Crisi al femminile:
donne senza lavoro e meno pagate
Il sindacato mette in luce gli aspetti occupazionali e salariali che incentivano la disparità di genere. Una ragazza su due è disoccupata e anche chi lavora guadagna 2mila euro in meno dei colleghi uomini
La crisi ha contribuito ad aumentare il divario tra uomini e donne nel mondo del lavoro, secondo i dati raccolti dalla Cgil esiste una grave disparità sia legata ai licenziamenti che alle retribuzioni. Una crisi pagata a caro prezzo dal gentil sesso, il primo ad essere espulso dal mondo del lavoro e l’ultimo a rientrarvi. Per evidenziare questa problematica sociale è stato scelto lo slogan “La disuaglianza non paga” considerando che nella provincia di Macerata nel 2014 gli occupati sono stati 132mila di cui 58mila donne e 74mila uomini. Problemi soprattutto legati alle gravidanze che costringono a lasciare il posto di lavoro, ma anche ai costi eccessivi dei servizi per la prima infanzia e agli ostacoli al reinserimento nel mondo del lavoro. Sulla stessa linea anche i dati regionali. Nel 2014 le donne licenziate nelle Marche sono state 10mila che hanno portato a 40mila il numero delle donne in cerca di un lavoro che non riescono a trovare, raddoppiando i dati di 10 anni fa. Il tasso di disoccupazione femminile raggiunge il 12,7%, tra i più alti delle regioni del Centro-Nord, e drammaticamente alta è la disoccupazione delle giovani donne balzata al 40,9%: dunque una ragazza su due vive il dramma e la frustrazione di cercare inutilmente lavoro. Donne che ogni giorno si misurano con un lavoro che non c’è o è precario, discontinuo, incerto, sottopagato, povero e senza tutele. Donne costrette a fare i conti con diseguaglianze occupazionali e di reddito ulteriormente aggravate dalla crisi che ha spinto anche l’Unione Europea a lanciare la campagna “Equal Pay Day” per la parità salariale. Anche nelle Marche, la disparità nei settori privati, arriva a livelli insopportabili. Secondo gli ultimi dati dell’Inps, le 188mila lavoratrici dipendenti percepiscono una retribuzione lorda media annua di 14.600 euro a fronte di 21.500 euro percepiti dagli uomini. Dunque, non solo le lavoratrici marchigiane hanno retribuzioni piuttosto inferiori alla media nazionale (2.100 euro annui in meno), ma soprattutto percepiscono 6.900 euro lordi annui meno degli uomini con conseguenti ripercussioni negative anche sulle loro pensioni. In altri termini, una lavoratrice dipendente riceve una retribuzione media lorda giornaliera di 64 euro, pari a 25 euro in meno rispetto ad un uomo (-39%). Differenze notevoli dovute solo in parte al maggior ricorso al part time da parte delle donne, ma soprattutto ad una maggiore precarietà e minore durata dei contratti, a un’occupazione fatta di lavori più poveri. Differenze ancora consistenti, nonostante la crisi abbia ridotto il ricorso allo straordinario e al salario accessorio, spesso commisurato al tempo lavorato, fattori che penalizzano le donne. Ma in ogni caso si tratta di differenze che parlano di un modello produttivo e sociale ancora troppo svantaggioso per le donne e che non valorizza le competenze e le energie espresse dal lavoro femminile. Un sistema con troppi elementi di arretratezza che vanno rimossi. Questo 8 marzo la Cgil invita a raccogliere l’appello dell’attrice americana Patricia Arquette, che nel ricevere l’Oscar, dedicandolo a tutte le donne, ha dichiarato: «Adesso è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte e la parità di diritti per tutte le donne».
Ritengo che le associazioni femminili dovrebbero insistere su queste problematiche e non impegnare le loro risorse contro la pubblicità di un locale notturno ……………LA DIFFERENZA DI TRATTAMENTO tra uomini e donne è questa la vera vergogna p.s.questo vale anche per il sindaco Corvatta………………
I soliti piagnistei FALSI E OPPORTUNISTICI di un nazifemminismo misandrico che, come un tumore maligno si propaga all’infinito, senza un rimedio efficace per abbatterlo.
Uno dei metodi per capire la falsità del femminismo è l’osservazione: basta infatti entrare in un qualsiasi locale pubblico, negozi vari, bar, pizzerie, ristoranti, ma anche banche, assicurazioni, uffici o enti pubblici come le Poste o il Municipio, per constatare che il personale per un buon 90% e anche più, è tutto al femminile.
Dunque di quali fantomatiche disoccupate il nazifemmismo va starnazzando?
Un’altra menzogna femminista è la differenza di trattamento salariale, menzogna esorbitante perchè proibita dalla legge, ove qualsiasi datore di lavoro verrebbe denunciato e punito severamente, a meno che non si lavori in nero.
Mentre degli uomini disoccupati nessuno parla, come nessuno parla dei numerosissimi padri separati ridotti sul lastrico da una ex-moglie malvagia e opportunista, con la complicità di una magistratura schierata dalla parte femminile con giudici che interpretano le leggi, o che omettono l’applicazione dell’affido condiviso.
Possibile che quando due divorziano la colpa è sempre e comunque di lui? Come mai nessuna donna è mai diventata clochard dopo un divorzio?
Altra cosa di cui nessuno parla sono le morti sul lavoro al 100% maschili in quanto gli uomini svolgono i lavori più pesanti, sporchi, logoranti e pericolosi, ove nessuna femminista invoca le quoterosa ad alta voce, in questo caso le donne che prima si dichiaravano infinitamente più intelligenti e anche più forti fisicamente, come per incanto ritornano ad essere il sesso debole, guarda caso quando si tratta di guadagnarsi la pagnotta con il sudore delle fronte….
Ma la colpa maggiore è di noi uomini (io no, parlo degli uomini in generale) che finchè non ci sbattiamo il muso con una separazione dormiamo tranquilli e beati. E lorsignore ne approfittano ridendo della nostra fesseria.
Sveglia uomini!!
Intanto iniziamo a non sposarci più, cosi’ vediamo quanto realmente lorsignore riescono a cavarsela da sole, senza il tanto odiato MASCHIO.
STOP AL NAZIFEMMINISMO MISANDRICO.