La nona traduzione
delle opere di Matteo Ricci

di Filippo Mignini
Come promesso la scorsa settimana, proponiamo oggi al lettore di Cronache Maceratesi la seconda parte della lettera inviata da Ricci al P. Claudio Acquaviva, l’8 marzo 1608 da Pechino. Al suo interno troviamo la bellissima frase ricciana «più si fa nella Cina con libri che con parole»: è proprio questo il monito che Ricci mette in pratica nella sua missione cinese e che vuole lasciare in eredità ai confratelli che gli succederanno.
In questo brano, Ricci presenta due figure molto importanti per la sua esperienza cinese: Xu Guangqi e Li Zhizao. Entrambi sono dei noti letterati cinesi, amici e sostenitori di Ricci presso la corte imperiale, che , dopo l’incontro con Li Madou, si sono convertiti alla religione cristiana. Xu Guangqi (1532-1633) ebbe le prime conoscenze della dottrina cristiana da L. Cattaneo S.I. che conobbe nel 1596 a Shaozhou, ma fu solo dopo l’incontro con Ricci, nel 1600, a Nanchino che approfondì la conoscenza della dottrina cristiana. Dal 1604 al 1607 lavorò continuamente con Ricci alla traduzione e composizione di opere di carattere scientifico. Li Zhizao (1565-1630) ricevette il battesimo nel 1610 proprio da Ricci e continuò a collaborare con altri gesuiti anche dopo la morte del “Maestro occidentale”. Stupefatto davanti al Mappamondo che vide in casa di Ricci, decise di approfondire la conoscenza delle scienze occidentali e collaborò in tal senso con i gesuiti, componendo molte opere, soprattutto di carattere scientifico. Fu anche l’autore di una ristampa del Catechismo (Tianzhu shiyi), pubblicato da Ricci nel 1607.
Al buon christiano, il dottor Paolo [Xu Guangqi], anco moritte l’anno passato suo padre [Xu Sicheng], vecchio di settantaquattro anni, per nome Leone. E come egli tiene sì grande offitio nella corte, fu molto più universale l’admiratione di questa corte il vedere farsi questo atto di essequie a persona sì grave, senza usare di nessun rito gentilico, che serve molto per l’essempio degli altri christiani di manco qualità.
Prima che se ne fusse a sua terra a levare il cassone ed il corpo di suo padre, finitte di voltare meco in lettera cinica, molto elegantemente, i sei primi libri di Euclide con le altre aggiunte del p. Clavio, e subito gli fece stampare con molto belli caratteri. Oltre il mio proemio gliene fece egli un altro molto dotto, che sta nel principio, nel quale ci dà molte lodi, e autorizzò le lettere e scientie di Europa, col quale ci dà grande credito. Di questi già ne ha mandati due tomi stampati a Macao per mandarsi nella prima occasione a V. P., ma non sarà per questa via de Giappone.
Adesso mando anco a V. P. un altro libro che un altro letterato [Li Zhizao], del quale scrissi gli anni addietro che imparò molti libri della matematica e novamente stampò questo della sphera e del Astrolabio del p. Clavio, acioché veggano là in Europa per questi i belli ingegni di questa natione, nella quale per mezzo delle nostre scientie si ha da far molto alla christianità, come altre volte Le ho scritto, et accioché si mova a mandarci molti libri di questa scientia di matematica e di altre et qualche buon matematico, specialmente astrologo, che possa continuare quello che io con le mie puoche forze, puochi libri e puoco sapere ho cominciato. Questo stesso letterato, che non è anco christiano per certo impedimento, sta adesso in sua terra stampando altri libri nostri e dicendo molto bene di noi, delle nostre scientie e religione christiana, che desidera molto si dilati nella sua terra, et a questo effetto ritornò a stampare là il mio catechismo, che gli anni passati stampassimo qui in Pachino.
Ci diede anco grande consolatione l’intendere che nel Giappone servivano molto queste nostre opere in lettera cina, per essere anco commune a Jappone; e per questa causa il p. Valignano ristampò in Cantone un’altra volta questo catechismo per mandare a Giappone; et il p. Francesco Pasio mi chiede gli mandi molti di questi libri, che, per venire dalla Cina, hanno là grande autorità.
Adesso novamente ho stampato d’ordine del p. vice provinciale [F. Pasio] un altro libro, che due anni sono stetti ordinando con nome di Paradoxe [Dieci capitoli di un uomo strano] per questi gentili, e fu tanto accetto, che non si potrà facilmente credere. Di tutte le parti i maggiori letterati le chiedono e non si stancano di dir bene di esse; e così alcuni si sono convertiti a farsi christiani e molti frequentano novamente la nostra casa. Prima che si stampassero le mostrai ad un letterato di fama, che tiene molto grande magistrato nel Collegio de Letterati [Wang Jiazhi], che è il più grave offitio di questa corte; e gli contentò tanto che gli fece un proemio e nel fine dell’opera un breve commento molto erudito, che insieme con il libro stampassimo; di dove vedrà V. P. in che stima sia tenuto. Lodato sia di tutto il Signore, che di un instromento così inhabile si volse anco servire a tale effetto, e per questa causa faccio tutto il possibile che tutti i nostri padri studino molto bene i libri della Cina e procurino di saper componere; perché nel vero, cosa che non facilmente si crede, più si fa nella Cina con libri che con parole.
L’anno passato si fu in questa città una pioggia assai straordinaria per la quale ricevette questa città danno senza stima, cadendo moltissime case, allagandose altre, perdendose molta roba e morendo molte persone affocate nelle loro case e nel fiume, che inondò e somerse mille barche del re piene di mantenimento che veniva alla corte. Solo de legni per la fabrica del palazzo novo dicono che levò seco il fiume e disperse in varie parti cinque milioni di oro in valuta, benché molto di questo dipoi si ritornò a riavere. Il re diede cento mila scuti di limosina ai poveri per rifare le case, e perdonò non so che tributo di esse.
Noi con la nova casa, per essere in luogo alto, ci ritrovassimo molto bene e non ci cadde nessuna parte della casa, che fu cosa rarissima in tutta la città, che fu grande providentia di Iddio. […]