Una folla a Parolito
per l’ultimo saluto a Fernanda Faraoni

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Fernanda Faraoni

“Quello era il momento più bello della sua giornata. Alzava il capo e il viso improvvisamente risplendeva di una felicità interiore, intensa. Una felicità completa al momento della comunione, la mattina presto in chiesa”. Parole di don Luigi Angeloni che, domenica scorsa, ha concelebrato a Parolito insieme con don Giuseppe Branchesi, don Fernando Porfiri e don Buglioni la messa funebre di Fernanda Faraoni ved. Chiari, deceduta sabato. Nella bella chiesetta della frazione di San Severino Marche c’erano stipate centinaia e centinaia di persone sin fuori la porta, nel freddo e nella neve. Una vibrante testimonianza dell’amicizia, della stima, dell’affetto sincero verso una donna dall’esistenza esemplare.  Nata 73 anni fa in contrada Chiaravalle a Santa Maria in Selva (Treia), sposata a Luigi (“Gigio”) Chiari, Fernanda si era trasferita a Parolito. Un grande amore, un matrimonio, due figlie: Laura e Catia, quattro nipoti amatissimi: Alessandro, Giada, Nicola e Riccardo. Ventiquattro anni fa la morte prematura di lui. ‘Gigio’, lei l’avrebbe portato sempre nell’anima perché certe ferite, lo sapeva benissimo, sanguinano sempre silenziosamente. Non si rimarginano nell’attesa di incontrarsi ancora perché certi sentimenti non durano soltanto lo spazio di un’esistenza, questa. Una bellissima vita spentasi serenamente con un forte, tranquillo, presentimento alla vigilia, venerdì, quando sembrava non dovesse succedere proprio nulla nella monotonia di un pomeriggio in una Parolito imbiancatissima e difficile da raggiungere tutte le volte che nevica (ma domenica il Comune spazzato dalla strada gli ulteriori 30 cm. caduti nella notte) e i daini vanno allora allo scoperto per brucare intorno alle grosse querce lungo le balze vicino al ristorante. Già, il ristorante LK -le iniziali delle figlie- chiuso in quei giorni causa maltempo, anche se Fernanda aveva di recente dovuto abbandonare il proprio posto in cucina, per deliberazione filiale: sofferta, ma necessaria. Il suo tavolo, in sala, invece no. Sempre lo stesso dove si può agevolmente scorgere la foto incorniciata di ‘Gigio’, appesa in alto sulla parete insieme con le altre immagini della ’grande famiglia Chiari’.

Con il progressivo indebolimento dovuto alla malattia, infatti, lei aveva dovuto per la prima volta disertare anche gli spettacoli al teatro ‘Feronia’ di San Severino. Ed anche nelle sale del ristorante, gestito dalle figlie e dai generi con i nipoti tra i tavoli a servire talvolta, negli ultimi tempi la signora Fernanda – elegante, discreta e gentile come sempre-  si tratteneva ormai un po’ di meno con i clienti/amici. Già, perché da ‘LK’ i clienti sono amici -e non c’è mai da credere il contrario anche se per assurdo te lo sentissi dire… A segnalare questa condizione, il ‘mare’ di telegrammi, telefonate, sms alle figlie Laura e Catia -che ringraziano anche tramite Cronachemaceratesi- da parte di chi, causa neve o per altri motivi, domenica scorsa non ha potuto partecipare al rito funebre e dire addio a questa perfetta donna marchigiana “che dell’umiltà e della modestia aveva fatto il suo credo e che metteva la famiglia davanti a tutti. Tanto che a vedere, domenica, una così gran folla avrebbe detto con ironico e dolce disincanto: …quanta gente! e chi è morti? Fernanda, è stata davvero una grande persona” dice con un affettuoso sorriso il genero, Alberto Vitali, marito di Laura. Alberto, chef di precisa professionalità, è anche volto noto nel calcio -il figlio Nicola gioca nel Gubbio juniores, Riccardo è campione regionale di nuoto,  specialità delfino.

Non solo famiglia ma anche e tanto, lavoro per Fernanda Faraoni. Prima nel negozio di alimentari di Parolito poi quasi un quarto di secolo fa, il ristorante, successo di ‘LK’. Una vita dedicata agli altri con rigore e profondo equilibrio quasi a voler smussare una personalità indubbiamente forte perché a Parolito, borgo che sembra separato dal mondo dalla grande ‘quinta’ del viadotto ottocentesco di San Bartolomeo, c’è da lavorare duro e da ricominciare  ogni volta perchè il futuro è perennemente incerto. Così, domenica scorsa, l’applauso (sollecitato da don Branchesi, parroco di S.Maria in Selva) è partito sincero e prolungato all’indirizzo di quella bara ricoperta di rose e gerbere rosse al centro della chiesa.

Maurizio Verdenelli


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