Neonato morto per l’echovirus
“Non c’è stata giustizia
La sorellina chiede ancora di lui”

TREIA - Il gip ha archiviato l'indagine nei giorni scorsi. "Il giudice dice che mancano le analisi sulla paziente che era in stanza con noi ed era malata. E così non si può fare niente" lamentano i genitori. Il legale: "Ci sono una serie di elementi gravi, precisi, concordanti. I processi non si fanno solo con la prova scientifica". La famiglia a Natale ha avuto un altro figlio: "E' venuto dal cielo, ma ci manca un pezzo di cuore"

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Roberto Carletti con la moglie Isabella Rapaccini

 

di Gianluca Ginella

C’è una bambina di sei anni che alla mamma e al papà chiede una cosa piuttosto semplice: vuole sapere dove sia il suo fratellino, Gianmarco. Un giorno capirà che non c’è più. Che è morto, il 30 novembre del 2013, otto giorni dopo essere nato, ucciso dall’echovirus. Per quella morte i genitori, Isabella Rapaccini, 45 anni, e Roberto Carletti, 47, entrambi di Treia, hanno chiesto giustizia: «ma non c’è stata». I genitori a Natale hanno visto nascere un altro figlio «è qualcosa che è venuta dal cielo, dopo quello che ci è successo. Siamo felici dei nostri due bambini ma Gianmarco è sempre qualcosa che ci manca – dicono – un pezzo di cuore». Sulla vicenda si erano aperte due indagini, la prima archiviata, la seconda ripartita su input del procuratore Giovanni Giorgio (leggi l’articolo), è stata anch’essa archiviata nei giorni scorsi dal gip Maria Annunziata Nocera su richiesta del pm Rosanna Buccini. «Non è giustizia questa» dicono i genitori di Gianmarco.

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Il piccolo Gianmarco

«Con questa archiviazione ormai è finita. Secondo il pm e il giudice non ci sono le prove che la persona malata che era in stanza con me e con mio figlio avesse il virus che poi ha ucciso Gianmarco – dice Isabella Rapaccini –. Io questa cosa la riassumo come una omissione di un atto dovuto, perché fare le analisi alla signora per capire che cosa avesse e perché le fosse venuta la febbre, era dovuto. Di fronte a questa omissione si regala l’impunità. Siccome non si può sapere se la paziente avesse il raffreddore o l’influenza perché non vennero fatte le analisi, allora non si può fare un processo». Il piccolo era nato all’ospedale di Macerata il 22 novembre del 2013, la notte del 26 aveva cominciato a sentirsi male e in seguito era stato trasferito al Salesi di Ancona. Secondo i genitori del neonato, dalle carte «emerge una duplice autodenuncia dei sanitari – dice Rapaccini –. Come l’annotazione di uno dei medici che dice che il bambino è in stanza con una persona malata. E poi c’è il primario che, quando viene sentito come persona informata sui fatti, dice che le procedure dell’ospedale stabiliscono che una persona malata non deve stare in stanza con altri. Eppure quando noi chiedevamo di essere spostati di stanza ci dicevano di non preoccuparci». C’è poi quello che dice l’infettivologa Cecilia Curi, nominata dalla procura e che chiarisce come l’echovirus che ha ucciso il neonato «in un adulto si manifesta come un banale raffreddore» dice ancora Rapaccini.

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I genitori di Gianmarco con l’avvocato Giovanna Matteucci

La prima «archiviazione è stata fatta su di una indagine molto ristretta – dice l’avvocato Giovanna Matteucci che insieme al legale Romina Tortolini assiste i genitori del neonato –. Il procuratore, su nostra richiesta, aveva riaperto una nuova indagine. Questa volta di più ampio spettro. Sono state riscontrate molteplici omissioni, il procuratore aveva suggerito anche che venisse svolta una nuova consulenza medico legale, cosa che però non è poi stata fatta. E’ vero che oggi, come a distanza di un anno dal fatto, non è più possibile avvalersi della prova scientifica – continua il legale –. L’analisi che manca è quella della paziente malata della stanza. Questa è la prova scientifica principe che non possiamo avere e per questo il giudice ha deciso di archiviare. Ma abbiamo una serie di elementi gravi, precisi, concordanti e convergenti che secondo noi potevano servire a sostenere l’accusa in un processo. Il compito del medico non è neutralizzare il rischio ma di ridurlo. In questo caso ci sono una serie di condotte che provano che il rischio di contagio non si è ridotto e il bambino si è ammalato in ospedale e in quella stanza. Non è che i processi si fanno solo con la prova scientifica». Invece, il gip «Nocera ha accolto la richiesta di archiviazione del pm, dicendo che non si può aprire un processo perché all’epoca non furono fatti gli accertamenti necessari e utili – dice il legale – Il pm e il giudice cercano la prova che è impossibile avere». Chiusa la parte penale, per quella civile è stata fatta, nel 2013, una istanza di apertura di sinistro ed è stata protocollata la richiesta di risarcimento. A distanza di quattro anni, dopo una mezza risposta nel 2015, la famiglia ancora attende di sapere se ci sarà il risarcimento. E intanto la primogenita della coppia è cresciuta. «La bambina dice “perché Gianmarco non sta con noi?”» racconta la mamma. Intanto è arrivato, a Natale, un altro figlio: «Secondo noi è venuto dal cielo. È stata una grazia infinita – dice Rapaccini –. Ho vissuto con terrore la gravidanza, vivo con terrore questi primi mesi. Con Gianmarco dal paradiso siamo arrivati all’inferno nell’arco di tre secondi. È qualcosa che ti sconvolge per tutta la vita». «Noi abbiamo un negozio a Treia, siamo artigiani – dice Roberto Carletti –. Siamo felici perché abbiamo due bambini, ma un pezzo manca sempre, non è che non ci pensi più. Ci sono rimaste solo le foto. È un pezzo di cuore che non ritorna più».


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