Pd regionale come in Polvere di stelle:
il solito teatrino di interessi personali
dietro gli appelli all’unità

IL COMMENTO di Fabrizio Cambriani sulla corsa alla segreteria democrat fra atavici conflitti che durano da decenni e l'incapacità di individuare un'alternativa alla destra. L'uscita di Mangialardi ( “la candidatura di Mastrovincenzo mi sorprende mi rammarica”) dettata dal fatto che dovrebbe lasciare il ruolo di capogruppo. Sullo sfondo i posizionamenti in vista della corsa al Parlamento
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di Fabrizio Cambriani 

Sarebbe potuta essere, anzi sarebbe dovuta essere l’occasione per il riscatto. L’opportunità per il rilancio. La possibilità di elaborare una solida alternativa, fondata su seri contenuti, aggiornati ai temi dell’attuale agenda politica. Invece, come al solito, si rivelerà, stando così le cose, la solita guerra per bande. Un copione ormai ingiallito e dal sapore di muffa antica. Una sceneggiatura rappresentata da decenni, nelle sparute sedi dei circoli di provincia. Che odorano di chiuso, perché serrati da anni. Con gli intonaci scrostati dall’umidità e, riscaldati per l’occasione, con un termosifone elettrico. Un po’ di volantini sparsi qua e là, ricordo di antichi fasti, consegnati oramai al tempo. Un finale – triste e solitario – in sintonia con le fredde e piovose serate invernali, che faranno da scenografia al prossimo congresso del partito Democratico regionale. Unitamente a un elenco di iscritti ridotto oggi ai minimi storici.
Un partito vittima di una maledizione del fato – questo è il Pd marchigiano – che, come il dio Saturno, divora i suoi stessi figli. E per questo, costretto a non avere alcun futuro. E che, anche nei momenti più drammatici, cataloga dentro esso quelle che, in caso di guerre, l’Onu qualificherebbe come “parti in causa.” Qui, infatti non si tratta di maggioranze e minoranze. Qui si tratta di veri e propri, atavici conflitti che durano e si riproducono da decenni. Indipendentemente da qualsiasi risultato poi ottenuto. Con gli stessi protagonisti, fermi all’anno zero, gli uni contro gli altri armati. Una sorta di liturgia sacrificale che ogni volta lascia sul campo morti e feriti. E lacerazioni sempre più profonde che, nel corso degli anni, nessuno ha mai tentato di risanare.

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Antonio Mastrovincenzo e Augusto Curti

I fatti in sintesi: la maggioranza che ha condotto alla Caporetto di un anno fa, oggi – come niente fosse – si propone di indicare un nome per la futura segreteria, che l’intero partito dovrebbe silenziosamente votare: Augusto Curti, ex sindaco di Force. Dall’altra parte un nome alternativo fuori da ogni schema e da sempre avulso da ogni piccola manovra di potere: Antonio Mastrovincenzo, già presidente dell’Assemblea legislativa. A oggi, questi i nomi che emergono, ma lo schema è già impostato anche in funzione di qualche eventuale cambio di cavallo. In mezzo, secondo logica e buon senso, dovrebbe esserci il bene e gli interessi migliori per l’intero Pd. In mezzo dovrebbe esserci la presa d’atto di clamorosi e continui fallimenti dell’attuale classe dirigente. Così come, da parte dei pochi iscritti, la consapevolezza che sarebbe giunto il momento di congedare – aggiungo io con sommo disdoro – gli attuali vertici di partito. Che invece, pateticamente, come nel film Polvere di stelle, si ostinano a credere di essere ancora i principali e insostituibili protagonisti del varietà. Quando invece, nella realtà, sono costretti a ingaggi da poche lire in un improbabile Teatro Corcioni in quel di Canneto d’Abruzzo. Inoltre, per sopravvivere, la scalcagnata compagnia rubacchia prosciutti e salsicce agli ignari abitanti dei paeselli. E allora avanti con lo spettacolo, anzi con l’avanspettacolo: agli ordini del capocomico e dalla soubrette di turno – che fanno le veci rispettivamente di Alberto Sordi e Monica Vitti – noi addetti ai lavori ci mettiamo comodi in galleria a fischiare e dileggiare i teatranti, come si conviene nella migliore tradizione del varietà.

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Maurizio Mangialardi, capogruppo in Regione del Pd

Tanto per cominciare ce la prendiamo con Maurizio Mangialardi, cui la candidatura di Mastrovincenzo lo “sorprende e lo rammarica” e aggiunge una sequela di supercazzole sull’unità del partito da muovere a compassione pure i peggiori cuori di pietra. La verità vera, in questo caso, – ed è bene che si sappia – è che Mangialardi, casomai dovesse essere eletto segretario Mastrovincenzo, dovrebbe lasciare il ruolo di capogruppo in regione, poiché due anconetani ai vertici non sarebbero digeriti dalle altre federazioni. Altro che pippone sull’unità!

Questo loro ultimo spettacolo è utile solo – ma questo lo hanno capito anche i muri – a individuare le candidature di chi, attraverso le primarie, nella prossima legislatura siederà in Parlamento. Una sorta di prova generale così che si possano rielaborare, su misura, nuove alleanze funzionali all’ambita meta. Con una platea di iscritti ormai magistralmente ammaestrati a quella che De Andrè chiamava “la ginnastica dell’obbedienza”. Perché, visto che nelle elezioni vere di vincere non se ne parla più – chiedere al capocomico e alla soubrette dei meravigliosi risultati in quelle che una volta erano delle vere e proprie roccaforti – che il teatro di battaglia diventi il partito. Così da sfogarvi dentro ogni frustrazione dovuta da una sconfitta dopo l’altra. L’avvenuta e irreversibile metamorfosi di un partito politico che sta diventando caso patologico, sintomo di una fetta di società malata: da luogo di elaborazione culturale e socioeconomica a punchball dove scaricare ogni nevrosi personale. Roba da chiamare gli infermieri con la camicia di forza appresso. Roba da impensierire seriamente le alte sfere nazionali del partito. A cui, in realtà, delle Marche nulla interessa se non mantenere il piccolo bottino di insignificanti correnti. Se avessero avuto davvero a cuore le sorti “dell’Appennino, della montagna e dei terremotati” (citazione della relazione di investitura del segretario nazionale Letta), ci avrebbero messo le mani definitivamente già un anno fa. Invece, sollecitati da tutta la segreteria regionale, hanno preferito l’inazione. L’indifferenza. L’ignavia. Condannando tutti i marchigiani alla peggiore pena politica possibile: l’assenza permanente e duratura di un’alternativa politica alle destre che oggi governano la regione.
E allo spettacolo indecoroso di un congresso regionale del Pd che si svolgerà sulle famosissime note dell’aria più celebre di Polvere di stelle: “ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai? Bella hawaiana, attachete a ‘sta banana” …

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