«Ci si indigna per i femminicidi
ma i progetti di prevenzione
restano nei cassetti»

DENUNCIA - A dirlo lo psicoterapeuta Adelio Bravi che accende i riflettori sulla violenza contro le donne: «Da oltre 18 mesi ho presentato un progetto con l'integrazione della realtà virtuale nei percorsi per uomini autori di violenza, servono 50mila euro, ma le istituzioni non rispondono»

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Adelio Bravi

«Ci si indigna quando una donna viene uccisa, ma poi i progetti di prevenzione rimangono nei cassetti». È la riflessione che arriva dallo psicologo e psicoterapeuta Adelio Bravi a seguito degli ultimi casi di cronaca nazionale, in particolare l’ultimo in ordine di tempo, quello di Lorena Isceri.

Lo psicologo infatti lamenta: «Un progetto che ho presentato per sperimentare l’utilizzo della realtà virtuale nei percorsi rivolti alla riabilitazione degli uomini autori di violenza è fermo da oltre un anno e mezzo» dice.

L’iniziativa è stata ideata da Bravi assieme ad Emanuele Frontoni, ordinario di Informatica all’università di Macerata e co-direttore del Vrai il laboratorio di intelligenza artificiale e robotica. Il progetto, spiega il professionista, è stato presentato a interlocutori del Comune, della Regione e anche del Parlamento.

«È stato ascoltato, discusso e apprezzato. Nessuno ne ha contestato l’impostazione e nessuno mi ha mai detto che non valeva la pena realizzarlo. Eppure è ancora fermo» dice Bravi. L’obiettivo è intervenire sul fronte della prevenzione, lavorando sugli uomini che hanno già messo in atto comportamenti violenti e che potrebbero ripeterli. Un ambito che, secondo il promotore dell’iniziativa, dovrebbe affiancarsi alle misure di protezione delle donne e alla certezza della pena. «Quando si arriva all’omicidio la prevenzione ha già mancato il suo scopo –  sottolinea -. Da qui la volontà di sperimentare uno strumento aggiuntivo all’interno dei percorsi già esistenti dei Centri per uomini autori di violenza. La domanda alla base del progetto è se la realtà virtuale possa contribuire a rendere più efficace il lavoro terapeutico».

Attraverso esperienze immersive appositamente costruite, gli uomini coinvolti potrebbero essere messi nelle condizioni di osservare una stessa situazione da punti di vista differenti, compreso quello della persona che subisce la violenza. L’intento è verificare se questo approccio possa favorire il riconoscimento delle emozioni, lo sviluppo dell’empatia e una maggiore consapevolezza dei comportamenti messi in atto, intervenendo anche sulla tendenza a minimizzare o giustificare la violenza. «Non penso affatto che basti indossare un visore per cambiare una persona violenta – chiarisce – sarebbe invece uno strumento clinico da utilizzare all’interno di un percorso più ampio e sotto la guida di professionisti».

Proprio la sperimentazione dovrebbe servire a stabilire se l’ipotesi funziona. Il progetto prevede il coinvolgimento di due gruppi di uomini già inseriti nei percorsi dei Centri: entrambi seguirebbero il trattamento ordinario, mentre a uno dei due verrebbe aggiunto l’intervento in realtà virtuale. Le valutazioni effettuate prima e dopo il percorso consentirebbero di verificare eventuali differenze nell’empatia, nel riconoscimento delle emozioni, nell’aggressività e nei fattori collegati al rischio di recidiva. Per avviare la sperimentazione sono necessari circa 50mila euro. «La difficoltà indicata è sempre stata quella di reperire i fondi –  racconta lo psicoterapeuta – Non è una cifra trascurabile per una singola amministrazione locale, ma neppure una somma fuori portata se più soggetti decidessero di concorrere: istituzioni, fondazioni e realtà interessate alla prevenzione della violenza. Finora, però, il passaggio dagli apprezzamenti ai fatti non è avvenuto. La difficoltà indicata è sempre stata quella di reperire i fondi. Posso comprenderla, quello che trovo meno comprensibile è che, dopo tanto tempo, non si sia arrivati né a un finanziamento né a una decisione esplicita. Avrei preferito anche un no motivato a questa lunga sospensione».


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