
Da sinistra: l’avvocato Stefania Cinzia Maroni, la direttrice dell’Accademia, Paola Taddei , l’avvocato Vando Scheggia e il presidente dell’Accademia Evio Hermas Ercoli

Vando Scheggia
di Gianluca Ginella
(Foti di Lucrezia Benfatto)
Nessun furbetto all’Accademia di belle arti di Macerata: questa la conclusione tratta da pm e gip che hanno archiviato l’indagine che coinvolgeva 17 docenti rei – questa l’ipotesi – di essersi assentati dal lavoro senza passare il badge e in questo modo continuando a figurare presenti e percependo lo stipendio pur essendo assenti. Da qui la contestazione di truffa a danno dello Stato. Orari alla mano i difensori dei docenti, gli avvocati Vando Scheggia e Stefania Cinzia Maroni, hanno dimostrato che gli insegnanti hanno svolto regolarmente il loro lavoro: dovevano fare 324 ore l’anno e queste – e anche di più – ne hanno fatte. «Quello che abbiamo spiegato con una memoria difensiva al pm è che gli insegnanti non sono come gli impiegati, non sono soggetti ad un orario giornaliero, ma devono rispettare un monte ore annuo» ha detto l’avvocato Scheggia. Aggiungendo: «i professori hanno abbondantemente superato le 324 ore l’anno. L’origine dell’inchiesta è stata la denunciata della direttrice amministrativa dell’Accademia, Vera Risso, che dopo che avevamo presentato la nostra memoria difensiva, ha però ammesso che era corretto quanto sostenevamo noi». I difensori hanno dimostrato che anche se qualcuno «sporadicamente» dimenticava di timbrare il cartellino, questo non aveva alcun collegamento con una «ipotesi di furbesca evasione dall’obbligo lavorativo». In base a quanto emerso nel corso delle indagini il pm Cristina Polenzani ha chiesto l’archiviazione che è stata disposta dal gip Domenico Potetti.

L’avvocato Stefania Cinzia Maroni
«Vorrei fosse chiaro – sottolinea l’avvocato Maroni – che i docenti non se la sono scampata per un inghippo, non dovevano nemmeno essere indagati. Non c’erano gli elementi perché fossero indagati». Una indagine durata un anno e che è stata vissuta male in Accademia e dai professori che sono stati coinvolti. «L’indagine ha portato scompiglio nelle loro famiglie – dice l’avvocato Scheggia –. Tutti erano tranquilli, ma se oggi anziché un decreto di archiviazione fosse arrivato una richiesta di rinvio a giudizio per i docenti significava venire sospesi dal lavoro. I docenti ci hanno chiesto come ottenere un risarcimento per quello che hanno subito, su questo valuteremo». L’Accademia comunque è stata a fianco dei propri docenti fin dal momento in cui è stata scoperta l’indagine.

Paola Taddei
«Abbiamo deciso di stringerci ai nostri docenti perché, pur nel rispetto delle indagini, sapevamo che si trattata di un errore clamoroso – dice la direttrice dell’Accademia, Paola Taddei –. Ero consapevole che i docenti avevano fatto il loro lavoro, anche bene e in abbondanza, e che erano innocenti. Non potevo certo immaginare che fosse stato il nostro direttore amministrativo a denunciarli. Probabilmente non è a conoscenza del tipo di contratto che hanno i nostri docenti». Dopo l’archiviazione però il caso non è chiuso. «Andremo a Roma al ministero, non possiamo rimanere così. C’è una situazione da dover affrontare e il ministero dovrà farsene carico. Non ci possono lasciare in questa situazione. Quello di direttore amministrativo è un ruolo importante e ci vuole un rapporto di fiducia e di collaborazione».

Evio Hermas Ercoli
«Oggi festeggiamo questo risultato grazie a tre condizioni – dice il presidente dell’Accademia di Belle Arti, Evio Hermas Ercoli –. Una grandissima onesta intellettuale della procura, una grandissima capacità professionale dei nostri legali, e il fatto che Cda e Consiglio accademico si sono schierati a fianco del personale che aveva avuto questa indagine. Resta però un parossismo: da un lato c’è l’eccellenza che offre la nostra Accademia ai suoi iscritti e dall’altro c’è chi all’interno rema contro».
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