Ariston: «Sorpresi dall’iniziativa di Putin,
nessuno ci aveva informato»
LA MULTINAZIONALE interviene dopo che il leader del Cremlino ha deciso di nazionalizzare la sede russa: «In attesa di una spiegazione a questa azione inattesa stiamo valutando le sue implicazioni»
«Ariston Group, che è stata attiva nella Federazione Russa per quasi 20 anni con relazioni molto corrette con le istituzioni locali, non è stato informato in anticipo del decreto ed è estremamente sorpreso da questa iniziativa». La multinazionale fabrianese, leader del comfort termico hi-tech e sostenibile, quotata in Borsa e presieduta da Paolo Merloni, ha risposto all’iniziativa messa in campo da Vladimir Putin. Il leader del Cremlino ha deciso, con un decreto, di nazionalizzare lo stabilimento Ariston di Vsevolosk, vicino a San Pietroburgo: trasferito sotto il controllo di Gazprom.

Paolo Merloni
«In attesa di una spiegazione a questa azione inattesa – continua Ariston Group – stiamo valutando le sue implicazioni, comprese quelle di governance e manageriali. Attualmente il Gruppo Ariston possiede uno stabilimento produttivo dedicato al riscaldamento dell’acqua situato fuori San Pietroburgo (con circa 200 dipendenti diretti e indiretti), che produce prodotti avanzati ad alta efficienza per il mercato interno, un centro di eccellenza per lo sviluppo prodotto locale e un responsabile commerciale ufficio di Mosca (che coordina circa 100 dipendenti attivi anche nelle filiali commerciali locali di tutta la Federazione), tutti operanti sotto il rinomato marchio Ariston». Il gruppo, conclude la nota, ha generato «circa 100 milioni di euro di fatturato nella Federazione Russa nell’anno fiscale 2023 e disponeva di una significativa base patrimoniale per operare nel mercato locale, risultato di quasi due decenni di investimenti».
Già ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva annunciato di aver convocato l’ambasciatore russo. E sempre ieri il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha incontrato a Pescara, a margine della conferenza programmatica di Fratelli d’Italia, il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, confermando confermato «l’attenzione massima da parte del Governo a tutela delle aziende italiane e dei livelli produttivi e occupazionali nel settore degli elettrodomestici, asset strategico del Made in Italy».
Putin nazionalizza la filiale Ariston, Tajani convoca l’ambasciatore russo
Forse aspettavate che vi informassero dalla Russia?…
Non mi fate pena per niente, anzi.
Abituati al lassismo italiano non possiamo comprendere gli altri Paesi, che si fanno gli affari loro senza remore.
Non si preoccupi Dr.Paolo, ora ci penseranno Tajani e Durso e pure Acquaroli. Siete in una botte di ferro.
Vivendo nella civiltà della trasparenza e delle regole, il pubblico italiano ha appreso della consegna italiana dei missili Scalp Shadow dall’incontinenza verbale del segretario della Difesa britannico.
Qualche giorno dopo, anche il governo italiano ha confermato a mezza bocca la consegna di questi missili, capaci, come si dice con compiacimento, di colpire in profondità il territorio russo.
Ora, anche i più lenti hanno capito che il conflitto in Ucraina è compromesso, salvo un intervento diretto e massivo delle truppe Nato (cioè la Terza Guerra Mondiale). La Russia sta conquistando uno o due villaggi al giorno, l’ultima roccaforte ucraina nel Donbass, Chasov Yar, sta per cadere, e gli ucraini non mancano tanto di armi quanto di truppe, visto che hanno sacrificato al fronte quasi tutta la propria meglio gioventù per difendere gli interessi geopolitici degli Stati Uniti.
Di solito in Italia si è spesso considerato un particolare talento quello di saltare sul carro del vincitore, ma scopriamo che ci sono eccezioni: se una causa è sbagliata, controproducente per il proprio paese, e massimamente sanguinosa, allora in via del tutto eccezionale si può abbracciarla anche se perdente. Lo scopriamo in Ucraina come in Israele.
Ora, tornando ai missili Storm Shadow, apprendiamo che sono armi di ultima generazione, del costo di un milione e mezzo di euro l’uno, che riusciranno probabilmente a uccidere un po’ di russi nelle retrovie (senza cambiare di una virgola le sorti del conflitto).
Ora, io capisco che avendo nel governo gente che vive di commercio d’armi la prospettiva di essere chiamati a rimpinguare, a spese dell’erario pubblico, le nostre donazioni all’Ucraina deve avere il suo fascino.
Non c’è niente di meglio della retorica della “difesa-della-patria-come-bene-superiore” come scusa per spiegare che, no, i soldi per gli ospedali, per l’istruzione, per il recupero dell’inflazione, per i lavori di assestamento idrogeologico, ecc. non ci sono più, ma che potevamo fare?
Avremmo tanto voluto, ma poi, sapete, la guerra, il covid, il clima, le cavallette, il destino cinico e baro…
Tanto con 9/10 dell’informazione che per mestiere fa l’amplificatore delle veline di Washington, non c’è pericolo che qualcuno si svegli.
Qualcuno potrebbe chiedersi chi ha dato a Giorgia Meloni il diritto di rendere gli italiani nemici dei russi, quando non lo sono e non lo sono mai stati. Ma posta così la domanda sarebbe fuorviante, perché se al governo ci fosse stato Draghi o Schlein sarebbe stato esattamente lo stesso. Al netto di tutte le anime belle che sbambano di complessità, nella politica italiana è tutto di una linearità sorprendente. Andrea Zhok