Macerata “blindata”
Quelle verità sepolte
nelle macerie della guerra

La città venne bombardata altre due volte dalla Raf prima del tre aprile di settant’anni fa. La inedita testimonianza del prof. Nino Ricci all’inaugurazione della mostra “Correva l’anno …1944”. Un semicingolato dell’esercito Usa davanti al Comune come subito dopo la Liberazione. Tanti reperti storici agli Antichi Forni. “Il prossimo anno un’altra mostra sul ’43 e ‘44” annuncia Vittorio Zazzaretta. La presentazione dell’evento in Comune a cura del prof. Angelo Ventrone e di Annalisa Cegna
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Il blindato esposto oggi in piazza della Libertà, davanti al Comune

Il blindato esposto oggi in piazza della Libertà, davanti al Comune

 

La mostra agli Antichi Forni

La mitragliatrice che si trovava sulle torrette di avvistamento del lager Dachau

di Maurizio Verdenelli

“Non andò mica così”. Non era la prima volta (anzi!) che in redazione al ‘Messaggero’ arrivavano smentite, rettifiche (purtroppo, talvolta, anche querele) ma quella, un quarto di secolo fa, fu davvero importante, fondamentale per la Storia della Liberazione di Macerata. Davanti a me un gentilissimo signore, il maresciallo in congedo dell’esercito, il parà Giovanni Minischetti, romano d’origine, trapiantato a Penna San Giovanni con la moglie, del posto. “Non andò mica così” continuò il maresciallo Minischetti “a liberare Macerata fummo noi della Nembo dopo aver sbaragliato i tedeschi sul Chienti a Colbuccaro”. Il fatto d’arme, di cui fino a quel momento gli storici ignoravano l’esistenza, era stato cruento: la mitraglia della Wermacht che teneva la riva del fiume aveva falciato quella mattina (ore 11.30 l’attacco) del 21 giugno 1944 la prima fila della Nembo che qualche giorno più tardi si sarebbe nuovamente ricoperta di gloria a Filottrano. Ventiquattro furono i caduti. Nove giorni più tardi il capoluogo venne liberato.
La Storia di Macerata fu riscritta rispetto a quel comunicato che anno dopo anno, l’ottimo capo ufficio stampa di allora del Comune, l’indimenticabile Fabrizio Liuti, distribuiva a giugno alle redazione con l’unica avvertenza di cambiare la conta dell’anniversario della Liberazione della Città affidata agli uomini della Banda Niccolò. La notizia, quell’anno, sul ‘Messaggero’ non era sfuggita Minischetti. Che con una raccolta di fondi personale e con la generosa disposizione di Roberto Massi, 21 anni aveva realizzato sul luogo di quel sanguinosissimo scontro un bel monumento che la violenza delle acque, due anni fa, ha poi danneggiato (il restauro è ora affidata alla generosità di un altro reduce di quel fatto d’arme: un reduce di San Ginesio).
La Storia della Liberazione di Macerata ha dunque sofferto fino a ieri di molte ‘dimenticanze’, spesso poco innocenti. E’ come se la Città avesse voluto lasciare alle spalle quegli anni turbati dal caso Scorpecci, lo spazzino Dante, uno dei Civili della RSI, linciato alle ‘Casette’ l’11 maggio 1945, al suo ritorno a casa. “Ti faccio fare la fine di Scorpicciu” fu per decine d’anni uno dei detti popolari più terrifici più comuni a Macerata.

blindato

Stesso luogo, 70 anni di differenza in queste due foto che ritraggono il blindato Usa a difesa della piazza nel 1944 e l’esposizione di oggi

Il prof. Nino Ricci

Il prof. Nino Ricci

Ed oggi questa Storia della Liberazione ‘in fieri’, mai scritta, si è arricchita da un’altra autorevole testimonianza, in occasione dell’inaugurazione dell’imperdibile mostra documentaria “Correva l’anno …1944 – La guerra in casa” agli Antichi Forni fino a venerdì prossimo. Una testimonianza che viene dal professor Nino Ricci: “Ricordo perfettamente ben due bombardamenti prima di quello del tre aprile 1944 da parte di 35 aerei della Raf che causarono 110 vittime civili, molti i bambini, 15 militari e molti feriti”. Tra questi anche l’Elvio Ferretti (che fu amputato ad una gamba), padre di Dante. “Pensavamo che il bambino, di appena un anno, fosse morto sotto le rovine della casa distrutta” ricordava Benito Lelli, il cognato “lo trovammo sotto la ‘ciuca’ (detriti ndr): lo aveva salvato, dato che era molto piccolo, una trave a mò di arco sopra di lui”. E così venne salvato il genio maceratese, 3 premi Oscar che avrebbe tenuto per sempre nel suo Dna quella terribile esperienza, presentendo appena qualche ora e fuggendo da Manhattan la mattina dell’11 settembre 2001 alla vigilia di un contratto per il film “Ritorno a Cold Mountain” diretto da Anthony Minghella.

mostra guerra mondiale (1)

La mostra agli Antichi Forni

cartolina liberazione

Il disegno degli allievi dell’Ipsia Corridoni di Macerata

“Bombardamenti, ancora, da parte della Raf” ha puntualizzato il prof. Ricci. Un fatto di cui a Macerata si era perduta la memoria storica e che è riemersa grazie ad un uomo cui la cultura maceratese deve tantissimo, essendo stato per molti anni direttore della Pinacoteca e al quale il Comune ha dedicato lo scorso anno a palazzo Buonaccorsi una grande antologica. Una segnalazione dunque importante che speriamo venga inscritta nella storia cittadina anche se questa ha perduto di recente un ‘pater’ come Libero Paci. Dell’atroce ‘fuoco amico’ di 70 anni fa invece è stato adeguatamente storicizzato e molte polemiche a metà degli anni ’90, essendo sindaco Gian Mario Maulo, suscitò l’udienza concessa ad uno dei piloti della Raf, un cortese signore inglese dai cappelli rossicci, puntualmente ‘immortalati’ dai fotografi fatti accorrere mentre insieme con il primo cittadino simulava a braccia aperte il volo del suo bombardiere su Macerata. Truppe inglesi e polacche al comando del col. Anders raggiunsero poi Macerata: alcuni entrarono nella simpatia della popolazione e trovarono qui moglie. E giocarono con ottimi risultati nella Maceratese trovando alla fine perfino lavoro in Municipio, come nel caso Iola (il nome vero, polacco, era impronunciabile) usciere popolarissimo in città poi ardente sostenitore di ‘Solidarnosc’ di cui mostrava il distintivo posto orgogliosamente all’occhiello della divisa da dipendente comunale.
“Alph track M3” un semicingolato pesante 6 tonnellate, ancora perfettamente funzionante dell’esercito Usa, metà carro armato, metà camionetta dalle gomme piene, reduce dallo sbarco in Normandia, ‘parcheggiato’ con tanto di mitragliatrici fino a stasera davanti al palazzo comunale come il 30 giugno di 70 anni un altro blindato, dello stesso Corpo di sbarco del col. Anders, segnala fino a stasera la mostra agli Antichi Forni, benissimo organizzata dall’associazione dei mutilati ed invalidi di guerra -in collaborazione con Unimc, la collezione Luca Cimarosa, l’Istituto della Resistenza, il museo della guerra di Falconara, il centro studi Balelli, l’archivio Luigi Ricci e la Biblioteca statale di Macerata. “Rientrerà nella notte a Loro Piceno nel museo delle due guerre curato da Luca Cimarosa: i costi dell’assicurazione sono altissimi…” dice il dottor Vittorio Zazzaretta che insieme con la moglie Gilda (Coacci) è il deus ex machina dell’evento, dopo l’inaugurazione del ‘nuovo’ Palazzo del Mutilato, qualche mese fa. “E il prossimo anno faremo una mostra che raccoglierà le esposizioni relative ai fatti del ’43 e quella del ‘44” promette Zazzaretta. Cimarosa si schermisce un po’ essendo militare (“Niente foto, per favore, ho bisogno dell’autorizzazione“) ma il museo di cui è il curatore è davvero da elogiare. “Presto i pezzi migliori alle produzioni cinematografiche” ammette. “La collezione ha fornito i pezzi forti di questa mostra” dice il professor Angelo Ventrone che con Annalisa Cegna ha presentato la mostra nell’aula consiliare del Comune, questa mattina, presente il sindaco Romano Carancini.

mostra guerra mondiale (6)

Gilda Coacci durante l'esposizione

Gilda Coacci durante l’esposizione

In mostra, oltre alle foto del fondo Balelli – mai come in questo caso ‘l’immagine è già un racconto’ per dirla con il glottologo francese Roland Barthez- pezzi assolutamente di grande impatto emotivo. “Un’emozione terribile –aggiunge Ventrone- offre la vista di questa mitragliatrice che stava sulle torrette del lager di Dachau, oppure le pallottole che hanno ucciso Aldo Buscalferri, o la camicia di Achille Barilatti, anch’egli martire della violenza nazista”. Nello stesso contenitore di cristallo anche il cappello di feltro di Buscalferri e la bandiera della banda Niccolò, del comandante Pantanetti”.
Poi divise ed armi, gagliardetti, editti. Anche una divisa della Wermacht che un soldato affamato in ritirata barattò per una pagnotta di pane a Castelferretti con un contadino. Uno scenario di fame ‘con la guerra in casa ‘, mutuando il sottotitolo della mostra, evoca poi un pigiama in seta… “la seta era quella dei paracaduti degli Alleati, che ha dato tanta stoffa anche ai maceratesi ridotti alla fame” sottolinea il professor Ventrone. Già, perché dalla mostra storica emerge vivo il quadro, eppure tanto dimenticato, di una comunità alla quale mancava tutto che in poche generazioni ha scordato tutto.

Maria Tamburrini

Maria Tamburrini

E nel silenzio generale, appena a settembre è deceduta Maria Tamburrini – a febbraio aveva compiuto 100 anni. L’”Angelo del centro storico” in quei tempi terribili si era prodigata, con grave rischio personale, nella panetteria di famiglia a ‘sfamare’ le famiglie al di là della drammaticamente ‘scarsa’ tessera annonaria.
Il ‘com’eravamo’ e ‘per non dimenticare’ è stato allora affidato dai curatori della mostra ai ragazzi delle scuole. Il lavoro di alcuni allievi dell’IPSIA ‘Corridoni’ di Macerata è stato stampato in una cartolina in esposizione. Salvatore Toscano, Vanessa Salvatori, Maicol Bonfigli, Fabio Cesolari e Filippo Marangoni sono i loro nomi.

blindato in piazza (4)



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