
Giuseppe Bommarito
di Giuseppe Bommarito*
La brillante operazione “Suburra”, gestita dalla Squadra Mobile di Macerata e dal Sisco di Ancona (la struttura della polizia preposta specificamente al contrasto della criminalità organizzata), con la supervisione della Direzione Distrettuale Antimafia, ha sgominato un’organizzazione criminale di recente costituzione, ma molto pericolosa ed efficiente, capeggiata da un 28enne di Macerata, già noto per reati connessi al traffico di droga.
Il 28enne ha lasciato l’Italia e si trova in Spagna da mesi, probabilmente alle prime avvisaglie dell’inchiesta che poi ha travolto il suo gruppo (a Barcellona risulta avere diversi appoggi e coperture ed essere comproprietario, ovviamente per interposta persona, di un grande e fruttuoso negozio di cannabis light).
È lui quello che si faceva chiamare il “Padre” ed è lui che, dopo essere fuoriuscito dal clan albanese dominante a Macerata in cerca di autonomia e di maggiori guadagni, aveva organizzato, a partire dal 2023, con modalità di tipo imprenditoriale una sua formidabile rete di spaccio (parliamo di tonnellate di sostanze stupefacenti commercializzate in pochi anni) che operava non solo nelle Marche, ma anche in altre regioni italiane, non a caso denominata “Sacra Famiglia”. Un’entrata improvvisa e a gamba tesa nel mercato maceratese e marchigiano degli stupefacenti quella del giovane boss, che aveva sconvolto in poco tempo i precedenti assetti criminali.

Il “Padre” si era difatti mosso con diverse particolarità innovative rispetto ai tradizionali sodalizi malavitosi dediti al traffico di stupefacenti, tutte meritevoli di essere segnalate. In primo luogo, la prevalenza, nel clan, di soggetti italiani molto giovani con funzioni di spacciatori, corrieri, magazzinieri, uomini di scorta per gli spostamenti delle sostanze trafficate, tutti ben pagati e con copertura anche delle spese di assistenza legale in caso di fermo o di arresto, per la maggior parte non consumatori e tutti tenuti ad uno stile di vita sobrio e privo di ostentazioni per non dare nell’occhio.
Poi la pluralità delle fonti di approvvigionamento, che spaziavano dal nord al sud Italia, passando a volte anche per Roma, tutte particolarmente favorevoli (evidentemente frutto di attente ricerche di mercato), con la possibilità quindi di proporre prezzi notevolmente inferiori a quelli praticati sulla piazza maceratese e fermana dai clan albanesi qui dominanti. Inoltre diverse filiali sparse nelle Marche, per meglio coprire più aree territoriali, tutte affidate ad un soggetto di elevato grado nella gerarchia interna.
Infine modalità molto innovative per le cessioni, con tanto di catalogo, acquisti su Telegram con chat difficilmente intercettabili e decrittabili, parole d’ordine segrete, rigide verifiche sui clienti, addirittura recensioni a consumo effettuato sulle sostanze e sull’efficienza della rete di spaccio. Le consegne ovviamente avvenivano a domicilio tramite una serie di rider, ma questa, specialmente dopo i tempi del Covid, non è più una novità ma una modalità piuttosto consueta a seguito del progressivo esaurirsi delle piazze fisiche di spaccio, ormai seguita da quasi tutti i gruppi malavitosi che mettono la droga al centro del loro business criminale.
Grande organizzazione, quindi, innovative tecniche di marketing, grosse capacità decisionali e gestionali, notevoli contatti con i grandi sodalizi mafiosi di tutta Italia, specialmente calabresi e pugliesi, presumibilmente acquisiti dal “Padre”, il giovane boss, nella scuola di specializzazione del “carcere”, ma anche la capacità di usare la violenza se e quando necessaria, per intimorire, per punire chi trasgrediva le regole, per riscuotere, per aprirsi nuovi spazi di attività criminale.
Complimenti, quindi, alla Polizia, per questa operazione, sicuramente in gestazione da un paio di anni, a partire dall’arresto di un depositario magazziniere a Porto Recanati sorpreso in casa con un borsone colmo di hashish, portata poi avanti con poliziotti sotto copertura e tecniche di indagine che finalmente hanno consentito di risalire la filiera del traffico, elevandosi sino al vertice di questa pericolosissima piovra, di fatto azzerandola, anche se all’appello manca ancora il pesce più grosso, il quale, sino a quando l’aria era abbastanza tranquilla e poteva ancora permettersi di vivere in zona, si spostava continuamente, con tanto di autista, tra Pedaso, Porto San Giorgio, San Benedetto.

La conferenza stampa dopo gli arresti
Adesso, però, paradossalmente i clan albanesi operanti a Macerata e dintorni dopo l’operazione “Suburra” hanno riacquistato di nuovo grossi spazi operativi nel territorio di loro “competenza”, una volta fatto fuori (metaforicamente parlando) dalle forze dell’ordine un pericolosissimo concorrente, che molto a loro aveva dato fastidio nelle piazze dello spaccio del maceratese e del fermano impossessandosi progressivamente di sempre maggiori fette di mercato. Non è da escludere che i rinvenimenti da parte della Polizia di diversi depositi di questo nuovo clan, avvenuti di recente in diverse località della provincia, che hanno portato poi a stringere il cerchio, siano il frutto di soffiate avvenute ad opera della concorrenza albanese/maceratese.
Viene così di fatto riassorbita quella scissione subita due o tre anni fa ad opera del “Padre”, all’epoca elemento di spicco proprio del clan albanese di origine sinti stanziale da circa venti anni a Macerata e provincia, con qualche incursione sulla costa negli ultimi tempi proprio per far fronte al calo delle cessioni dovuto alla concorrenza appunto di colui cui che, proveniente dalle loro file, se ne era poi staccato. Il vecchio patriarca del clan albanese, quello che sotto gli occhi di tutti si muoveva in bicicletta per controllare e rifornire i pusher sparsi in punti strategici di Macerata, potrà quindi tornare a fare i suoi giri di controllo e di riassortimento per le strade della città.
Nel frattempo questo clan albanese per così dire “storico” nella sua presenza a Macerata, oltre a tentare di spostarsi anche sulla costa, ha stretto maggiori contatti con un altro clan albanese presente anch’esso da molto tempo in città, seppure operativo prevalentemente nell’interno, dotato della consueta copertura di una o più imprese edili e con grande attività di riciclaggio e investimento nel campo alberghiero, tramite prestanome italiani, lungo tutta la costa dal fermano in giù, sino ad Alba Adriatica.

E con interessi notevoli pure nel commercio di orologi di pregio contraffatti provenienti dalla Turchia. Anche per loro comunque grossi guadagni, macchinoni costosissimi che pochi italiani possono permettersi, un paio di agenzie immobiliari a disposizione per acquistare immobili, lucrosi affari con i cinesi che riciclano soldi investendo in diversi settori dell’economia legale. Questa alleanza criminale è stata recentemente in qualche modo formalizzata da lavori di ristrutturazione gestiti in simbiosi dai due clan di un paio di bar siti lungo le principali arterie stradali di Macerata, acquistati o comunque entrati nella loro sfera di influenza.
Ebbene, dopo le grandi operazioni degli ultimi tempi ad opera dei carabinieri, della Guardia di finanza e della polizia non sarà finalmente ora di spazzare via questi clan che, quasi del tutto indisturbati (questa purtroppo è la verità), hanno movimentato tonnellate di droga nel corso degli ultimi venti anni e tanto male hanno sinora fatto nel Maceratese e nel Fermano, uccidendo a causa della droga decine di giovani?
* Presidente associazione “Con Nicola, oltre il deserto dell’indifferenza”
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Avremmo bisogno di un sindaco come lei
Sarebbe utile spiegare meglio quale sia il loro business principale e perché non venga bloccato.
Questo "vecchio patriarca che si muove in bicicletta" (immagino per non dare nell'occhio in una città dove in bicicletta non va nessuno...) è una figura quasi comica. L'avvocato Bommarito è talmente bene informato che mancano solo i nomi e i cognomi. Se lui conosce tutte queste cose non le dovrebbe conoscere anche la polizia?
Possibile che 30 anni di proibizionismo in USA non abbiano insegnato nulla ? Arrestano 1 spacciatore ,ce ne sono dieci in lista d'attesa per prenderne il posto Liberalizzare tutto , a prescindere Se si vogliono suicidare affari loro Nessua spesa sanitaria per i tossici Si leverebbe il 90% dei guadagni delle mafie Tutto libero
E, tangenzialmente, si capisce perché la consegna di cibo a domicilio non venga proibita, nonostante le implicazioni di igiene e sfruttamento del lavoro. Ad averla particolarmente cara mi sembrano proprio coloro che appartengono a categorie maggiormente propense al consumo di quell'altra roba.
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Ma i candidati sindaci di Macerata non hanno nulla da dire sui tanti morti causati da questi clan che spadroneggiano a Macerata e dintorni da decenni nella quasi totale impunità, su questi cancri che hanno catturato come manovalanza anche tanti giovani maceratesi affascinati dalla criminalità e dai soldi facili provenienti dalla droga?
In particolare, la Polizia Locale ha fatto sino in fondo il proprio dovere in materia, ha sfruttato a pieno le proprie possibilità di intervento? Io non credo.
Un panorama che ci deve far paura. Ma la politica dovrà smetterla con la propaganda sterile e cominciare ad assumersi le responsabilità per cui sono lautamente pagati dai cittadini che dicono di rappresentare e tutelare, ma solo a parole.
L’Italia ha uno degli strumenti antimafia più avanzati d’Europa (art. 416-bis c.p. per le associazioni di stampo mafioso, Codice Antimafia, misure di prevenzione patrimoniale, interdittive prefettizie).
Negli ultimi anni le procure (DDA di Ancona, Bari, Roma) hanno già applicato il 416-bis anche a clan albanesi, riconoscendone la struttura “mafiosa” (gerarchia, omertà, controllo del territorio).
Il problema reale è pratico: indagini lunghe, bisogno di intercettazioni su app criptate, collaborazione internazionale lenta, riciclaggio in attività “pulite” (edilizia, turismo, negozi).I politici possono agire su tre livelli:2. A livello nazionale (Parlamento e Governo) – le leve più potentiModifiche legislative mirate:Estendere o semplificare le confische per equivalente e le interdittive antimafia anche per reati di spaccio associativo “straniero” (oggi è più facile con i clan italiani).
Nuove norme per contrastare le comunicazioni criptate (Telegram, Signal ecc.) e i “rider della droga” (obbligo di tracciabilità più stringente per corrieri e magazzini).
Inasprimento delle pene accessorie per chi ricicla proventi di droga in attività economiche (es. alberghi, bar, imprese edili nelle Marche).
Risorse concrete:Aumentare i fondi per le DDA provinciali (Ancona/Macerata) e per la Squadra Mobile/ROS/Gdf: più personale specializzato in criminalità straniera, più analisti per il dark web e le rotte balcaniche.
Finanziare task force interforze permanenti (non solo blitz spot come Suburra) dedicate alle province “a rischio medio” come le Marche.
Diplomazia e cooperazione internazionale:Spingere per accordi bilaterali più rapidi con Albania, Spagna e Paesi Bassi (porti di ingresso): estradizioni veloci, squadre investigative comuni permanenti (come già fatto con successo in Operazione URA nel 2025 tra DIA e autorità albanesi).
Rafforzare Eurojust e la rete @net
della DIA per tracciare i flussi di denaro verso l’Albania.
3. A livello locale (Sindaci, Consiglio Regionale Marche, Prefettura)Pressione sulle interdittive antimafia: i prefetti possono già emettere divieti a imprese sospette (edili, bar, alberghi) di contrattare con la PA. I politici locali possono chiedere controlli sistematici sulle attività economiche legate a nuclei albanesi stanziali da 20 anni.
Prevenzione sociale ed economica: finanziare (con fondi Pnrr o regionali) programmi anti-spaccio nelle scuole e nei quartieri, sostegno a giovani disoccupati (per togliere manovalanza ai clan), monitoraggio degli appalti post-sisma o turistici.
Trasparenza e denuncia pubblica: come fa il giornalista Bommarito, i sindaci e i consiglieri regionali possono creare tavoli permanenti con Questura, Carabinieri e DDA per rendere pubblico il fenomeno (evitando il “silenzio” che l’articolo criticava).
4. Il paradosso da superareColpire solo lo spaccio di strada (come in Suburra) rafforza i clan storici. Serve un’azione a 360°: repressione + aggressione ai patrimoni + prevenzione.
I politici che dicono “le leggi non bastano” hanno ragione solo in parte: le leggi ci sono, ma servono continuità, risorse e volontà politica per applicarle senza interruzioni elettorali.In pratica, un consigliere regionale o un deputato delle Marche potrebbe presentare un’interrogazione o una proposta di legge specifica su “contrasto al narcotraffico nelle province adriatiche” chiedendo esattamente queste cose. Non servirebbe una rivoluzione: basterebbe usare meglio gli strumenti esistenti e finanziarli di più.
“I clan, avvalendosi di collaboratori italiani e rumeni e di una rete legata al mondo della prostituzione, hanno imposto il crack come principale sostanza di scambio all’interno di alcuni condomini. Queste strutture fungono da basi per lo stoccaggio e lo spaccio di cocaina pronta all’uso. I clienti si rivolgono ai gestori delle ‘crack house’ sia per l’acquisto rapido che per il consumo prolungato in garage o appartamenti privati. L’efficacia di questo sistema poggerebbe anche su zone d’ombra e presunte coperture all’interno dei meccanismi di controllo territoriale: pochi elementi isolati che, agendo in modo opaco nelle zone di competenza, finirebbero per agevolare il silenzio e la stabilità delle attività illecite.” Questo è come viene descritto il funzionamento di molte piazze di spaccio italiane, compresa quella di Rogoredo di cui mi sembra sì parli molto dettagliatamente.
L’Avvocato Giuseppe Bommarito,come sempre,ci presenta un’analisi puntuale sugli ultimi fatti che hanno permesso, grazie all’opera preziosissima delle forze di polizia,di smantellare una pericolosissima rete di spaccio degli stupefacenti. Come precisa Giuseppe ora si apre una riorganizzazione degli equilibri dei clan che sono presenti nel nostro territorio. Io sono,da sempre,particolarmente attento ai problemi delle devastanti conseguenze dell’esposizione all’uso degli stupefacenti avendo esercitato la professione di medico,quindi con esperienza diretta. Da alcuni anni sono impegnato in politica e mi candiderò a Sindaco alle prossime elezioni comunali e fin da ora annuncio che nel mio programma elettorale ho dedicato un capitolo a grave ed allarmante fenomeno proponendo una serie di iniziative che mirano soprattutto alla prevenzione senza dimenticare che le istituzioni,compreso il comune,possono e devono fare molto di più piuttosto che trincerarsi dietro un silenzio assordante ed un disinteresse totale.
Le recenti cronache di respiro nazionale dimostrano che non tutti i politici si adoperano per combattere la criminalità, anzi.
Per Franco Pavoni
Grazie per il suo intervento, denso di proposte e programmi precisi di intervento per le istituzioni in materia di contrasto al traffico e allo spaccio di droga.
Devo però fare una precisazione: io non sono un giornalista, sebbene scriva a titolo volontario e del tutto gratuito su questo giornale da 15 anni, da dilettante allo sbaraglio. Non mi sono mai iscritto nemmeno nell’albo dei pubblicisti. Faccio un altro mestiere: l’avvocato, ancora a tempo pieno.
Caro avvocato, neanch’io sono Franco Pavoni, purtroppo come Grok ho una mente molto intasata, ma aldilà delle apparenze nelle mie intenzioni l’appellativo “giornalista” non aveva nulla di offensivo…
Caro Pavoni, non ho preso l’appellativo di giornalista come offensivo, ci mancherebbe. La mia era solo una precisazione per i lettori.
Anche se i più avanzati,
d’antimafia i sistemi,
per far si che sian sferzati,
spacciatori e loro schemi,
non di certo basteranno,
a sconfiggere la droga,
spacciator continueranno,
se ben non si usa toga;
ma problema ancor maggiore,
oltre a quantità industriali,
della roba a tutte l’ore,
è consumo di immorali,
che invece dell’esempio,
a non consumar robaccia,
già conoscono lo scempio,
e non è ciò carta straccia;
che il pesce si sa bene,
sempre puzza dalla testa,
non cerchiamo solo pene,
da chi giovane s’appresta;
che poi con mercato ‘aperto’,
ogni bimbo è sempre a rischio,
ma l’esempio è sempre certo,
non fa male e non mi invischio… m.g.
…meditate, gente, meditate, tutto guardate… gv
Onore a Giordano Ripa, che è stato il primo e sinora l’unico candidato sindaco di Macerata a dire la sua sul vergognoso cancro dei due clan albanesi che da decenni fanno milioni di euro spacciando alla grande e sostanzialmente impuniti nella città di Macerata e nel suo hinterland.
Parcaroli, Tittarelli, Orioli e Sigona non hanno nulla da dire al riguardo? E’ normale questa situazione di ventennale impunità ai danni dei nostri figli, assicurata a delinquenti pericolosissimi e spregiudicati, che sicuramente e con tutta evidenza godono anche di protezioni e complicità, nonchè di volute disattenzioni, ad alti livelli nelle istituzioni preposte? Quando si deciderà di estirpare questi cancri che hanno ucciso tanti nostri figli?
Vale anche per lorsignori candidati la regola dell’indifferenza verso le problematiche della droga e della criminalità organizzata che sulla droga si arricchisce in maniera spropositata?
Non hanno da dire sul fatto che la Polizia Locale (rimanendo a livello comunale, visto che stiamo parlando di candidati sindaci) avrebbe potuto fare, per quanto di sua competenza, molto di più nel contrasto allo spaccio e al traffico di droga?