Mennea, la carezza a Rocchetti
oltre il traguardo del record mondiale
MITO - Quarant'anni fa l'impresa sui 200 metri piani, il 19'72 che è tuttora primato europeo. Un trionfo che porta pure la firma di due marchigiani, l'allenatore ascolano Carlo Vittori e il fisioterapista di Cingoli che ricorda quel 12 settembre 1979
di Maurizio Verdenelli
«Appena tagliato il traguardo mi cercò con lo sguardo. Poi mi una carezza sul volto, leggera, indimenticabile, unica. E Dio sa quanto Pietro non fosse uomo da smancerie (ne sa qualcosa Livio Berruti, ndr)! Quel gesto affettuoso, inaspettato dopo un’impresa tanto grande rimane vivo in me come appena ieri, a 40 anni da allora». Si commuove al ricordo, Nazareno Rocchetti, mentre ne parla nella sua bella casa nei dintorni di Cingoli. Già allora: 12 settembre 1979, ore 12.50 (ora locale), ore 23.20 ora di Roma a Città del Messico, stadio Azteca, caro alla gloria degli azzurri, finale dei 200 piani alle Universiadi. Quattro decenni fa. Eppure il mito, anche dopo Bolt, resiste ancora. 19′ 72: record del mondo sui 200 strappato da Mennea dopo 11 anni a Tommie Jet Smith. Resisterà ben 17 anni, ma e’ tuttora record europeo. Una leggenda cui hanno preso parte Nazzareno Rocchetti (nel ’67 era stato all’angolo di Nino Benvenuti nella conquista del titolo dei medi contro Emile Griffith) e l’ascolano Carlo Vittori, l’allenatore del campione. «Avevo 32 anni, tre anni prima avevo conosciuto Pietro ad un raduno collegiale della nazionale e mi ero fatto convincere da lui a lasciare la cura dei mezzofondisti per dedicarmi al settore della velocità. Un sodalizio umano e professionale che sarebbe durato fino al 1988…».
Un ricordo in particolare?
«Tanti, ma se ne devo raccontare uno penso a Praga 1978. Mennea aveva vinto due ori ed un argento quando un’anziana andò da Vittori per dirgli che aveva soccorso un atleta azzurro completamente paralizzato e dolorante…in mezzo alla strada ad un chilometro distante dal Villaggio Atleti. L’allenatore mi fece chiamare subito».
Che era accaduto?
«Mennea era completamente bloccato dall’acidificazione dei muscoli a causa dell’imponente mole di lavoro cui si sottoponeva e cui era sottoposto essendo l’alfiere azzurro per eccellenza. Lo massaggiai per 7 ore ininterrottamente..».
Poi?
«Pietro che non sopportava quella che definiva la vita frenetica e i frastuoni del Villaggio, volle trasferirsi in casa della sua salvatrice! Con me a fianco beninteso. La signora tuttavia aveva a disposizione un letto solo e perdipiù ad una piazza. Così Mennea ed io dormimmo assieme per tre notti di fila. Quando io tentavo di svignarmela pensando che lui dormisse, mi richiamava subito. Era ancora impaurito da quello che gli era capitato e voleva me, il suo fisioterapista, sempre accanto 24 h».
Ritorniamo all’Azteca..
«Che gioia, che festa! In quell’occasione feci un altro incontro decisivo: con Gelindo Bordin, allora 19enne. Il futuro olimpionico di maratona, cui poi completamente mi dedicai, partecipava alla gara dei tremila siepi. In finale arrivò nono. Ma la gloria, anche per Gelindo, grandissimo amico e campione puro, s’avvicinava».
Con Mennea?
«Ci ritrovammo ancora assieme a Seul 88. Era la quinta olimpiade per lui: mai accaduto per un velocista. Superò un paio di batterie facili (noblesse obblige) poi uscì dalla storia dell’atletica mondiale come un monarca: quello che in realtà era».
Ancora un’appendice maceratese alla leggenda del record mondiale. Con i soldi del premio da parte del Coni, Pietro acquistò in fabbrica a Tolentino due poltrone Frau che sono ancora bell’ e intatte nella casa romana a 6 anni dalla sua morte. Allora un record del mondo valeva monetariamente per l’uomo più veloce del mondo, meno di un premio partita del calcio. Conclude Rocchetti: «Quarant’anni anni fa e’ stato scritto il più bel capitolo della storia dello sport italiano, con dentro pure due marchigiani. Questa mattina giornali e tv lo hanno ampiamente ricordato. Eppure a parlarne nella nostra terra che il pugliese Mennea sentiva un anche po’ sua, è oggi solo Cronache Maceratesi…».



Vabbè, i Greci misuravano il tempo attraverso le Olimpiadi, ma erano scarsamente interessati al ricordo dei record.
Bisognerebbe considerare anche al di là del patriottismo retorico e trionfalista che quel 19 e 72 in altura valeva meno dei tempi che nello stesso periodo Don Quarrie segnava ad altitudini inferiori. Mennea era fenomenale in quanto bianco, ma era tutt’altro che invincibile quando affrontava i neri.