Macerata parte per l’Oriente
VERSO IL SOL LEVANTE - Iniziato il viaggio del Macerata Opera Festival con il musicologo Piero Mioli. Primo di una serie di incontri per la neonata Associazione Amici dello Sferisterio
di Maria Stefania Gelsomini
Debutto in grande stile per la neonata Associazione Amici dello Sferisterio all’Auditorium dell’Asilo Ricci di Macerata, che dovrebbe presto convertirsi in Casa della Musica. Con la conferenza del musicologo Piero Mioli, è iniziato ieri sera ufficialmente il viaggio in Oriente del Macerata Opera Festival 2017. Mioli, nel suo intervento intitolato “Dal Nilo al Sol Levante. Il viaggio drammaturgico di Verdi e Puccini all’epoca e nella moda dell’Esotismo”, ha percorso un lungo excursus nella storia del melodramma per rintracciare le radici dell’interesse per i temi esotici in Verdi e Puccini e in particolare nelle opere che verranno rappresentate allo Sferisterio nella prossima stagione, ovvero Aida, Madama Butterfly e Turandot.
Insieme alla presidente dell’Associazione Amici dello Sferisterio Lucia Rosa e alla presidente di Sferisterio Cultura Marilena Sparapani, che hanno predisposto insieme un calendario intrecciato di eventi da qui a fine aprile, all’incontro erano presenti anche il direttore artistico del Macerata Opera Festival Francesco Micheli e il sovrintendente Luciano Messi. Lo scopo di questi incontri, come ha sottolineato Micheli, è di “riappropriarsi con consapevolezza di un patrimonio prezioso, per sognare una presenza sempre più attiva dei maceratesi fuori e dentro lo Sferisterio”.
Ma cosa accomuna tre opere tanto distanti come Aida, Madama Butterfly e Turandot? Tra loro corre un cinquantennio: la prima è del 1871, la seconda del 1904 e la terza del 1924 (ma rappresentata nel 1926 perché incompiuta). Il melodramma, ultimo prodotto della cultura rinascimentale e primo prodotto della cultura barocca, nasce a Firenze oltre quattrocento anni fa come opera cortigiana, per pochi, e ha come protagonisti divinità e figure mitologiche perché il canto era considerato proprio degli dei e non dei comuni mortali. Il belcanto era qualcosa di divino, non di quotidiano. Lo stesso Metastasio, librettista principe del Settecento, scrive episodi della storia greca e romana, ma scegliendo personaggi lontani. Allora però, un libretto su soggetto orientale, trans-mediterraneo, remoto veniva musicato più e più volte, fino a ottanta addirittura, perciò ne circolavano tante varianti. Anche Rossini sceglie ambientazioni lontane e non verificabili, come l’Aureliano in Palmira, la Semiramide, Ciro in Babilonia, così come prima di lui aveva fatto Gluck, con Orfeo e Euridice ma anche con Ifigenia in Tauride. L’opera, come ha evidenziato il professor Mioli, “nella sua bellezza e nel suo realismo sentimentale ha preferito allontanarsi nel tempo e nello spazio, là dove si trova più a suo agio”. Poi irrompe la straordinaria stagione romantica italiana, con Bellini, Donizetti e il primo Verdi, un’eccezionale fioritura che comporterà un certo tasso di realismo, mentre all’estero, specie in Francia e in Germania, il filone esotico continua, dal Flauto magico di Mozart alle opere di Wagner (Le Fate, la tetralogia, Tristano e Isotta).
Verdi, per il libretto di Aida, contatta uno scrittore minore, l’avvocato Antonio Ghislanzoni. Aida, spiega Mioli, “è un’opera molto fraintesa, a causa della presenza del momento esplosivo centrale della marcia trionfale. In realtà, l’opera inizia con un tema remoto e termina con un finale tenue, lontano. Si fa fatica a confrontarla con le opere precedenti di Verdi e con la sua trilogia popolare, ma lui voleva cambiare. L’Aida fu un grande successo e una novità assoluta per molto tempo.” La volontà di cambiare di Verdi è testimoniata anche dalla sua produzione successiva, con la Messa da Requiem del 1874 (in onore di Alessandro Manzoni morto l’anno prima), col Simon Boccanegra del 1881, opera parzialmente nuova, e poi con la novità dell’Otello del 1887. “Per capire Aida – spiega Mioli – dobbiamo ricordarci dell’opera tedesca e soprattutto della Grand Opéra francese, che contiene già gli elementi di spettacolarità all’interno dell’opera, come i balletti, che in Italia non esistevano. E infatti in Aida ci sono i balletti. Anche Meyerbeer muore nel 1864 e lascia un’incompiuta: L’africana. In Aida Verdi fa uso del concetto di esotismo non solo nei personaggi ma anche dal punto di vista musicale. Se i primi atti dell’epoca finivano in genere coi grandi concertati, in Aida tutto è cambiato, il dramma si sospende per un attimo e c’è un coro delle sacerdotesse lontano, ondeggiante, che richiama l’Oriente. Anche nel terzo atto Aida canta “Oh cieli azzurri” sulle note dell’oboe, che evocano l’idea del notturno e atmosfere lontane.”
Puccini sceglie di musicare la vicenda di Madama Butterfly dopo aver assistito a Londra alla rappresentazione dell’omonima opera del drammaturgo americano Belasco. Mioli definisce l’esotismo pucciciano “molto francese”. Inquieto, insicuro, rompiscatole, nevrotico e sempre scontento, Puccini briga per trovare qualcuno che fosse stato personalmente in Giappone (in questo caso un ex ambasciatore italiano) per documentarsi minuziosamente su musiche, usi e costumi di quel paese lontano. Cosa che farà poi anche per la Cina in Turandot. Così riesce a intessere le sue partiture con quelle sonorità e quelle melodie di origine giapponese ma anche con altre simili di sua invenzione (come i famosi fischi di uccelli e la canzone del ciliegio). La sua opera successiva nel 1910 è la Fanciulla del West, permeata di un “esotismo occidentale”, poi La Rondine, il Trittico e infine Turandot, l’ultima grande incompiuta, ancor più mastodontica e ricca di temi della Butterfly. I momenti di musicalità cinese sono presenti all’inizio dell’opera e soprattutto negli interventi duri, rigidi e quasi disumani di Turandot, sottolineati dal carillon e dal gong. Turandot è un grande capolavoro, conclude il noto musicologo, ma non è “l’ultima opera italiana, come è stata definita. Questo è un insulto per i compositori italiani successivi, da Pizzetti a Dallapiccola a Malipiero, fino ai viventi.”

In un tale momento di emergenza terremoto nelle Marche, a Macerata, e nel maceratese ,a ben 6 mesi dal sisma, dove in molti Comuni ancora si cammina tra macerie e case inagibili, mancano tetti per le persone e ricoveri per gli animali, cara Gelsomini, non ce ne pò fregà de meno, ora, dello Sferisterio, dell’Opera e la sua esportazione in Oriente.Con tutto rispetto per l’arte, è una mera questione di priorità. Così come per la messa in sicurezza delle Opere d’arte prelevate dalle chiese delle Marche. PRIMA LE PERSONE, se permettete, poi tutto il resto, Meglio due righe sui manuali di storia dell’arte di un capolavoro perduto a causa di un evento sismico, che una lapide in un cimitero di una vittima umana. A mio avviso.