Il giallo dei Sibillini
torna d’attualità a “Chi l’ha Visto?”
A quasi trent'anni di distanza resta il mistero sulla morte di Jeanette e Gabriella
di Maurizio Verdenelli
Sembrava una notizia destinata a “sciogliersi” con la neve stessa di quella tormenta che aveva investito violentemente i Sibillini un po’ a sorpresa domenica 28 e il lunedì successivo di quel fine novembre di trentanni fa. La notizia, del normale “giro” di nera, l’aveva portata in redazione al “Messaggero” (che dirigevo da appena 28 giorni proveniente da Chieti) il cronista Giancarlo Pantanetti il lunedì pomeriggio. Polizia e Carabinieri cercavano due donne, una friulana e l’altra di nazionalità inglese, che non erano ancora tornate nonostante il maltempo e la sera incombente alla pensione “Ai Pini” di Sarnano dove erano alloggiate. Una notizia da tre, forse quattro colonne ed occhio che non tornassero perché allora il colonnaggio si sarebbe ridotto drasticamente.
Ma chi erano le due donne? Una madre di famiglia, di nome Gabriella Guerin, residente in un piccolo centro vicino Udine appena arrivata alla stazione Fs di Macerata dove la sua amica, mrs. Jeannette May (nella foto in alto), era andata ad aspettarla per poi condurla a Sarnano a bordo della sua peugeot nera. Mrs. May aveva acquistato un casolare a Schito, da ristrutturare: il posto l’aveva conosciuto e subito apprezzato su indicazione di un suo amico connazionale, un famoso giallista, mister Flowers che aveva uno splendido molino in pietra, riadattato ad abitazione, in quel di Gualdo. In redazione intanto le ore passavano e della peugeot nera nessuna traccia: dov’era finita? Data la tormenta in montagna prendeva intanto piede tra gli investigatori l’ipotesi che le due amiche avessero preferito fare una passeggiata in pianura, lungo la Valdichienti. Così mentre si cominciava a setacciare la statale ed interrogare tutti gli esercenti che vi si affacciavano, cominciai a fare un’indagine personalissima alla ricerca di notizie più sostanziali rispetto alla inglese, di bellissimo aspetto (così riferivano in paese). Telefonai a tutti i consolati dell’Italia Centrale e da quello di Firenze ebbi la dritta giusta.
Mrs May nata Bishop (origini modeste ma tratti e modi aristocratici) era la moglie di Stephen May, direttore dei celebri Magazzini londinesi Harrod’s, ma soprattutto era stata la moglie del barone Evelyn De Rothschild, appartenente alla famosa famiglia di banchieri.
E che in virtù di questo matrimonio aveva frequentato la Royal Family e lÆalta nobiltà inglese, prima del divorzio e il successivo matrimonio con il borghese Stephen. Quando ne parlai, subito dopo, con il dottor Giorgio Jacobone della Questura (ed ora questore di Ancona) percepii al di là del filo telefonico un chiaro trasalimento tanto che lì a poco il funzionario mi invitò decisamente di non scrivere nulla al riguardo per non intralciare le indagini. Silenziosamente esultando per quella indiretta conferma, ed assicurando la massima partecipazione del giornale al delicato compito ispettivo, mi affrettai a rassicurare il dottor Jacob one, mentendo sapendo di mentire. Fu più difficile invece assicurare il direttore de Il Messaggero, Vittorio Emiliani. Il quale evidentemente mi apprezzava ma sopra di tutto stimava i dispacci Ansa, una specie di Bibbia per ogni giornalista. E l’agenzia di stampa non sapeva nulla delle prime nozze di mrs. May.
Ed Emiliani titubava, diviso dalla prospettiva di un probabile grosso scoop e pure di una possibile figuraccia, se avessi avuto torto. Alla fine il direttore si convinse, sostenuto pure dal caporedattore del servizio Regioni, Pino Coscetta e così Il Messaggero, uscì con lo scoop che si sarebbe rivelato di rilevanza mondiale. Naturalmente il giorno dopo arrivarono a Sarnano inviati da tutt’Italia e dall’Inghilterra erano già in volo altrettanti!

Passavano però i giorni e delle due donne ancora niente. Mentre gli investigatori nsetacciavano la Valdichienti ci fu la testimonianza di un noto avvocato del posto che raccontò d’aver notato l’auto girare intorno alla piazza di Sarnano prima della tormenta. Così sulle cime innevate cominciò a volteggiare l’elicottero guidato dal capitano Forte, comandante dei CC di Camerino – il quale lasciata l’Arma, da colonnello, dirige attualmente dirige il servizio di Sicurezza di un importante aeroporto del Nord Italia. A 17 giorni da quel 29 novembre 1980 la neve lasciò alfine intravedere il tettino nero della peugeot, vicino il villino Galloppa a Bolognola. Nel villino, il cui ingresso era stato forzato, capelli sul lavabo ed alcuni assi di legno bruciacchiati a metà, rivelarono che Jeannette e Gabriella avevano trovato lì scampo dalla neve. Ma di loro ancora nessuna traccia!
Il giallo continuò per tutto l’inverno, ed ancora per tutta la primavera e l’estate seguenti. Passò il 1981, quando nel gennaio dell’anno successivo, Stephen May lanciò un appello promettendo soldi a chi avesse dato informazioni utili sulla sorte della moglie e della sua amica. Dopo qualche giorno –neppure a farlo apposta- ecco l’apparente risoluzione del mistero. In un bosco di Podalla di Fiastra, a pochi km in linea d’aria dal villino Galoppa, ma da lì luogo difficilmente raggiungibile da persone inesperte in giornate di neve e per il grande dislivello del terreno (dalla montagna si passa al lago) furono rinvenute in un punto di passaggio per cercatori di funghi e da cacciatori, i resti di entrambe le donne. Ossa mangiucchiate da volpi, cani selvatici e lupi. Ma sembravano lasciate lì, tutt’assieme, pronte per il riconoscimento. Le ossa della May, in particolare, furono completamente ricomposte nello scheletro. Ce n’era abbastanza per parlare comunque di giallo. S’aprirono le indagini anche perché il datario di uno dei due orologi meccanici di Jeannette era stato evidentemente azionato in quei 13 mesi della sua scomparsa. Uno scoop questo che si deve tutto allo scomparso, indimenticabile collega Luigi Avi.
Le indagini ebbero a quel punto un impulso particolare anche e soprattutto per merito di un giovane e brillante giudice istruttore appena giunto a Camerino da Roma. Alessandro Iacoboni, il suo nome. Attualmente presiede il Tribunale Penale di Macerata e le sue sentenze godono giustamente fama di inattacabilità. Iacoboni aveva letto sui giornali del caso. Destinato a Camerino vi si gettò dentro con tutta la sua intelligenza. Emersero allora alcuni ipotesi: il caso poteva dirsi collegato con il clamoroso furto da Christie’s a Roma?
Cosa aveva visto eventualmente la May perché fosse caduta nel mirino dei criminali, i quali avevano poi dovuto sopprimere anche l’amica Guerin, diventata testimone scomoda? Il magistrato percorse questa ed altre piste recandosi a Londra ed ordinando la perizia sulle ossa che non testimoniarono tuttavia di alcuna violenza. Niente: molto tempo era passato dalla morte anche se qualcuno disse d’aver visto un’auto con targa straniera seguire la peugeot nera verso l’erta di Sassotetto. Si favoleggiò di una banda di sud-americani. E non si ritrovò mai la macchina fotografica che la May portava con sé e con la quale aveva scattato già molte fotografie del casolare di Schito facendo sviluppare i rullini in paese.
La sfida impossibile lanciata dal giudice istruttore di Camerino si rivelò per quello che era: impossibile. Anche Scotland Yard ci provò, inutilmente.
I Sibillini chiudono ancora nel loro candido scrigno questa vicenda archiviata come “morte bianca”.
Fu la neve ad uccidere Jeannette e Gabriella che lasciava due figli in tenera età anche se non venivano escluse altre possibilità, piste alternative rispetto alla ‘morte bianca’.
Lunedì sera “Chi l’ha visto?” su Rai3 ha mandato in onda un bel filmato sul ‘Giallo dei Sibillini’ curato dal collega Alessandro D’Alessandro. La stessa trasmissione, allora condotta da Donatella Raffai, aveva aperto il suo fortunatissimo ciclo, anni prima, proprio sulla vicenda sarnanese. A riaccendere l’interesse della Rai un fatto nuovo: l’accertamento richiesto dalla famiglia Guerin sui resti di Gabriella. L’indagine affidata al prof. Franco Venanzi, direttore del dipartimento di Biologia cellulare animale dell’Università di Camerino, hanno definitivamente chiarito che quelle ossa mangiucchiate da volpi, lupi e cani selvatici sono di quella tranquilla giovane madre di famiglia catapultata in una vicenda drammatica per amicizia con la sua ex datrice di lavoro, l’ex baronessa De Rothschild. “Riprendere casi insoluti che magari alla luce dei nuovi mezzi diagnostici possono trovare soluzione, è ora una delle strade battute dalla trasmissione” dice l’autore della ‘puntata’ marchigiana, il collega Alessandro D’Alessandro. Il filmato è andato in onda con molto ritardo rispetto alla programmazione prevista (15 marzo), messo in coda ad altre vicende di più bruciante attualità, come il caso di via Poma e il caso di Elisa Claps. Proprio nel suo viaggio a Londra sulle tracce di questo tragico enigma, D’Alessandro ha potuto approfondire anche la vicenda legata a Jeannette May. Così Rai3 ha potuto mandare in onda filmati tv riferiti anche ad un passato di presentatrice della May in una trasmissione (“Stop twin”) dal format in quegli anni molto in voga nelle tv d’Europa del tipo ‘Caccia al motivo’ o ‘Indovina la canzone’.
D’Alessandro nelle Marche ha intervistato molti testimoni della vicenda: tra gli altri il presidente Jacoboni, il geom. Venanzi incaricato dalla May per la ristrutturazione del casale di Schito e il sottoscritto -in un backstage allestito estemporaneamente in uno spazio al piano terra, concesso dalla Provincia nel suo Palazzo di corso della Repubblica. Un’intervista al notissimo fotoreporter Carlo Gentili, al quale si devono tante immagini esclusive del Giallo dei Sibillini, è stata invece sacrificata all’abbondanza del materiale inedito londinese. D’Alessandro avrebbe voluto tanto ascoltare un altro testimone eccellente: Stephen May. Ma l’uomo, contattato, ha fatto sapere pure tramite un legale di non essere per nulla felice del revival di una storia che dolorosamente ha segnato la sua vita.
I nuovi mezzi di indagini –così come per il caso Mattei- potranno dire qualcosa in più rispetto a questo giallo insoluto la cui conclusione non ha mai convinto del tutto nessuno? Probabilmente no: la neve di quella tormenta di fine novembre 1980 continua a tenere celato come in uno scrigno inaccessibile il più inquietante mistero della millenaria storia dei Sibillini.
