Martellata a titolare della Men’s shoes, i giudici: “Versione difesa più credibile”
CORRIDONIA - Nelle motivazioni della sentenza di condanna per Mauro Moroni viene spiegato perchè il reato è stato derubricato da tentato omicidio a lesioni gravissime. Nella scelta le testimonianze divergenti e la posizione del martello
Martellata al datore di lavoro, le motivazioni della sentenza a due anni e sei mesi decisa dal Tribunale di Macerata per Mauro Moroni che il 22 febbraio del 2008 ferì l’imprenditore Enzo Verdicchio, titolare della Men’s shoes di Corridonia. I giudici per prima cosa, citate le varie versioni dei fatti emerse al processo, hanno chiarito la loro decisione di derubricare il reato da tentato omicidio a lesioni gravissime. Tra le varie versioni ritengono che «appaia più credibile la versione offerta dalla difesa (lancio del martello a seguito di provocazioni e non colpo sferrato brandendolo con la mano). Si deve infatti osservare – scrivono – che appare inspiegabile come taluno (Moroni, ndr) di fronte ad ordinarie sollecitazioni ad eseguire correttamente il proprio lavoro reagisca sferrando una martellata al capo del proprio datore di lavoro». Questo in primis. Poi citano una contestazione mossa dalla difesa alla figlia di Verdicchio, Lucia, che in un comunicato stampa aveva scritto, replicando al difensore di Moroni (l’avvocato Federico Valori) che il padre non avrebbe scagliato una scarpa con dentro una forma ma una parte di calzatura».
Sentita nel corso del processo, alla domanda posta dalla difesa, «si è mostrata elusiva (“forse la parola scagliata l’ho scritta e non è corretta, ha mostrato la scarpa”)». I giudici hanno poi esaminato la posizione dove venne trovato il martello dai carabinieri, vicino al luogo dove si era accasciato Verdicchio, mentre la moglie Mariella Bellesi, «ha riferito che l’imputato dopo aver colpito Verdiccio ridiscendeva dalla propria parte e lasciava cadere il martello ai suoi piedi (e quindi logicamente dalla sua parte della manovia)». Poi citano la testimonianza del medico che raccolse le parole di Verdicchio nell’immediatezza «riferiva: “colpito da un martello da calzolaio lanciatogli da un dipendente durante il lavoro”». I giudici non ritengono attendibile quanto riferito da Moroni che aveva detto di aver lanciato il martello per disfarsene e andare via, ma la sua condotta era «dettata dalla volontà di colpire Verdicchio», come reazione «alle ingiurie subite ed al lancio della scarpa ricevuto». «Irrazionale» secondo i giudici l’ipotesi omicida: «all’interno di una fabbrica e davanti a tutti gli operai». Ma si trattò della reazione con un «gesto altrettanto e più violento alle offese verbali e fisiche ricevute» dicono. I giudici, infine, hanno trasmesso la sentenza alla procura «atteso – scrivono – che la totale divergenza ed incompatibilità tra le deposizioni induce a ritenere la sussistenza del reato di falsa testimonianza in capo a taluni dei dichiaranti».
«La sentenza accoglie la nostra ricostruzione dei fatti come ci siamo affannati a sostenere sin dall’inizio. Riteniamo comunque che le attenuanti dovrebbero essere superiori alle aggravanti e non equiparate come hanno sostenuto i giudici nella sentenza e questo sarà oggetto di appello, ma solo per la determinazione della pena perché per il resto siamo soddisfatti della sentenza – dice l’avvocato Federico Valori –. Mi rifaccio alle parole usate in aula da Moroni: ha detto di voler pagare per quello che ha fatto, oggi gli è stato presentato il conto. Ci domandiamo se analoga severità non sia opportuna anche verso coloro che hanno tentato di aggravare in modo inaudito la posizione di Moroni alterando la verità».
(Gian. Gin.)
