Referendum, la furbata del non andare a votare

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referendum-2011-2-di Giancarlo Liuti

Se per l’elezione del presidente della provincia innumerevoli furono i mal di pancia – gonfiori, meteorismi, flatulenze – e il mio consiglio, tratto dalla pubblicità televisiva, fu di affrontarli col “bifidus regularis”, stavolta, di fronte alle tre opzioni (non votare, votare sì, votare no) circola un altro disturbo: il “prurito intimo” – intimo, cioè dell’animo – che, sempre seguendo gli spot, va sedato col “tantum rosa”, lavanda alla benzidamina. Ora mi guarderò bene dall’esprimere indicazioni di voto sul sì e sul no, ma il riserbo elettorale non m’impedisce di fare qualche considerazione sull’affluenza dei maceratesi alle provinciali e sull’ipotesi – campata in aria, d’accordo – che il referendum riguardi soltanto i nostri 57 comuni.

In tal caso il quorum del 50 % più uno degli aventi diritto al voto sarebbe raggiunto se l’affluenza fosse la stessa che si è registrata al primo turno (55,8 %) ma non sarebbe raggiunto se fosse quella del successivo ballottaggio (49,3 %). Anche nel primo caso, però, vi sarebbero dei rischi, perché al 44,2 % di astenuti per così dire disaffezionati potrebbero aggiungersi coloro che – basterebbe un 5,9 % – seguissero l’invito di Berlusconi a disertare i seggi. Tutto ciò assume una sua rilevanza per il fatto che l’astensione dei maceratesi alle provinciali è stata talmente alta da far supporre una loro particolare idiosincrasia per il voto e, più in generale, per la politica. Domanda: è un atteggiamento, questo, destinato a ripetersi, magari anche per la stanchezza causata dalla circostanza di esser chiamati alle urne per ben tre volte in meno di un mese? Il mio cuore democratico mi fa strenuamente sperare che non sia così, ma, insomma, ‘sto fatto mettiamolo in conto.

Stavolta, tuttavia, pare che da noi spiri una voglia di maggior partecipazione, se non altro per il forte impatto sulle coscienze dei cittadini del quesito relativo all’energia nucleare e di quelli relativi alla gestione privata dell’acqua. L’hanno detto pure le statue di Garibaldi, Mazzini, San Giuliano, Lauro Rossi e Don Chisciotte (leggi), che, non potendo parlare, han tirato fuori eloquenti cartelli. Inoltre, checché se ne dica, il significato anche politico di questa prova è evidente e dovrebbe spingerlo il vento che ha soffiato in tutta Italia per le recenti amministrative (Milano, Napoli, Cagliari, Torino, non ultima Macerata).

E qui vengo alle tre opzioni: non votare, votare sì, votare no. Com’è noto, si tratta di confermare o abrogare alcune leggi fatte dal governo in carica. Col “no” si confermano, col “sì” sono abrogate. E’ quindi del tutto legittimo che gli esponenti del governo, a cominciare dal presidente Berlusconi, ne desiderino la conferma. Ma perché invitare la gente a non votare? Per una furbata, consistente nel far finire nello stesso calderone i cosiddetti disaffezionati e quelli che per varie ragioni voterebbero “no”. Una somma innaturale, questa, fra motivazioni tutt’affatto diverse, ma in grado di impedire il raggiungimento del quorum.

Una furbata, ripeto. Analoga a quella di evitare che il referendum coincidesse con le elezioni amministrative, il che ha comportato un aggravio, per lo Stato, di oltre 300 milioni di euro. Si dirà che le furbate fanno parte della politica, ma allora non lamentiamoci se la politica suscita così poche passioni. Comunque ci sono dei precedenti. Nel referendum del 1991 sulla preferenza unica, l’allora capo del governo Bettino Craxi invitò gli italiani ad “andare al mare”, ma il 62,5% non ci andò e per Craxi fu l’inizio del tramonto. Furbata sconfitta. In altre due occasioni, invece, la furbata funzionò. Nel 2003, per il referendum sull’estensione alle piccole imprese dello Statuto dei lavoratori, Piero Fassino, segretario dei Ds, lanciò il messaggio del non voto e il quorum non venne raggiunto (votò solo il 26%). Furbata vincente anche nel 2005, per il referendum sulla fecondazione assistita, nel quale l’invito pressante a non votare giunse dal capo della Cei cardinale Camillo Ruini (clamorosa interferenza della Chiesa nei meccanismi, che sono di esclusiva competenza statale, dell’esercizio della volontà popolare). Per cui, mortificato da un misero 25%, il quorum fallì. E stavolta? L’appello a restarsene a casa viene da Berlusconi, dai ministri e da gran parte del centrodestra, ma non viene – anzi, viene l’appello opposto – da tutte le forze di opposizione e addirittura da Giorgio Napolitano e perfino, con le dovute cautele, da Benedetto XVI (“Necessità di rivedere totalmente il nostro approccio alla natura, la difesa dell’ambiente è ormai un imperativo assoluto”). E financo da Gesù, che, rivolto agli apostoli, disse: “Sia il vostro parlare sì-sì, no-no. Il resto è del maligno”.

Un ultimo cenno alla qualità lessicale della furbata. Secondo Berlusconi, non andare a votare sarebbe un diritto. Che linguaggio! Esiste il diritto di voto, ed è la pietra miliare della democrazia. Non esiste il diritto di non voto. Certo, a un diritto si può rinunciare, niente lo vieta. E niente vieta di farne materia di comizio. Ma perché sovvertire il significato profondo – direi laicamente sacro, in questo caso – delle parole? Domanda inutile. Sono ormai diciassett’anni che il perché lo sappiamo.

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