La moglie di Germano Ercoli
lascia il Covid Center dopo un mese
«Sono viva per miracolo»

CIVITANOVA - Il drammatico racconto delle festività vissute dalla famiglia dell'imprenditore. Grazia Pecorari è stata ricoverata e poi intubata. «Solo chi ci passa è in grado di capire la funzione sociale di questa struttura, abbiamo trovato competenza e umanità»
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di Laura Boccanera

Dal Covid hospital al ritorno a casa, si è concluso il dramma di Grazia Pecorari, la moglie di Germano Ercoli che per un mese è rimasta ricoverata nella struttura per contagiati gravi di Civitanova. «Quando sono uscita ho pianto, ho visto il buio completo, ho pensato a tutto e poi più a niente, ho sentito il vuoto – si commuove ricordando quei  momenti – Chi lavora in quella struttura merita tutto il meglio, avevo tanta paura prima di entrare, ma tutti i medici, gli infermieri e il personale, di cui vedi solo gli occhi, sono impagabili».

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Germano Ercoli e Grazia Pecorari

Qualche giorno fa il ritorno alla normalità nell’abbraccio della famiglia rimasta come sospesa per tutto questo tempo. Sono state festività di grande preoccupazione per la famiglia Ercoli che ha visto da vicino l’impatto del virus. Il Covid ha colpito duro Grazia, ma anche altri familiari sono stati contagiati anche se in modo lieve fortunatamente. L’incubo è iniziato il 21 dicembre quando alla donna è stato accertato lo stato di positività: «ma già da prima c’erano alcuni sintomi che avevamo sottovalutato – racconta Germano Ercoli – era debole, un giorno si è accasciata mentre era in cucina. Poi il 21 il tampone e l’esito positivo. Il 26 è stata ricoverata al Covid hospital».
«Appena ho sentito che mi avrebbero portata lì avevo tanta paura, non ci volevo andare, sapevo che molti non escono vivi, invece ho trovato un’umanità, una competenza straordinaria. Vieni monitorato ogni minuto, c’è sempre qualcuno che si prende cura di te – riprende la Pecorari nel racconto – però il tempo non passa mai. Non ne hai cognizione, non ci sono finestre, non c’è luce naturale, solo grossi neon che fanno giorno sopra di te. L’unico contatto col mondo è il telefono. Io leggevo notizie e guardavo che tempo faceva fuori». Dopo i primi 10 giorni di terapia semintensiva e anche il casco per 8 ore consecutive l’ipotesi peggiore, quella dell’intubazione. «Era la sera del 30 – riprende Ercoli – e Grazia non migliorava, ci avevano detto che se si fosse reso necessario avrebbero dovuto procedere per intubarla. Io e mia figlia quella notte siamo rimasti svegli sul divano, alle 3 ho acceso la televisione e guardato una partita di pallavolo. Non riuscivamo a dormire. Poi fortunatamente un farmaco e il plasma hanno potuto cambiare il decorso della malattia. Non è stato facile perché a ridosso delle feste mancavano le sacche e il gruppo sanguigno di Grazia è piuttosto raro. Hanno fatto un miracolo». covid-hospital-natale-bertolaso-4-325x244Dopo Capodanno la svolta, con un lento ma progressivo miglioramento fino al ritorno a casa: «La prima cosa che ho fatto è stata piangere -continua Grazia – ho pianto tanto. E poi al rientro a casa le figlie e Germano avevano lasciato tutto così come era quando ero partita, con gli alberi di Natale ancora allestiti e mi hanno fatto trovare un mazzo di rose rosse. Hanno detto che festeggeremo in differita tutto quello che ci siamo persi, il Capodanno e il compleanno di un nipote che cadeva di questo periodo. Ora ho ancora un po’ da recuperare, ma il morale è alto. Ce l’ho messa tutta per uscirne, tutta la volontà che avevo. Ringrazio tutti coloro che operano nel Covid hospital, sono impagabili e si meritano il meglio». Infine Ercoli lancia un appello: «solo chi ci passa è in grado di capire la funzione sociale di opere come il Covid hospital e appaiono ancora di più strumentali le polemiche di chi affermava che non serviva. Il plasma inoltre è fondamentale, chi si trova in condizione di poterlo donare lo faccia perché è un’opera umanitaria».



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