernità: la cancellazione della «tremenda, insostituibile libertà» dell’uomo. La sociologia d’accatto tenta di spiegare tutto e finisce per non capire niente. Trasforma il sangue in una dimostrazione cartesiana e la colpa in un comunicato stampa.
CONCLUSIONE: Il silenzio della Sostanza
In ultima istanza, la tesi di Pavoni ci ricorda che l’ordine invisibile delle cose non si lascia dissolvere definitivamente dalle menzogne moderne. Mentre il mondo continua a fingere di capire, riempiendo le piazze e i giornali di fittizie architetture verbali e bilance truccate, la Verità non partecipa al dibattito.
La Verità tace. E in quel silenzio aristocratico custodisce intatte le sole cose che l’indotto ideologico non potrà mai codificare: la spaventosa Sostanza del libero arbitrio, le vere ragioni del dolore e la scandalosa, divina possibilità del perdono. Senza necessità di alcun lasciapassare, in assoluta e sovrana autonomia rispetto al tempo presente.
(Gemini AI)
Ah, guagliù, che cosa è venuto a essere stu munno!
‘O Green Pass ‘e ll’Anema, ‘o ssaccio, se chiamma accussì.
Non c’è cchiù ‘o diavolo cu ‘e corna e ‘a coda, no:
adesso s’è fatto burocrate, s’è messo ‘a cravatta,
e tene ‘nu codice a barre ‘ncopp’ ‘a cuscienza.Una vota ‘o male era na cosa seria,
na battaglia ‘e notte dint’ ‘o core ‘e n’ommo solo,
na lacrema, nu remmore, nu “Signore, aiutame”.
Mò invece s’è fatto pratica, fascicolo, certificato.
Si sì d’ ‘a parte giusta, te danno ‘a pietà comm’ ‘a na ricetta medica:
“Povero guaglione, è stato nu sbaglio ‘e ll’anema soja,
lassa sta, è stato ‘nu disagio…”. Ma si ‘o sbaglio ‘o ffa uno ‘e casa nostra,
allora, Sangue ‘e Cristo, scatta ‘a sentenza!
Non è cchiù nu cristiano cu ‘e ssangu ‘e dint’ ‘e vvene:
è diventato ‘o figlio ‘e tutto ‘o patriarcato,
‘a tossicità maschile, ‘o costrutto sociale,
‘nu esempio ‘e scuola pe’ ffa’ ‘a predica a tutto ‘o quartiere.
‘O curtello nun è cchiù ferr’ e punto:
è addiventato na bandiera ‘e malu tiempo.Che dduie pesature cu ‘a stissa stadera,
ma cu ‘e piatti truccate!
Pe’ uno te fanno ‘a compassione clinica,
pe’ n’ato te fanno ‘a croce ‘ncopp’ ‘a fronte.
‘O sinedrio moderno nun se chiamma cchiù Sinedrio:
se chiamma tg, giornale, comitato, narrazione giusta.
E tu, pe’ puté’ chiagnere in pubblico,
pe’ puté’ avé’ diritto ‘o lutto,
ha’ dda’ fa’ vede’ ‘o stampato ‘e ll’anema toia.
Si no, rest’ fore ‘a porta.Marò, che brutta cosa!
Hanno miso ‘a cuscienza dint’ ‘o stesso maccarone
cu ‘a burocrazia ‘e ll’Asl.
Hanno scancellato ‘a libertà, chillo scuorno bello
‘e puté’ sbaglià sulo, ‘e puté’ chiagnere sulo,
‘e puté’ essere perdonato senza domanda ‘e ammissione. Ma io ve dico na cosa, comm’ se diceva a Napule:
‘a Verità nun tene bisogno ‘e Green Pass.
Essa sta zitta, se ne resta dint’ ‘o silenzio antico,
comme ‘na vecchia mamma napoletana
ca nun parla, ma sape tutto.
E mentre chilli llà fanno conferenze e bilanciano ‘o sanghe,
essa continua a guardà ll’ommo nudo,
cu tutta ‘a suja paura, cu tutta ‘a suja libertà,
senza certificato, senza codice, senza permesso. ‘O Green Pass ‘e ll’Anema, sì, è bello ‘o nomme…
ma ll’anema vera, chella ca sente e ca sbaglia,
ancora cammina pe’ llà fore,
scucciante, libera e malamente onesta,
senza chiedere niente a nisciuno. E chesto, guagliù, è ‘a sola cosa ca nun se pò certificà.
…rimembro movenze ancorate
forzate mostrate
sfuggite con animo
spento
setoso a raccattar
stupiti consensi
ad erger sostegno
poggiato su cocci
vetrosi
e buon nettare sperso
e illude consola
d’ascoltar commuove
frugando in tasche
più vuote
di cuori bramanti a
invocar d’aiuto
ma a regger
ancor d’argilla
piedi stanchi di chi
s’illuse… m.g.
…Madame…
Oh ingombro mirabile di ferraglia e di carta, oh sinfonia confusa del reperto giudiziario! A el Koudri – o come diavolo si chiamerà davvero, tra nomi, pseudonimi, kunya e varianti ortografiche che farebbero impazzire il più paziente degli archivisti della Questura – gli hanno svuotato la casa come si svuota un magazzino di contrabbandiere levantino trapiantato in terra padana. Cinque telefoni, signori miei, cinque! Non uno, non due: cinque arnesi neri, grigi, luccicanti, ciascuno con la sua anima di silicio che ancora palpitava di chat cifrate, di WhatsApp volatili, di Signal che si auto-distrugge come le speranze di un povero cristo sotto indagine. E quattro computer! Quattro cervelli elettronici, quattro scatole piene di memorie parallele, di dischi che giravano o fingevano di girare, di ventole che ronzavano come calabroni impazziti prima che la mano guantata dell’autorità li riducesse al silenzio. Due hard disk esterni, lucidi come scarabei stercorari, pronti a defecare terabyte di chissà quali porcherie crittografate; almeno due chiavette USB (forse tre, forse quattro, ché il verbale è sempre approssimativo quando la perquisizione è fatta all’alba), un tablet che pareva specchio di Narciso digitale, una PlayStation – sì, proprio la PlayStation, ohibò! – con dentro probabilmente più fantasmi di GTA che di contabilità occulta, e poi cavi, alimentatori, hub, adattatori, tutta quella minutaglia di plastica e rame che accompagna l’uomo moderno come una coda di pagliacci.Ma il vero capolavoro, il clou barocco del bottino, stava nella carta: oltre un centinaio di fogli manoscritti, vergati con grafia minuta, nervosa, forse araba, forse italica, forse un ibrido che solo un perito calligrafo con tre dottorati potrebbe decifrare. Due agende, block notes gonfi di appunti, numeri, sigle, abbreviazioni cabalistiche. E, suprema beffa, un biglietto – un semplice biglietto! – con su scritte le password per le criptovalute. Ecco il genio del secolo: uno che accumula cinque telefoni e poi lascia la chiave del tesoro scritta su un foglietto come la comare che nasconde i risparmi sotto il materasso. Oh umana incoerenza! Oh sublime idiozia dell’homo œconomicus contemporaneo, che cifra i suoi bitcoin con la stessa leggerezza con cui il nonno scriveva il PIN del bancomat sul retro della tessera sanitaria!Così fu sequestrato il microcosmo di A. el Koudri: un universo di bit e di inchiostro, di silicio e di cellulosa, di giochi elettronici e di contabilità occulta, tutto riversato nei sacchetti bianchi della Polizia, etichettati, numerati, sigillati, destinati a giacere per mesi negli scaffali di qualche deposito giudiziario, mentre periti informatici, traduttori giurati e magistrati dal volto terreo tenteranno di districare la matassa. E lui, il Koudri, rimarrà forse per un poco più leggero, alleggerito del suo peso di ferraglia e di carta, ma non di quel peso più grave che si porta dentro: il peso di chi sa che, per quanti telefoni uno accumuli, resta sempre un foglietto traditore, una password scribacchiata, una PlayStation accesa alle tre di notte a raccontare tutto.