Il vescovo Giuliodori in diretta su Rai Uno:
Matteo Ricci faro per il futuro della Chiesa
La messa dal duomo di Macerata trasmessa in tutto il mondo
Padre Matteo Ricci, il gesuita missionario in Cina dal 1583 al 1610, come ”faro per il cammino futuro della Chiesa” anche oggi. Per la sua capacità ”di rispettare e amare culture diverse, senza pregiudizi e rifuggendo da pretese di egemonia o di conquista”.
La figura del missionario maceratese è stata ricordata nel quarto centenario della morte dal vescovo di Macerata mons. Claudio Giuliodori, in una messa nella Cattedrale di San Giuliano trasmessa in diretta questa mattina su Rai Uno.
A concelebrare la liturgia, il portavoce dei gesuiti padre Giuseppe Bellucci e alcuni sacerdoti cinesi, con l’accompagnamento del coro Beitang di Pechino.
Fra i fedeli, rappresentanti delle comunità cinesi di Firenze, Prato, Milano, Bologna.
Il testo dell’omelia del Vescovo:
Desidero rivolgere il più cordiale saluto a coloro che partecipano a questa assemblea liturgica qui nella cattedrale di Macerata e a quanti ci seguono da casa grazie alla diretta televisiva della Rai. In modo particolare vorrei ringraziare il coro Beitang di Pechino e i tanti amici cinesi venuti da ogni parte d’Italia per rendere omaggio all’amata figura di P. Matteo Ricci, missionario gesuita, nato a Macerata nel 1552 e grande apostolo in Cina dove visse dal 1583 al 1610. In questi giorni, infatti, e precisamente l’11 maggio, cade il quarto centenario della sua nascita al cielo e in tutto il mondo la ricorrenza viene celebrata con numerose e importanti iniziative.
In Cina P. Matteo Ricci ha rivissuto l’esperienza della Chiesa primitiva descritta nella prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli. Fino ai nostri giorni la Chiesa non ha smesso di interrogarsi, sotto la guida dello Spirito Santo, sul come la novità evangelica deve essere innestata all’interno delle diverse culture e tradizioni. Sin dalle origini è apparso chiaro agli apostoli che andavano accolti i germi di verità presenti nelle diverse culture e senza imporre nulla che non fosse necessario alla fede. Ma non sempre nella storia della Chiesa questo criterio è stato applicato in modo coerente e fruttuoso.
La grandezza e l’attualità di Padre Matteo Ricci, risiedono proprio nel metodo da lui adottato per incarnare l’annuncio del Vangelo nella millenaria e ricca tradizione cinese. A differenza di altre scelte fatte in quell’epoca di grande espansione missionaria nelle Americhe, in Africa e in altre parti dell’Asia, il Ricci, in accordo con i confratelli della Compagnia di Gesù, sceglie di immergersi nella cultura cinese assumendone lingua, usi e costumi con l’intento di introdurre progressivamente la novità del cristianesimo dall’interno, soprattutto attraverso la valorizzazione della filosofia e della cultura classica di matrice confuciana.
Li Madou, questo il nome cinese di P. Matteo Ricci, sospinto da una grande passione missionaria e sostenuto da doti umane e intellettuali non comuni, ha saputo sviluppare una formidabile strategia di dialogo e confronto interculturale che ha pochi paragoni nella storia dell’umanità. Per aprire il cuore e la mente del popolo cinese all’accoglienza del vangelo non ha imposto la cultura occidentale ma ha valorizzato e arricchito quella cinese servendosi di tutte le conoscenze acquisite negli anni della formazione presso il Collegio Romano. Con il suo stile fatto di rispetto e dialogo ha superato diffidenze e pregiudizi. Ha stupito i cinesi, e persino l’imperatore Wanli della potente dinastia Ming, con grandi mappamondi e stupendi orologi meccanici, con gli strumenti musicali e le innovative conoscenze introdotte in campo geografico, matematico, astronomico e artistico. Ha dimostrato che non esiste contrapposizione tra scienza, ragione e fede. Le sue opere, soprattutto quelle di carattere morale, a partire dal Trattato sull’Amicizia, prima opera scritta in cinese da un occidentale, hanno lasciato un segno profondo e indelebile nella cultura cinese, preparando il terreno ad una ampia opera di evangelizzazione.

Le sue ultime parole, secondo quanto riportato dai biografi, sintetizzano bene il senso della sua impresa missionaria: “Vi lascio su una soglia aperta a grandi meriti, ma non senza molti pericoli e tribolazioni”. Questa porta resta aperta ancora oggi e il suo metodo appare quanto mai attuale. Il gesuita maceratese ha posto in essere, come ha sottolineato Benedetto XVI nel messaggio inviato in occasione dell’apertura delle celebrazioni ricciane – “una metodologia scientifica e una strategia pastorale basate, da una parte, sul rispetto delle sane usanze del luogo che i neofiti cinesi non dovevano abbandonare quando abbracciavano la fede cristiana, e, dall’altra, sulla consapevolezza che la Rivelazione poteva ancor più valorizzarle e completarle”.
Questa prospettiva resta valida anche per l’oggi ed è la condizione per ricevere e alimentare quella pace di cui ci parla il Vangelo. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace – dice Gesù -. Non come la dà il mondo io la do a voi”. P. Matteo Ricci è stato uomo di pace e ha saputo creare armonia e concordia. La sua testimonianza è ricordata dal Santo Padre anche nella lettera indirizzata ai cattolici cinesi nel maggio del 2007 per auspicare che si superi “questa pesante situazione di malintesi e incomprensioni che non giova né alle Autorità cinesi, né alla Chiesa cattolica in Cina” (n. 4).
Da P. Matteo Ricci, quindi, abbiamo molto da imparare, anche per il nostro tempo a partire dalla capacità di rispettare e amare culture diverse, senza pregiudizi e rifuggendo da pretese di egemonia o di conquista. Nel suo farsi in tutto cinese tra i cinesi riconosciamo uno stile di amicizia e di reciproco apprezzamento che tanto utile sarebbe anche in questa nostra epoca segnata da una crescente mobilità umana e da complessi processi di globalizzazione. Nel suo metodo missionario ammiriamo la ricerca appassionata di tutti i semi evangelici presenti già all’interno delle diverse tradizioni culturali e spirituali, ma anche il rifiuto di ogni sincretismo e la costante ricerca dei linguaggi e delle vie per condurre ogni uomo all’incontro con Cristo e alla vita ecclesiale.
Guardando all’impresa compiuta da P. Matteo Ricci sentiamo ancor più vere e attuali le parole con cui abbiamo pregato nel salmo responsoriale: “Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. Gettando un ponte in nome del vangelo fra Oriente e Occidente, ha segnato con la sua vita e la sua opera un tratto importante di quella via con cui Dio conduce i popoli alla conoscenza della salvezza.
Ricordiamo, celebriamo, ma vorrei sopratutto dire imitiamo, un uomo straordinario che già negli ultimi anni della sua vita terrena era stimato e ammirato dai confratelli e dai fedeli come un santo e per questo ci auguriamo che il processo di beatificazione che abbiamo ripreso possa giungere a buon termine. Il passar del tempo non ha offuscato la sua grandezza. Anzi, oggi più che mai, ne apprezziamo la statura culturale, morale e spirituale e più che un gigante del passato o un riferimento per il presente, appare sempre più come un faro per il cammino futuro della Chiesa e dell’umanità.
Foto di Guido Picchio





