Scappa da Milano nella terra del nonno,
pianta una vigna
e inventa il rosé di vernaccia

STORIE - Matteo Cesari de Maria ha abbandonato la vita nella metropoli per scommettere sul vino maceratese. Nel suo podere di Carpignano a Serrapetrona lavora totalmente in autonomia e grazie alle sue due lauree in enologia ha già creato eccellenti prodotti. La passione l'ha eredita dal padre di sua madre: «E' morto a 94 anni e per 78 ha parlato di uva»
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Matteo Cesari de Maria

 

di Marco Ribechi

Non tutti sognano di far carriera in una grande e frenetica città. Specialmente quando si ha un nonno originario di Serrapetrona che per tutta la vita non si è mai stancato di trasmettere la passione per la campagna e per il vino. Così può capitare di mollare tutto, acquistare un podere sperduto nelle colline maceratesi, lavorare duramente e inventare una nuova tipologia di vino. Questo è accaduto a Matteo Cesari de Maria, quaranta anni, proprietario e ideatore della cantina VerSer che, nonostante una carriera promettente in una banca milanese, ha preferito fare il suo personalissimo “all in”, come accade nel poker texano, e scommettere tutti i propri averi sui frutti della campagna. La scommessa ancora non può dirsi vinta ma le premesse ci sono tutte considerando che i primi vini imbottigliati sono già di altissima qualità. Inoltre, dal versatile vitigno di vernaccia nera, ha ricavato un incantevole rosé, novità assoluta nel settore. 

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La vigna dell’azienda VerSer

«Sono nato a Milano ma mio nonno Giuseppe Scagnetti era originario di Serrapetrona – spiega Matteo Cesari de Maria – si trasferì in Lombardia per far studiare sua figlia, ovvero mia madre, all’università. Arrivò nella grande città facendo lavori umili ma, con tanta fatica, riuscì a ricavarsi una posizione e a regalarci una vita agiata. Non dimenticò mai però le sue radici maceratesi, è sempre stato innamorato della sua terra di origine». Così nel ‘96, quando Matteo aveva poco più di 16 anni, nonno Giuseppe decide di comprare una piccolissima vigna a Colleluce, vicino alla casa di famiglia, con il solo scopo di insegnare a suo nipote l’arte del vino. «Ogni estate la passavo nelle Marche e per me l’unico dolore era quando dovevo andarmene per tornare a Milano – spiega sorridendo l’enologo – amo queste campagne. Mi sono poi laureato in Economia Finanziaria e avevo iniziato una carriera brillante in banca. Però a Milano sei una matricola, per far strada avrei dovuto rinunciare totalmente alla mia vita con solo dieci giorni di ferie l’anno inclusi Natale, Pasqua e Capodanno. L’idea che quello fosse il mio futuro mi stava distruggendo». 

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Matteo Cesari de Maria racconta la sua storia

Deciso a trasformare il proprio destino Matteo confessa alla sua famiglia il desiderio di diventare sommelier. «Mio nonno e mia madre mi risposero: “Non devi imparare a degustarlo ma a farlo!». La decisione è presto presa, nel 2006 si iscrive all’università di Enologia tra Milano e Torino dove prende due lauree imparando tutti i segreti della vigna e del processo di produzione, dalla genetica al vino finito e imbottigliato. La tesi triennale infatti è proprio sulla progettazione di una cantina mentre la magistrale sullo studio totale della Vernaccia nera. L’idea è tornare nelle Marche e coltivare quell’uva così speciale. «Si tratta di un’uva molto duttile che può essere utilizzata in molti modi, non per forza per avere un vino rosso spumantizzato – spiega Cesari de Maria – volevo creare qualcosa di valore nel maceratese per entrare in sinergia col territorio. Infatti tutto ciò che oggi è presente nella mia azienda è stato acquistato nel maceratese nonostante alcuni pezzi li avrei potuti trovare fuori a prezzi più bassi». Nel 2015, grazie ai piani di sviluppo rurale, parte il sogno, si passa dalla teoria alla pratica. «Il problema era che non avevo contatti, ero totalmente solo – continua l’imprenditore – così sono andato a fare amicizia in alcune aziende di cui conoscevo il nome e ho trovato un sostegno impagabile».

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Matteo Cesari de Maria con Leonardo D’Amico

Due Leonardo sono stati gli angeli custodi del progetto: Leonardo D’Amico, della ditta di macchinari agricoli D’Amico e Engles e Leonardo Ceci, della ditta Omac di Corridonia. «Mi hanno assistito in tutto dandomi i consigli di cui avevo bisogno e presentandomi le persone giuste come, ad esempio, Marco Angelici che mi ha insegnato dei metodi preziosissimi per coltivare la vigna». Oggi, nel suo podere di Carpignano, nel territorio di San Severino ma dentro la doc della Vernaccia, Cesari de Maria lavora completamente da solo ricoprendo il ruolo di enologo, trattorista, viticoltore e persino grafico per le etichette. La sua cantina VerSer prende il nome da Vernaccia-Serrapetrona e il primo vino, un pecorino dal nome “Oh Pè ” è un omaggio a nonno Peppe. «È morto a 94 anni e per 78 ha parlato di vernaccia – ricorda Matteo Cesari de Maria – da ragazzo pigiava l’uva e mi raccontava sempre che un inverno gli si erano congelati i piedi, il medico lo salvò strofinandogli per ore della neve. In quegli anni dal lavoro di un giorno otteneva un litro d’olio, dal lavoro di due giorni una bottiglia di vernaccia. Per un maialino doveva lavorare ventiquattro giorni. Alcune vendemmie qui nei terreni delle marche sfiorano l’eroismo, per questo ho deciso di piantarne una nuova, per mettermi alla prova. Sarebbe stato troppo facile acquistarne una già a regime».

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Matteo Cesari de Maria nella sua cantina

La prima gemma della sua produzione è una nuova tipologia di vino, il Serrosé: «Ho voluto creare un rosé di vernaccia cento per cento in purezza perché la vernaccia è una grande uva e il rosé è un tipo di vino che si sta sempre più affermando sia negli aperitivi che per accompagnare i pasti – dice l’enologo – nel sud della Francia come tramonta il sole tutti hanno in mano un bicchiere di rosé. Credo molto in questo progetto e presto allargherò la varietà anche con della vernaccia nera cento per cento in purezza. La mia vigna, la localizzazione geografica, persino i macchinari che ho trasformato secondo le mie esigenze e progetti sono pensati per avere una produzione versatile ma di altissima qualità, naturalmente utilizzando solo vitigni autoctoni. Anche il pecorino infatti, se si studia attentamente la sua storia, possiede tantissimi cloni causati dal movimento dei pascoli delle pecore e quindi è autoctono anche nella zona di San Severino e Serrapetrona. Spero di essere accolto positivamente perché vorrei contribuire al benessere e al valore di questo territorio che, grazie a mio nonno, mi scorre nelle vene come il sangue e sento essere la mia vera casa».

 

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