Deportato nel campo di concentramento,
dopo 80 anni fa causa alla Germania
e chiede 130mila euro di risarcimento

CIVITANOVA - Quinto Nunzi, classe 1924, ha avviato un procedimento per ottenere un indennizzo alla Repubblica federale tedesca dopo l'internamento nel campo di Myslowitz durante la Seconda guerra mondiale. Uno dei suoi avvocati, Dino Gazzani: «Ha assistito alla barbara esecuzione di molti dei suoi compagni ed è miracolosamente sopravvissuto a due disperati tentativi di fuga falliti dal lager dove era detenuto in condizioni disumane di schiavitù»
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Quinto Nunzi

 

di Laura Boccanera

A quasi 100 anni di età fa causa alla Germania per la deportazione nel lager tedesco di Myslowitz (Polonia) dopo l’8 settembre del 1943. Quinto Nunzi, civitanovese, originario di Campofilone, insignito della Croce al merito di guerra, in quasi un secolo di vita ne ha viste tante: non ultima la pandemia ed il Covid che ha sconfitto proprio pochi giorni fa.

E il ricordo di quei giorni è ancora vivo e lucido in lui come aveva raccontato a Cronache Maceratesi due anni fa (rivedi la videointervista). E’ una ferita ancora aperta e come altri reduci, partigiani e deportati, ha deciso di avviare un procedimento per chiedere un’assunzione di responsabilità alla Germania. Assistito dai suoi legali Dino Gazzani e Alessandra Piccinini ha invitato la Repubblica Federale di Germania a comparire davanti al giudice del tribunale di Roma.

Nell’istanza si ripercorre la vita di Quinto Nunzi, dalla leva militare proprio nel 1943 fino alla cattura a Gorizia da parte dalle forze militari tedesche che lo condussero in Polonia dove è stato trattenuto in schiavitù per tre anni, costretto a lavorare in condizioni di grave denutrizione, nelle miniere di carbone, nell’attività di costruzione di fosse anticarro e persino per lo smaltimento dei cadaveri. I due avvocati hanno avviato una serie di ricerche storiche, allegate poi alla citazione, per dare conferma e corpo ai ricordi di Quinto Nunzi.

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Nunzi in una foto d’epoca

E’ in particolare emerso che Quinto Nunzi è stato deportato nel campo di lavoro di Mislovitz (Polonia) che fu uno dei sottocampi di lavoro dipendenti nientemeno che da Auschwitz. Il lager in questione venne aperto il 13 febbraio 1941 dopo la liquidazione della prigione di Sosnowiec con i primi 133 uomini e 65 donne. Nel 1942 divenne un campo per prigionieri di guerra (Stalag) con il primo trasporto giunto il 25 settembre 1942 con più di 1000 prigionieri da destinare alle miniere denominate “Reichswerke Hermann Goering”, vicino alla ferrovia, dove lo stesso Nunzi venne impiegato. Il campo ospitò da un minimo di 200 a un massimo di 1600 lavoratori coatti in condizioni pessime. I prigionieri di guerra lì internati furono per lo più polacchi, francesi, cechi, croati, ucraini e, dal 7 settembre 1943, anche gli internati militari italiani. In quel lager i deportati venivano scientificamente sfruttati prima di essere uccisi, sterminati volutamente con il lavoro stesso; venivano alimentati con cibi di scarso nutrimento e calorie, fino a produrre l’esaurimento fisico. Gli internati arrivavano a pesare pochissime decine di chili e la morte molto spesso sopraggiungeva per sfinimento fisico. E’ dunque solo grazie alla forte tempra e all’attaccamento alla vita che Quinto Nunzi è riuscito a sopravvivere. Dopo un lungo e penoso viaggio di ritorno in Italia a piedi durato sei mesi, una volta liberato, Nunzi era irriconoscibile: pesava appena 37 chili ed aveva la pelle del corpo martoriata da ferite infette.

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L’avvocato Alessadra Piccinini

La prima udienza del procedimento è prevista per giugno e il civitanovese chiede come forma di ristoro un indennizzo di 130 mila euro per i danni morali e il ristoro del pregiudizio non patrimoniale, consistente nelle sofferenze fisiche e psichiche subite durante la prigionia, sia il danno patrimoniale, consistente nella mancata percezione di retribuzione a fronte del lavoro prestato, oltre ad interessi a far data dal 20 aprile 1945 sulla somma rivalutata anno per anno.

L’avvocato Alessandra Piccinini, che ricopre anche la carica di presidente della sezione Anpi di Cingoli ed Apiro, si occupa di altri casi simili a quello di Nunzi ed osserva che «l’art. 43 del decreto legge 36/2022 ha istituto un fondo, dotato grazie ai finanziamenti del Pnrr per il ristoro dei danni subiti dalle vittime di crimini di guerra e contro l’umanità per la lesione di diritti inviolabili della persona, compiuti sul territorio italiano o comunque in danno di cittadini italiani dalle forze del Terzo Reich nel periodo tra il 1° settembre 1939 e l’8 maggio 1945». Tuttavia, tale norma, secondo il legale, «desta forti dubbi di costituzionalità avendo stabilito un limite temporale (con scadenza al 27 ottobre 2022) per esperire le azioni risarcitorie. Per questa ragione si auspica che la  limitazione temporale venga eliminata dando così la possibilità agli ex internati e deportati e loro eredi di ottenere l’indennizzo, nel rispetto del principio di giurisdizione universale sui crimini di guerra che la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno da tempo affermato, superando così, con storiche pronunce, il principio di immunità degli Stati che la Repubblica Tedesca invocava in propria difesa a fronte delle azioni promosse dalle vittime dei crimini nazisti e dai loro eredi».

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L’avvocato Dino Gazzani

«Pur essendo passati 80 anni dalla tragica vicenda vissuta dal nostro assistito-  aggiunge l’avvocato Dino Gazzani – i ricordi sono ancora nitidi e dolorosi. L’aver patito e assistito di persona all’estrema sofferenza fisica e morale di centinaia di persone costituisce di per sé una ferita morale che ha certamente prodotto per lunghissimo tempo un dolore morale lancinante nel signor Nunzi; ha assistito alla barbara esecuzione di molti dei suoi compagni ed è miracolosamente sopravvissuto a due disperati tentativi di fuga falliti dal lager dove era detenuto in condizioni disumane di schiavitù. Quando i suoi parenti gli hanno proposto di agire in giudizio nei confronti della Germania ha esclamato “finalmente, era ora! E’ da tanto che aspettavo questo momento!”. Nell’anno 2020 avevo visto – continua l’avvocato Gazzani – la video intervista al signor Nunzi di Cronache Maceratesi e mi sono stupito nell’apprendere che nonostante il nostro assistito sia uno dei pochi testimoni viventi di ciò che avveniva nei lager tedeschi, anche a seguito di quella intervista, non sia mai stato invitato dalle scuole di Civitanova a raccontare a giovani studenti la sua esperienza di cui possono fare tesoro solo i suoi parenti più stretti. Attendiamo adesso fiduciosi l’esito del giudizio avviato».

I due legali ringraziano l’accurato lavoro del consulente Vito Carlo Mancino per le ricerche che hanno consentito di ricostruire le condizioni di detenzione degli internati militari italiani deportati nel campo di Myslowitz (Mislowice) a partire dal 7 settembre 1943. Vito Carlo Mancino è infatti uno studioso civitanovese della Shoah, collaboratore di “Progetto Memoria Cdec” ed operatore di diritto internazionale umanitario e sarà relatore a Montecosaro sabato 28 gennaio e 11 febbraio al teatro delle Logge nell’ambito degli incontri organizzati per la giornata della memoria.

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