Il carbone è diventato inutile
ma i “carbonari” ci sono ancora

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Un libro di Renato Pasqualetti induce a qualche riflessione sul mondo attuale. La nostalgia per un passato chissà se migliore del presente

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di Giancarlo Liuti

“Carbonari a Macerata a duecento anni dai moti del 1817” è il titolo di un libro nel quale Renato Pasqualetti descrive una fase breve ma molto vivace della storia cittadina, una fase che per il suo laicismo e il suo liberalismo si distingue nettamente da quella più nota, più tradizionale, più lunga e assai meno laica di “Macerata Civitas Mariae”. Sono passati due secoli da quei moti, che purtroppo, ahinoi, di movimento non ne ebbero molto: i congiurati avevano previsto di essere trecento ma se ne trovarono solo sessanta e la progettata insurrezione contro il potere pontificio fallì prima di cominciare per l’arresto di quei coraggiosi seguito da sentenze di condanna a morte o di ergastolo che poi, a mano a mano, divennero meno severe. La cosa più interessante e stimolante del libro di Renato mi sembra però quella da cui s’affaccia – mi sbaglio? – l’ipotetica e sottaciuta speranza che i “Carbonari”, a Macerata, ci siano anche oggi, e questo non può non suscitare una lieta sorpresa. Chi sono? Che pensano? Che sognano? Che idee hanno del mondo e della società in cui vivono? Non so se Renato condivida quanto sto dicendo, ma credo di sì. Conoscendolo, immagino infatti che pure lui sia, per l’appunto, un “Carbonaro” del Duemila.

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Renato Pasqualetti

Fantasie? Può darsi. Oggigiorno tutto è possibile e tutto è impossibile, magari dipende dalle condizioni meteorologiche. Torniamo allora al lontano passato e occupiamoci in generale della cosiddetta “Carboneria”, la società segreta guidata da Filippo Buonarroti che nella prima metà dell’Ottocento dette energia al repubblicanesimo e al socialismo italiano nel segno della libertà di pensiero e della giustizia sociale. Ma che c’entra il carbone? C’entra perché nel Settecento San Teobaldo – toh, un santo! – viveva in una baracca di montagna, campava estraendo e vendendo per l’appunto carbone e non faceva mistero del la propria dissacrante originalità di giudizio su tutto e su tutti. Ecco dunque la ragione per cui “carbonari” son chiamati, da allora, i suoi seguaci e i suoi imitatori.

Parola d’ordine: libertà di pensiero, ripeto, e giustizia sociale. Vedete le stranezze della vita? Il carbone sporca le mani ma pulisce – illumina? – le coscienze.
Chi conosce Pasqualetti sa che a prescindere da questo suo libro lui è stato ed è un “carbonaro” di razza: sempre di “sinistra” (una parola, questa, che attualmente si va sfilacciando in un centinaio di significati, fino a confondersi con la parola “destra”), sempre un po’ scettico nei confronti di chi tiene il potere – a volte l’ha tenuto pure lui, da assessore provinciale, ma non ha smesso di esserne scettico – e sempre sorretto da una visione della vita altalenante fra l’ottimismo, il pessimismo, l’ironia e l’esercizio del dubbio. Bravo, comunque, nel proporre e realizzare iniziative importanti, specie quando si batté in difesa della bellezza dei nostri numerosi teatri e quando fondò una rivista – “57”, i Comuni maceratesi – che fu apprezzata a livello nazionale. Ma i tempi non sono più quelli. E per sapere se sono migliori o peggiori bisogna fare una capatina nel grembo degli dei.


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