Per superare gli ostacoli
bisogna avere speranza

Nel buio della crisi economica non mancano scintille di luce: le notizie dagli Usa e dall’Europa, le borse, lo spread, la politica nazionale e locale, il nuovo governo, i dati sull’immigrazione. Guai abbandonarsi alla rabbia del catastrofismo
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Che il bene sia meglio del male è un’ovvietà, ci mancherebbe altro. Ma in ogni male c’è sempre qualcosa di meno male o perfino di bene, qualcosa che non va ignorato né disprezzato perché può aiutarci a combatterlo, il male, e accendere in noi la speranza di venirne fuori. Altrimenti ci si chiude in una cupa e rabbiosa rassegnazione che impedisce qualsiasi passo avanti lungo la pur difficile via di un possibile miglioramento. Si prenda la politica, che oggi la gran parte della gente considera il male assoluto. Intendiamoci, sarebbe sciocco negare che la cattiva politica ci sia stata e potrebbe esserci ancora. Ma è un errore negare l’evidenza di alcuni segnali positivi  che ultimamente sono giunti proprio dall’interno della stessa politica. Solo effimere scintille? No. La nomina di Piero Grasso e di Laura Boldrini a presidenti delle due Camere, ad esempio, è ben più di una scintilla, come lo è il fatto che dalle elezioni sia uscito un Parlamento molto più giovane e con molte più donne dei precedenti, come lo è il nuovo ministro all’integrazione Cécil Kyenge, un’italiana di origini congolesi, e come lo è il varo di un governo di temporanea solidarietà fra forze ritenute incompatibili. E incompatibili lo sono davvero, ma il dramma della crisi economica e sociale che sta facendo pagare un prezzo così alto a milioni e milioni di persone ha imposto (come altre volte in passato: il dopoguerra, la Costituzione, le “larghe intese” negli “anni di piombo”) lo sforzo, diciamo pure il sacrificio, di una coesione per certi versi innaturale.

  Durerà il governo di Enrico Letta? Ce la farà – e per quanto tempo? – a realizzare le ardue misure del suo programma? Il futuro è nel grembo degli dei. Già non mancano scricchiolii, frutto di rischiosi calcoli di potere ma soprattutto del fatto che contro il gravissimo male della crisi economica nessuno può vantarsi di possedere bacchette magiche. Ma perché ostinarci a non sperare? Perché non vedere quelle magari deboli luci che pure ci sono? L’ha detto anche Papa Francesco: più l’ostacolo è grande, più occorre la speranza – “spes ultima dea” – di poterlo superare.  Altrimenti se ne rimane inesorabilmente schiacciati. La speranza, già, che accanto alla fede e alla carità è una delle tre fondamentali virtù del vero cristiano (ma quanti ce ne sono ancora, di veri cristiani?).

 La crisi economica e sociale non l’ha provocata l’Italia, anche se l’Italia ne è vittima più di altri Paesi occidentali a causa dell’enormità del suo debito pubblico e dell’inadeguatezza, specie fino a quel fatidico novembre 2011, delle politiche di governo. Ma la storia dimostra che le crisi – quella del 1929 fu tremenda – hanno un inizio e una fine, e adesso, dopo anni di stasi e di recessione, non mancano segnali di una pur lenta uscita dal tunnel, come il buon andamento dell’occupazione negli Usa (la crisi, non dimentichiamolo, è partita proprio dagli Usa), l’approssimarsi di una politica europea meno bloccata sul rigore finanziario e più aperta alla crescita, la tenuta delle borse e il vistoso calo, da noi, dello “spread”.

Il buio, intendiamoci, resta. E ne fanno fede i dati statistici riguardanti la mancanza di lavoro, la disoccupazione giovanile, l’assottigliarsi del reddito delle famiglie, la chiusura di aziende e l’allargamento dell’area della povertà. Dati diffusi quotidianamente e insistentemente dall’informazione televisiva e cartacea. Dati che rappresentano la realtà oggettiva di un Paese allo stremo. Ma che pure in Italia, nonostante tutto, cominci a farsi strada una pur vaga speranza lo dimostra l’indice Istat sul clima di fiducia dei consumatori, che nell’ultimo mese è salito di un punto rispetto al mese precedente, con giudizi e attese sulla situazione generale che migliorano, i primi di undici punti e le seconde di nove. Non è un dato anche questo? Le scintille, insomma, ci sono. E, se alimentate dal sentimento comune, possono accendere fuochi. E lasciarsi sopraffare da stati d’animo di un catastrofismo totale e rabbiosamente rassegnato non fa altro che indurre alla resa.

 Venendo a Macerata non si può non definire pessima quella politica che per tre anni, subito dopo l’elezione a sindaco di Romano Carancini, vincitore di due primarie e infine premiato dal voto popolare, ha cercato di logorarlo – senza però avere il coraggio civile di sfiduciarlo e di tornare alle urne – con insidie provenienti sia dalla sua coalizione sia dal suo stesso partito, il Pd. Inutile, ora, tornare sulle reciproche ragioni e sui reciproci torti di uno stato di cose che comunque è assurdo perché proclamare ogni volta il sostegno al sindaco e ogni volta contestarne le scelte è la più pessima – perdonate lo sfondone grammaticale – delle politiche. Anche qui, tuttavia, dal male è sprizzata in extremis una scintilla forse di bene: l’ingresso in giunta di Narciso Ricotta, l’ex capogruppo consiliare del Pd che Carancini ha definito “la mia spina nel fianco” e che adesso, col suo seguito, può trasformarsi, chissà, in un “fiore all’occhiello” dell’esecutivo comunale. Illusione? Può darsi. Nel Pd ci sono i margheritiani, i bersaniani, i meschiniani e, neonati, pure i renziani, dai quali si mormora che possano giungere altre “spine nel fianco” capaci di far precocemente appassire i “fiori all’occhiello” (il vero problema, forse, è la mancanza di “maceratiani”, cioè di coloro che badino esclusivamente agli interessi della città). Vedremo. Ma continuare a pensare, imperterriti, che nulla è cambiato, e la politica cittadina resta pessima come prima, e non vi sono tentativi di migliorarla, e limitarsi al muggito del “tutti a casa!” significa spegnere a priori ogni speranza  che la città abbia finalmente un governo più stabile ed efficiente.

  Un altro tema: l’immigrazione, che la maggioranza della pubblica opinione considera un male e non si può negare che gli effetti della crisi economica comincino a renderlo tale, giacché gli immigrati sono la fascia sociale più debole e alcune fasce di maceratesi autoctoni si vanno sempre più indebolendo e ben si conoscono le conseguenze perniciosissime delle guerre tra poveri.  Magari si dimentica che quando l’edilizia tirava, le sue risorse provenivano in gran parte dal lavoro degli immigrati. E magari si sorvola sulla circostanza diciamo “fisiologica” che nella cosiddetta gente comune serpeggiano sentimenti  xenofobi talvolta contigui al razzismo. Non a caso è bastato che a Macerata, nella zona di Corso Cairoli, siano state notate alcune giovani donne di colore forse prostitute e subito è scoppiato lo scandalo, come se in questa “Città di Maria” le prostitute non ci siano mai state (già negli anni cinquanta ce n’erano quattro o cinque, e giravano, e distribuivano sorrisi adescatori, ma quelle erano bianche di pelle, e la “Città di Maria” non se ne indignava). Dopodiché, sull’onda della protesta popolare (si è parlato di racket in mano alla delinquenza organizzata, di pulmini facenti la spola con le zone rivierasche, di pur improbabili tariffe da dieci euro (!) in linea col sistema delle offerte speciali  da supermercato, senza dire, tuttavia, in che luogo, poi, quegli amplessi a pagamento venissero consumati, se nei loschi pulmini in sosta davanti alla stazione o anche, in pieno giorno, sotto il loggiato dello Sferisterio), la questura ha effettuato controlli, da cui è risultato che si trattava di quattro nigeriane, tre con regolare permesso di soggiorno e domiciliate in via Pace, e una in corso Cairoli e senza permesso, per cui ne è stata disposta l’espulsione. Tutto qui.

  Ma ecco che anche sul problema dell’immigrazione – e un problema, sia chiaro, lo è – non mancano luci, stavolta ufficiali e incontestabili. Luci, intendo dire, che lo rendono meno  identificabile in un male assoluto di quanto comunemente si  creda e si tema. Mi riferisco ai dati del censimento del 2011 che sono stati resi pubblici il mese scorso, dati dai quali risulta che gli immigrati extracomunitari sono, in tutta la provincia, 32.314, pari al 10,1% della popolazione totale. Non pochi, visto che il Maceratese è, in questo, al diciottesimo posto fra le centodieci province italiane (ma stiamo fra le prime dieci in fatto di qualità della vita, e questa è pur sempre una luce). Poi ci sono i clandestini, che ovviamente non possono essere censiti. Quanti sono? Mistero. Un’approssimativa valutazione a livello nazionale li stima intorno al 20% degli immigrati, vale a dire uno su cinque. Non so in base a quale calcolo suo personale un commentatore di Cm ha affermato che a lui ne risultano, nel Maceratese, almeno trentamila, il che raddoppierebbe (sic!) il totale degli immigrati. Ma lasciamo perdere e rimaniamo sui fatti. Dove stanno, dunque, le luci? Stanno che di questi  32.314 censiti (ma dentro ci sono anche ottomila minorenni e migliaia di casalinghe) ben  23.250 presentano la dichiarazione dei redditi e ben 14.242 versano i contributi all’Inps, mentre 3.967 sono imprenditori regolarmente iscritti alla Camera di commercio. Rispetto al censimento precedente, quello del 2001, il numero degli immigrati è certo aumentato, ma, censimenti a parte, la crisi si fa sentire pure per loro e dai dati locali del 2012 essi risultano diminuiti di alcune migliaia. Mi ripeto la domanda: dove stanno le luci?  Stanno nel fatto che in tema di regolarità fiscale e contributiva gli immigrati si comportano più o meno come gli italiani purosangue, ossia come la nostra tanto decantata società civile. Ci sono i clandestini, d’accordo. Ma i nostri evasori non sono anch’essi dei clandestini?



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