Rimpasto
o pastetta?

Un appello alla nostra politica: si renda conto della eccezionale gravità della situazione economica e sociale in cui versa l’intero Occidente
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La Giunta Carancini nominata il 30 aprile del 2010. Da sinistra: Marco Blunno (Pd), Stefania Monteverde (Sinistra per Macerata), Irene Manzi (Pd), Federica Curzi (Pensare Macerata), Luciano Pantanetti (Federazione della Sinistra), il sindaco Romano Carancini (Pd), Enzo Valentini (Verdi) e Alferio Canesin (Pd). Successivamente è stato nominato Ubaldo Urbani (Idv)

di Giancarlo Liuti

 Ho la sensazione che Macerata, a cominciare dai partiti per finire alla cosiddetta gente comune, non si sia resa conto della catastrofe in cui rischiano di finire gli Stati Uniti, l’Europa, l’Italia, il suo governo, le sue regioni, le sue province e i suoi comuni, fra i quali, ovviamente, il nostro, con le oltre quarantamila persone che ci vivono. E non sto parlando soltanto delle pesanti decurtazioni finanziarie abbattutesi sulla capacità di spesa della civica amministrazione, il cui potere d’intervento in campo sociale, economico e infrastrutturale si va fatalmente e progressivamente riducendo, ma soprattutto dell’approssimarsi di una cruda e generale stagione di sacrifici che incideranno, peggiorandolo, sul nostro tenore di vita. Questa estate, insomma, è stata benevola in fatto di meteorologia, ma nuvoloni che annunciavano tempesta hanno cominciato ad addensarsi fin dalla primavera nel cielo della nostra esistenza e da qualche mese, giorno dopo giorno, diventano sempre più neri e preludono a probabili uragani.

Ecco perché poteva essere logico, se non addirittura indispensabile, che la coalizione di centrosinistra aprisse una “verifica” sulla negatività delle circostanze generali e locali con un serio confronto fra le forze di maggioranza per “verificare” sia la possibilità o meno di mantenere inalterato il programma con cui esse vinsero le elezioni di diciassette mesi fa, sia l’opportunità o meno di stabilire una diversa scala di priorità, sia la capacità o meno dell’amministrazione in carica di far fronte alla sopravvenuta complicatezza delle questioni. Un confronto, insomma, nel quale si discutesse di tutto, anche delle cose fatte bene, di quelle fatte male, di quelle non fatte, di quelle impossibili da fare e, soprattutto, di quelle fattibili in futuro, tenendo presente che, come diceva Aldo Moro, per i problemi complessi non esistono soluzioni semplici. Dunque abbandono di ogni personalismo, onestà intellettuale, conoscenza della realtà, senso di responsabilità, consapevolezza che oggi sta venendo in gioco la stessa funzione del comune in quanto erogatore di servizi e realizzatore di opere pubbliche nei più disparati settori della vita cittadina. Un confronto, questo, che, considerando anche la diversa matrice ideale delle forze in campo (fra gli ex democristiani e gli ex repubblicani presenti nel Pd e l’estrema sinistra dei Comunisti italiani non credo vi sia una identica visione del mondo), avrebbe potuto portare persino a una rottura della coalizione, ritenuta non all’altezza degli impegni che stanno facendo tremare i polsi a ogni sindaco, a ogni presidente di provincia, a ogni governatore di regione. Non a caso, del resto, avevo citato la definizione che i più autorevoli vocabolari danno alla parola “verifica”. Eccola: “Incontro fra i rappresentanti di una coalizione per accertare se esiste ancora la volontà di proseguire la collaborazione”. Purchè se ne discutesse a viso aperto e vi si coinvolgesse la pubblica opinione, come esige la democrazia quando un avverso destino bussa alla porta e le campane della coscienza civile chiamano tutti a raccolta.

   La verifica, com’è noto, procede. Nel senso che va avanti. Ma come procede?  Con un livello di qualità politica – il sentimento della “polis”, del bene comune – che continua a sembrarmi straordinariamente basso perché evasivo ed elusivo rispetto alla situazione in cui si dibattono non solo Romano Carancini, Narciso Ricotta, Guido Garufi, Massimiliano Bianchini e Michele Lattanzi, ma – pensate un po’ – anche un certo assessorello di comunità montana che si chiama Barack Obama. Infatti, fra documenti ufficiali, minacce ufficiose, illazioni e veleni di corridoio, pare che il vero scopo di un così intenso lavorio sia quello di indurre Carancini ad accettare un “rimpasto” nella giunta e nei vertici delle partecipate mediante la sostituzione delle persone attuali con altre persone. Per quali colpe? Per quali errori? Per quali inefficienze? Nessuno, fino a questo momento, l’ha detto con la dovuta chiarezza e la dovuta credibilità.

Intendiamoci, non va escluso a priori che una nuova giunta e nuovi assetti nelle partecipate sarebbero più in grado di affrontare i nuovi problemi, giacché l’attuazione dei programmi dipende pure dalla qualità e dalla competenza di chi viene incaricato di realizzarli. Com’è ovvio che un sindaco non può comportarsi in totale autonomia dalla coalizione politica di cui è l’espressione. Ma perché non spiegare apertis verbis le specifiche ragioni per cui queste modifiche di carattere politico-personale si renderebbero indispensabili nell’interesse della città? Perché non documentarle, queste ragioni? Perché non farle precedere da una seria analisi sulla realtà nella quale si trova a operare l’amministrazione? Niente, silenzio assoluto. L’unica cosa chiara (almeno quella che un semplice cittadino come me riesce a percepire) è che le forze politiche di maggioranza pretendono, all’unanimità, una diversa distribuzione di incarichi. Vale a dire di posti. Vale a dire di poltrone. Ecco perché ho parlato e parlo di cattiva politica. O, per addolcire la pillola, di pessima immagine che la politica locale sta dando di sé. E, tutti i giorni, la notizia di prima pagina è la seguente: la coalizione chiede il rimpasto, Carancini lo nega, il Pd torna a chiederlo, Carancini torna a negarlo, il Pd lo richiede, Carancini lo rinega. Rimpasto, rimpasto, rimpasto. Ma per quali concreti motivi d’interesse generale bisognerebbe farlo? Silenzio. E per quali altri e concreti motivi d’interesse generale lui vi si oppone? Silenzio. E allora, invece che “rimpasto”, mi vien voglia di usare un’altra parola: “pastetta”.

 Ora, secondo numerosi commentatori di Cm – la voce del popolo – le ragioni per buttare tutto all’aria ce ne sarebbero a bizzeffe. Quasi nulla, a loro giudizio, funziona, dalla sicurezza al traffico, dalla gestione dei rifiuti alla pulizia nei quartieri, dall’assistenza sociale al governo dello Sferisterio, dall’illuminazione pubblica ai fuochi per san Giuliano, dalla galleria che ci piove al mancato raccordo con la superstrada del Chienti, dal ritardo della piscina alla telenovela del palazzetto dello sport, dalle Ircer all’Apm, dalla Smea al Cosmari. Insomma, Macerata è in letargo, Civitanova la surclassa, si protesta perché il centro storico langue e poi si protesta perché l’allestimento del circo degli artisti di strada ha forato qualche sanpietrino in piazza della Libertà. Questi, comunque, sono fatti. In parte tirati fuori dalla proverbiale inclinazione dei maceratesi al tipico e fatalistico mugugno dei sudditi, ma in parte veri e meritevoli di denuncia. I nostri commentatori parlano troppo e troppo a ruota libera? E sia. Ma, ripeto, parlano di fatti. Invece gli altri, quelli che stanno tessendo la tela della verifica, di fatti parlano troppo poco. Anzi, per niente. Nel loro linguaggio esiste una sola parola, ossessiva e non sorretta da esplicite giustificazioni di contenuto: rimpasto, rimpasto, rimpasto. Che, ridotto così, diventa pastetta, pastetta, pastetta.

  Se questo è ciò che passa il convento, lasciatemi esprimere un pur opinabile giudizio sulla pessima qualità della politica per come la gestisce la maggioranza in carica, sindaco compreso (ed io, insinua qualcuno, fingerei di essere obiettivo ma, taroccando il mio stesso pensiero, starei “sfacciatamente dalla parte di Carancini” e lo considererei – udite udite – un “unto del Signore”).  Ma quando mai? Nel brutto spettacolo offertoci da questa politicaccia figura un folto cast di attori: sia Carancini col suo egocentrismo, la sua sospettosità, il suo chiudersi in una specie di bunker, il suo voler fare da solo, la sua ostinata autonomia rispetto al consiglio comunale ed ai partiti di maggioranza, sia tutti coloro che per ragioni mai confessate (l’urbanistica?) l’hanno preso di mira fin dal primo giorno che indossò la fascia tricolore e poi hanno colto ogni pretesto (ah, l’urbanistica!) per accerchiarlo e insidiarlo, col mediocre risultato di esasperare in lui quelle pecche diciamo “impolitiche” o “apolitiche” che gli ho appena attribuito.

  Concludo con una domanda a cuore aperto: si crede forse che questo – la durissima crisi economica e sociale, i durissimi prezzi che ne dovremo pagare – sia il momento più adatto per uno stucchevole minuetto su poltrone dalle quali espellere vecchi sederi per far posto a sederi nuovi, con la incombente prospettiva che il sedere davvero nuovo sarà solo quello del commissario prefettizio? L’opposizione di centrodestra lo spera, e fa il suo mestiere. Ma se lo spera anche la maggioranza di centrosinistra, sono curioso di sapere qual è mai il suo mestiere. Difendo Carancini? Non mi pare. Semmai, nel mio piccolo, vorrei difendere Macerata. E se è vero che sono stato uno dei suoi elettori perché mi piaceva l’idea di una “nuova storia” che non significasse demonizzazione della vecchia ma presa d’atto del mutare dei tempi – più donne, più giovani, più ambiente, meno cemento – è altrettanto vero che oggi mi chiedo se ne sia valsa la pena.



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