Arena, quando Luciano Pavarotti
rinunciò ai vincisgrassi
a causa della dieta
MACERATA - Fabio Distefani e l’epopea indimenticabile delle comparse e del ‘sindacato autonomo’. Il grande Alfredo Kraus non rinunciò invece ad una spaghettata. I figuranti erano allora 350, tutti giovani maceratesi per i quali lo Sferisterio era una seconda casa. I ricordi di Alfredo Tabocchini
di Maurizio Verdenelli
Fabio Distefani, alias Juve, alias Amintore, lo chiamavano così gli amici dell’Oratorio Salesiano ad attestarne le grandi passioni: la società bianconera di Torino, e la politica -beninteso, quella di una volta, ancora capace di passioni autentiche!. Guai ad impegnarsi con lui in una disputa su vicende politiche o calcistiche, dei suoi beniamini. Instancabile lettore di quotidiani, Fabio era informatissimo e dispiegava un’oratoria arrembante e pirotecnica. All’incauto interlocutore non rimaneva che abbandonare il campo. Ora, non sappiamo chi avesse instillato in Distefani, di recente scomparso (leggi l’articolo) la simpatia per i colori bianconeri. Di sicuro la passione per la politica l’aveva ricevuta in eredità dal padre Otello, esponente di primo piano della Dc e presidente della Provincia (il giorno in cui fu rapito Aldo Moro, lui aveva appuntamento con lo statista e dopo qualche anno toccò anche a lui ricevere Pertini in visita a Macerata, nella settimana dedicata dal ‘Presidente Sandro’ alle Marche).
Calamitato dallo Sferisterio verso la metà degli anni ’70, Distefani junior, dopo un paio di stagioni di apprendistato venne promosso capocomparsa. Erano sue mansioni registrare le presenze, tener pronti i sostituti per rimpiazzare gli assenti ed i ritardatari, annotare le sanzioni pecuniarie irrogate per indisciplina, ritardi ingiustificati, danni arrecati al costume di scena. E’ bello ricordare questa epopea, indimenticabile per tanti ex giovani maceratesi, adesso alla vigilia di una nuova Stagione. Così tra le “mancanze” più innocue, tuttavia più ricorrenti, da parte dei figuranti ricordiamo quella di entrare in palcoscenico con occhiali o orologi oppure masticando chewing gum. Si suscitava così il pacato biasimo di “Micio” Gian Paolo Proietti, molto attento a questi dettagli (“Che ora è” chiedeva sornione all’incauto… centurione).La severità era solo ed in ogni caso di facciata: com’era consuetudine, al momento di ricevere la paga, gran parte delle multe venivano abbonate. Anche perché i compensi erano ridottissimi: 500 lire per le prove, 1.000 per la recita: “non bastavano neppure per togliersi il trucco di scena”: a vigilare sui pagamenti interveniva con la sua autorità di ex funzionario di Bankitalia, il dottor Odoardo Leoni.

Forza del destino del 1969: “Micio” Proietti, affiancato da due damigelle, riceve gli onori militari
Le prove duravano all’incirca dalle 16 alle 23. Poi erano comunicati gli orari per il giorno seguente prima dello “sciogliete le righe”. In arena rimanevano pochi irriducibili in compagnia degli addetti alle luci a commentare i fatti salienti della giornata e le notizie diramate da “Radio Sferisterio”, nonché a godersi il cielo stellato. Era la più bella gioventù maceratese “che aveva eletto lo Sferisterio per propria casa estiva e ne soffriva indicibilmente la mancanza quando la stagione finiva e la ‘casa’ chiudeva” ricorda Carlo Babini. Erano i tempi anche di Vincenzo Porzi, Marco Sigona, Giorgio Spaccesi e degli assessori comunali Davide Calise ed Antonio Corsalini, la ‘controparte’: tutti però uniti per le fortune del teatro all’aperto di ‘Macerata Granne’. Le comparse erano un esercito: 300/350 “a fare l’appello, DiSfefani impiegava mezz’ora buona”. Tutti uniti, rigorosi asl mandato avuto. “Non si pole” disse sbarrando la strada Mario Scorpecci, alla famiglia del grande maestro Rescigno che chiedeva di assistere all’anteprima di ‘Lucia’ con Josè Carreras nel ’75. Inutilmente la madre e i fratelli del direttore d’orchestra, peraltro impegnato sul palco, protestarono che preclusioni così neppure al Met di New York dov’erano conosciutissimi: non ci fu nulla da fare, a Macerata non passarono.
Infortuni sul palcoscenico, tanti. Non capitarono ad una comparsa (70 e 71) inappuntabile anche in quel ruolo: il giovane Cesare Spuri, ma ai figuranti di ‘Un Ballo in maschera’, sì!: Niente in confronto a quello che capitò ad Alfredo Tabocchini. In Mefistofele, si trovò con il mantello inchiodato a terra da una lancia, impossibilitato ad azionare il suo arco: un caso che aggiunto ad un altro (in Rigoletto era emerso molto a sorpresa in una delle ceste lungo il fiume) ne decretarono l’immediata espulsione da parte del direttore di palcoscenico, il leggendario Alberto Gualdoni. “Uscii dallo Sferisterio…per ritornarvi molti anni dopo nel mio ruolo di fotografo di scena: l’Arena era un po’ casa mia, non potevo starci lontano per troppo tempo! ” ricorda lui con un sorriso.
Il sindacato è stato attivo nel biennio 1979-80, e aveva lo scopo principale di far “lievitare” di qualche lira il compenso stabilito per le comparse. Nel 1967, alla ripresa della stagione lirica, le comparse percepivano 500 lire per ogni prova, e 1500 lire per le prove generali e le rappresentazioni. Del sindacato Fabio Distefani è stato promotore e segretario.

Fabio Distefani (terzo da sinistra) impegnato in una selezione di comparse presso la palestra di via Mameli: riusciva a cogliere l’aspetto ironico delle vicende. Quando, tra le comparse, scoppiava un qualsivoglia diverbio, si adoperava per smussare le asprezze e far dialogare di nuovo i contendenti. Sapeva come sdrammatizzare: aveva persino proposto l’istituzione di un premio da assegnare alla comparsa che, nell’arco della stagione, si fosse resa responsabile dell’errore più clamoroso
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Aida del 1969. Le guardie del faraone schierate in semicerchio, con al centro il signor Mellini, direttore di palcoscenico. Le guardie vestono una tunica di media lunghezza. Non così fortunati, i soldati che sfilano nel trionfo di Radames, indossano soltanto un risicato gonnellino: poco per ripararsi dal freddo pungente di certe serate. Schierati lungo il vicolo Sferisterio, dovevano restare immobili per oltre un’ora e mezza prima di entrare in scena. In più occasioni sono stati “rianimati” con un sorso di cordiale!

Una recita dell’Aida del 1973 con la partecipazione di oltre 300 comparse. L’appello, preliminare alle prove, durava oltre mezz’ora ed era necessario tutto l’impegno dei burberi capocomparsa, muniti di megafono, per ottenere un po’ di disciplina. Nel corso di una di queste prove, accadde che il tenore Casellato Lamberti, giovanile d’aspetto ed in tenuta casual, bruscamente invitato a sedersi nel settore di gradinata delle comparse, replicasse sorpreso “sto qui aspettando che il regista mi chiami!”. Suscitando il dubbio in un capocomparsa che, a scanso di equivoci, volle informarsi: “ma perché, che parte fai?”. “Radamès”, fu la risposta
Il contatto con personaggi famosi, in chi nutriva la passione del belcanto, induceva a qualche atteggiamento confidenziale. Così Pavarotti fu invitato in pizzeria, ma rifiutò anche i vincisgrassi, per motivi di dieta. Un invito a cena (in realtà una spaghettata, improvvisata a casa di uno dei capocomparsa) lo accettò invece Alfredo Kraus, il tenore dal fraseggio impareggiabile e dalla tecnica sopraffina che, dietro le quinte, in attesa di entrare in scena, non si sottraeva alle domande delle comparse e di altri “addetti ai lavori”. Kraus onorò quell’invito in compagnia della moglie, la signora Rosa Blanca: persone squisite che riuscivano a coniugare fascino, eleganza e semplicità.

Falstaff del 1976: spiritelli, folletti, pipistrelli e … la “quercia di Herne” : tutti uniti nel complotto per punire lo sfrontato protagonista

Carmen, 1974: un folto gruppo di comparse ad impersonare zingarelle, sigaraie e contrabbandieri armati di fucile: la migliore gioventù maceratese d’allora!




