La Macerata invisibile
che sta nel sottosuolo
Da anni l’architetto Iommi la rende visibile con le sue straordinarie scoperte. L’alleanza fra ragione e passione nella ricerca della verità. Ma attenti all’eccesso d’irrazionale come nel caso della Maga Sibilla
di Giancarlo Liuti
Si sarà notato che nella vita pubblica italiana il concetto di verità ha ormai perduto ogni valore, nel senso che qualsiasi affermazione – perfino nei dati numerici sull’economia – comunicata come vera e presentata con autorevoli argomenti viene immediatamente dimostrata falsa con argomenti altrettanto autorevoli, per cui a noi povera gente comune non resta che vagare disorientati fra le tante opinioni di presunti esperti – esse stesse, in quanto congetture personali o di parte, lontane dalla verità – e magari decidere, triste destino per la democrazia, di non andare più a votare.
Con ciò non intendo dire che distinguere fra il vero e il falso sia una facile impresa. Al contrario. E nel corso dei secoli ce l’hanno dimostrato i filosofi, il cui compito consisterebbe proprio nel farla, tale distinzione, ma ciascuno di loro ha via via elaborato una teoria di verità diversa dagli altri, la qual cosa contraddice l’idea stessa di verità che per essere vera dovrebbe essere una e solo una. Questo limite, però, sta nella natura umana e ci sta fin dalle origini, tanto che ce l’avevano pure Adamo ed Eva, indecisi se credere alle verità del Creatore o a quelle di Lucifero che gli si presentava in forma di serpente.
Ma per avvicinarci alla verità, un cammino, questo, affidato a una virtù naturale che sta nel nostro cervello e si chiama ragione, può venirci in soccorso qualcosa di altrettanto naturale che sta invece nel nostro cuore e si chiama passione, ossia abbandono ai moti dell’animo, alla fantasia, all’immaginazione, al sogno. Diceva il grande Pascal: “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non ha”. La sola ragione, insomma, non basta. Essa ci porta a troppe verità che si smentiscono a vicenda. Ma non basta la sola passione, il cui rischio è di condurci a illusioni, a castelli in aria, a chimere.
Veniamo a Macerata. L’architetto Silvano Iommi iniziò, sedici anni orsono come assessore della giunta di Anna Menghi, a occuparsi del sottosuolo della città partendo dalla superficie, cioè dalle fonti -numerose, antiche, esteticamente pregevoli ma abbandonate al dilagare della vegetazione e alla noncuranza dei poteri pubblici – che si trovano immediatamente a valle del centro abitato e in passato furono usate come lavatoi e abbeveratoi. Ma ben presto questo suo interesse professionale e culturale si estese all’’invisibile che si nascondeva – e si nasconde – nelle viscere di Macerata, sotto i suoi palazzi, le sue piazze, le sue vie. Da architetto, dunque, a speleologo e finanche, oso dire, a rabdomante, calandosi dai seminterrati, dalle cantine, dai pozzi.
E’ molto tempo, ormai, che Iommi si dedica a questo non comunissimo impegno e i risultati non mancano con la scoperta di un continuo reticolo di cunicoli, cisterne e grotte che almeno dal quindicesimo secolo attraversa in ogni direzione le viscere cittadine sotto piazza della Libertà, piazza San Giovanni, via Garibaldi, via del Convitto, via Crispi, via Santa Maria della Porta. E non si tratta soltanto di scoli per acque piovane ma anche di passaggi percorribili per fini strategici e militari – così Iommi suppone – allo scopo di fuggire da incursioni esterne o per prendere quei nemici alle spalle e obbligarli alla resa. Una sorta di città invisibile, insomma, che è ancora da rivelare del tutto. E Iommi, anno dopo anno, continua. Cos’è che lo guida? Certamente la ragione, la sua cultura professionale, la sua maestria nel conoscere le tecniche e gli strumenti. Ma, forse, anche qualcosa che gli sta nel cuore fin dall’inizio, qualcosa d’irrazionale che, come prima dicevo, nasce da un moto dell’animo, finanche dalla fantasia, dall’immaginazione, dal sogno. Qualcosa che d’intesa con la ragione della mente l’ha aiutato ad avvicinarsi alla verità e a portarla alla luce. E ripenso a un libro che Italo Calvino scrisse nel 1972 e per l’appunto s’intitola “Le città invisibili” che Marco Polo immaginariamente descrive all’imperatore cinese dopo il suo lunghissimo viaggio da Venezia a Pechino. Una delle quali, grazie a Iommi, sta man mano diventando visibile.
Ma attenzione. Nella ricerca della verità l’alleanza fra le ragioni della mente e quelle del cuore può certamente aiutare, a patto però che la passione non si conquisti tutto il campo, la qual cosa è recentemente accaduta sulle pendici del Monte della Priora, nei Sibillini, con la presunta scoperta, documentata addirittura in fotografia, del volto della leggendaria Maga Sibilla, nel cui antro si favoleggia che finì con alterne fortune il Guerin Meschino, un cavaliere errante protagonista dei miti letterari del Quattrocento. Tale scoperta sarebbe stata fatta dal gruppo “The X plan” formato da tre ragazzi umbri allo scopo di svelare misteri. Dice Diego Antolini, il loro portavoce: “Noi, che studiamo folclore, astronomia e scienze antiche, siamo da sempre interessati anche alla presenza su questi monti della Sibilla e per l’appunto ci siamo diretti nella zona guidati da calcoli astronomici e numerologici”. Risultato? Una serie di fotografie – ed ecco, secondo loro, la verità oggettiva, la verità vera – che mostrerebbero una supposta Sibilla urlante e con gli occhi sbarrati al fine di metterci in guardia contro il nostro scarso rispetto dell’ambiente naturale. Fantasie? Ovviamente sì, ma rese vere – sta qui la chimera – dall’indiscutibile oggettività della macchina fotografica, che invece potrebbe rappresentare solo giochi di luce, ombre, avvallamenti, crinali, pieghe della roccia, tratti di verde. Tutto il rispetto per quei ragazzi, intendiamoci, e per la loro passione. Ma perché tirare in ballo la scienza dei numeri e dell’astronomia, che invece appartiene alla mente e rifiuta le ingannevoli visioni dei sogni?




La Sibbilla
Ecchen’un’antra nova che mme porti!
Mo ar monno nun c’è stata la Sibbilla!
Ma nun zentissi er giorno de li Morti
come lo disce chiaro la diasilla?
Tu abbada ar coro de sti colli-storti,
cuanno, piú è grosso er moccolo, ppiú strilla;
e ddoppo du’ verzetti corti corti,
sentirai che vviè ffora una favilla.
Appresso alla favilla esce una testa,
ch’è la testa de Davide; e in ner fine
viè una Sibbilla, e cquella antica è cquesta.
Va bbe’ che cqueste sò storie latine;
puro la concrusione è llesta lesta:
la Sibbilla c’è stata, e abbasta cquine.