
L’allevatrice Silvia Bonomi
Anche quest’anno Cronache Maceratesi propone uno speciale dedicato all’8 marzo, giornata internazionale della donna: oggi e domani pubblichiamo una serie di interviste a donne del territorio che, con il loro impegno professionale, sociale e personale, raccontano storie, sfide e conquiste.
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di Giulia Sancricca
È giovane, bella, parla con proprietà di linguaggio e ha 57mila persone che la seguono sui social. Potrebbe stare ovunque. E invece ogni mattina la sveglia suona alle cinque, d’estate anche prima. Colazione veloce e poi via, tra pecore, paglia, controlli, selezione genetica e telefonate commerciali. Silvia Bonomi ha 40 anni, fa l’allevatrice a Ussita da quando ne aveva 22. E mentre tanti hanno lasciato questi territori dopo il sisma del 2016, lei ha fatto il percorso inverso: è scappata dalla città per tornare sui Sibillini, dove suo nonno transumava con le pecore Sopravissane.

«Mi piace definirmi memoria storica di razza – dice Bonomi -. Credo di aver ereditato il gene della pecora da mio nonno.I miei genitori sono impiegati statali a Roma. Io a 18 anni sono scappata dalla Capitale e ho percorso a ritroso la storia di mio nonno. Sono partita iniziando a selezionare animali che avevano subito un impoverimento genetico, non vedevo più le bestie che trovavo nei ritratti di mio nonno. È stato questo il motivo per cui ho iniziato il recupero genetico, supportata anche da un gruppo di altri allevatori. Così è nata la mia Sopravissana dei Sibillini. Il banco di prova? La produzione di fibra che è la caratteristica principale della razza». Sì, perché l’azienda che Bonomi porta avanti insieme a suo marito non ha il fine della macellazione o della produzione casearia, bensì della fibra.

Un lavoro complesso che oggi è molto più manageriale che fisico: sostenibilità economica, comunicazione, selezione, rapporti con l’artigianato, produzione della fibra lavorata nell’unico mulino artigianale autorizzato in Italia, a Vicenza. Eppure, nonostante innovazione e tecnologia abbiano cambiato il settore, l’etichetta resta: «Non è un lavoro da donna è ciò che mi sento dire più spesso – dice l’allevatrice -. Ma il mestiere non lo fa il genere, lo fa la testa. Chi lo dice è rimasto ancorato al palo». Lei sorride e dice di avere «le spalle grosse». Perché le etichette le ha avute tutte. Pregiudizi, sottovalutazioni, soprattutto da colleghi uomini. «Devo sempre dimostrare il doppio. E questo dispiace. Non è giusto». Allora lei parte da un assunto: «Per me pastore è il plurale femminile di pastora – la sua provocazione -. Questo è un lavoro che negli anni da prettamente fisico è diventato manageriale. Difficilmente oggi si trovano allevamenti non convenzionali che producono esclusivamente fibra».

Doppia resistenza: in un lavoro considerato maschile e in un territorio che sembra spingerti ad andare via. A dieci anni dal terremoto, molte strutture sono ancora provvisorie. L’incertezza è quotidiana. Eppure la sua azienda è stata selezionata tra i 250 espositori di una fiera d’eccellenza italiana in Olanda. Segno che ciò che nasce in montagna può essere competitivo e internazionale. Ma il punto più forte è un altro. «Mantengo la femminilità a tratti, perché in altri momenti sono poco presentabile – sorride -. Torno a casa con la testa piena di paglia. Ma quando devo presentarmi, so farlo». È qui la rivoluzione: «È il segreto femminile: essere donna curata quando serve, e allevatrice tra gli animali ogni giorno. Parlare di biodiversità in un contesto internazionale e poi infilarsi gli stivali all’alba. Difficilmente un uomo rurale lo vedi poi presentarsi in maniera decorosa». Non è una sfida agli uomini. È una rivendicazione di completezza: «La donna è biologicamente testata per resistere». E allora ecco il suo invito alle donne: «Stringete i denti e resistete. Ma non per fare uno smacco agli altri. Per soddisfazione di voi stesse». Perché a volte l’emancipazione non è andare via, ma scegliere di restare e farlo meglio di chiunque altro.
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-A Serafì, e mo che faccio?
-Fa quello che te pare…
(dal film “Serafino” di Pietro Germi)