La figura di Beniamino Gigli
attraverso i ricordi del nipote
I grandi personaggi

di Alessandra Pierini
Indefinibile è il confine tra musica e poesia. La musicalità delle parole di un’ode non ha nulla da invidiare alle note di una canzone, così la forza evocativa della musica ha la stessa capacità di una poesia di suscitare emozioni e batticuore. La fusione tra musica e poesia trova in Beniamino Gigli, cantante famoso in tutto il mondo , il suo esponente ideale e privilegiato.
Beniamino Gigli nasce nel 1890 in quella Recanati che solo cento anni prima aveva dato i natali ad uno dei maggiori poeti che la letteratura italiana possa annoverare, Giacomo Leopardi, quasi che nella “città della poesia” come la chiamano oggi, una forza superiore abbia dato continuità alla poesia nella musica, rompendo definitivamente il sottile confine che divide le due arti. E se da una parte Beniamino Gigli ha ereditato dalla sua terra lo spirito e il talento artistico, d’altra parte è stato invaso dalla semplicità e dall’umanità dei suoi concittadini. Laddove Leopardi si è sentito solo e abbandonato dalla gente di Recanati, Beniamino Gigli si è sentito uno di loro dalla nascita e per tutta la vita.
E’ il Maestro Luigi Vincenzoni, nipote di Beniamino Gigli, settimo figlio di una delle sorelle a parlarci dello zio, non dal punto di vista della sua carriera artistica che molti conoscono per la sua assoluta grandezza ma dal punto di vista della sua inconfondibile sensibilità umana. “Zio Beniamino non veniva da una famiglia ricca e non aveva grandi mezzi economici. Teniamo conto del fatto che stiamo parlando dei primi del ‘900, quando la vita era molto più difficile rispetto ad oggi e lo zio dovette fare degli sforzi enormi per mantenere questa sua passione. Oggi siamo abituati a personaggi che nascono dalla sera alla mattina per intervento dei mezzi di comunicazione, allora non era così. Lo zio Beniamino si è fatto da solo. Aveva frequentato fino alla quarta elementare e lui stesso, ridendo, affermava di essere un somaro anche se poi le sue lettere sono in italiano quasi perfetto e rispettano le regole grammaticali. Anche nella musica si è formato studiando continuamente e mantenendosi attivo fino in tarda età, inoltre parlava perfettamente l’inglese e cantava in tedesco , pur non avendo basi accademiche.”

Era lo stesso Beniamino Gigli a riconoscere la sua passione innata: “Non avrei potuto fare altro nella mia vita. Non auguro a nessun giovane di affrontare le difficoltà che ho avuto io ma comunque sono state utili per temprare il carattere”.
Il grande cantante si esibì nei più grandi teatri del mondo, apprezzato e ammirato ma rimase comunque strettamente legato ai luoghi di origine. Non c’è piazza nelle Marche in cui non ha cantato, persino in paesini da duecento anime, a Treia, Monte San Vito, persino nel collegio in cui lo invitavano questo o l’altro sacerdote. “Questo suo modo di trovare il tempo per farsi ascoltare anche dalla sua gente sarebbe oggi impensabile per i grandi cantanti. Il suo avvocato di fiducia, il romano Belli, lo rimproverava per questa sua disponibilità e si raccomandava di rifiutare almeno qualcuna delle proposte che riceveva ma zio Beniamino rispondeva ‘Che debbo fare? Sono nato povero, se me lo chiedono non posso fare a meno di andare.’ E appena poteva tornava nelle sue piazze.”
Tanti, tantissimi hanno riconosciuto il talento di Beniamino Gigli e la sua capacità di fare con la voce cose impossibili a tutti gli altri, per talento ma non per improvvisazione perché la sua preparazione era continua, e hanno scritto grandi cose di lui. E’ il caso di Paolo Isotta, firma del Corriere della Sera che scrisse “Gigli non conobbe mai le perplessità di Caruso” o di Orio Vergani che disse di lui “…e fu per anni il cantore di tutti.” o ancora di Fuschi, il quale dichiarò “Meriterebbe gli onori di un re, principe con i principi, uomo del popolo tra la sua gente, non per calcolo ma perché non avrebbe potuto fare altrimenti.”

Anche Luciano Pavarotti lo ascoltò cantare e raccontava così il loro incontro: “Gigli tirava allora il carro del sole della lirica mondiale. Io lo vidi a Modena e mentre salivamo in teatro lo sentii che faceva i suoi vocalizzi. Gli dissi che volevo diventare anche io un grande cantante e gli domandai cosa dovevo fare. Mi rispose che dovevo fare quello che aveva fatto lui fino a cinque minuti prima, studiare.
Per il Maestro Vincenzoni, però, Beniamino Gigli era prima di tutto lo zio: “ Io ero l’ultimo di una schiera infinita di nipoti e nel 1931, quando nacqui, lui era già nella gloria perciò sono nato con l’alone creato intorno a questo personaggio. Lo zio trascorreva le vacanze a Porto Recanati. In questo periodo si è parlato molto di Clooney ma lo zio ha portato molto di più a questa località, non solo cantava per intere stagioni ma portava con sé molti grandi della musica dai cantanti a i direttori d’orchestra. In spiaggia allora passavano i pasticceri e lo zio ci comprava pasticcini e gelati e per noi era come in una favola.”
Accade sempre che quando si inizia a ricordare piccoli dettagli si trasformano pian piano in un fiume in piena e la memoria del Maestro Vincenzoni ci propone tanti elementi interessanti: “Io e mia moglie continuiamo spesso a domandarci come facesse lo zio, nonstante i tantissimi impegni, i continui viaggi, le preoccupazioni e la carriera a ricordarsi di tutti. Negli anni Trenta le nostre famiglie erano poverissime e lo zio pensò di stipulare una polizza assicurativa a favore di tutte le nipoti femmine che si fossero sposate e al compimento della maggiore età avrebbero ricevuto 10.000 lire che erano allora una cifra consistente. Il mio ricordo più bello legato allo zio è però quello del giorno del mio matrimonio. Ci siamo sposati il 26 agosto 1957 e lo zio sarebbe venuto a mancare pochi mesi dopo. Ci sposammo a Loreto, di lunedì per poter avere l’altare maggiore. Ci sposò Don Abramo, fratello di zio Beniamino che invece fu il testimonio d’anello di mia moglie e indossava un paio di espadrillas perché aveva i piedi molto gonfi. Non poteva più cantare, nonostante ciò fu delizioso con tutte le signore.”
Sono passati 52 anni dalla morte di Beniamino Gigli e la sua fama non si spegne. In suo onore è stato allestito un Museo che, a detta degli esperti, è uno dei migliori in Italia. “Sono stato di recente a Verona – va avanti il Maestro Vincenzoni – e ho incontrato un cantante brasiliano ultraottantenne che ha cantato con mio zio a Rio De Janeiro. Quando gli hanno detto che ero il nipote di Gigli a momenti sviene e mi ha confidato che cantare con lui è stata l’emozione più grande della sua vita. Questo mi fa pensare che lo zio Beniamino andrebbe ricordato in modo più solenne poiché, non solo in Italia, ma nel mondo, rappresenta ancora qualcosa.”