Sfruttamento del lavoro in una coop:
quattro arresti, uno a Porto Recanati

OPERAZIONE CAPESTRO - E' stata condotta da finanza e carabinieri, l'accusa parla di facchini fatti lavorare fino a 16 ore al giorno a 5 euro l'ora invece dei 9 previsti. Uno dei soci della cooperativa è stato preso nella città costiera, nel suo appartamento trovati anche i conti paralleli dell'attività

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Foto d’archivio

 

di Laura Boccanera

Impiegati come facchini fino a 16 ore al giorno a 5 euro l’ora invece dei 9 previsti. All’accredito dello stipendio i lavoratori dovevano restituire somme che andavano dai 200 ai 600 euro. Arrestati quattro cittadini extracomunitari titolari di una cooperativa pesarese che si occupava di facchinaggio. In un libro mastro la contabilità in nero che ha portato alla scoperta di un sistema collaudato di sfruttamento del lavoro. Questo il bilancio dell’operazione “Capestro”, una vasta attività di indagine avviata dalla guardia di finanza di Urbino e dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Pesaro e che ha coinvolto anche la Compagnia di Civitanova. Uno dei pakistani arrestati infatti è residente a Porto Recanati. Gli uomini del maggiore Marinelli hanno perquisito l’appartamento del socio della cooperativa e lì hanno rinvenuto un bilancio contabile alternativo, con dettagliati i conteggi che mostravano un’attività finanziaria parallela, con i pagamenti reali, dimezzati rispetto a quelli previsti dalla legge e le ore realmente lavorate dai dipendenti. Le indagini sono state coordinate dalla procura di Urbino, a seguito di un esposto presentato da un’associazione sindacale, che ha poi avanzato al gip la richiesta di misure cautelari personali nei confronti dei sei indagati, i soci di una cooperativa che si occupava di facchinaggio e assemblaggio, nonché un sequestro preventivo al fine di assicurare alla giustizia anche le somme ed i proventi illecitamente ottenuti con l’attività in nero. Le indagini, iniziate a fine 2018, hanno impegnato i militari della guardia di finanza e dei carabinieri con riscontri documentali, appostamenti, pedinamenti, acquisizione di informazioni da testimoni, indagini patrimoniali e finanziarie, nonché con accessi ispettivi anche nelle aziende coinvolte. Si è così accertato che i sei pakistani, costituendo una società cooperativa, avevano assunto e sottoposto a sfruttamento lavorativo 17 connazionali impiegandoli  in imprese italiane operanti nel settore della componentistica per impianti di irrigazione a Sant’Angelo in Vado, Lunano e Senigallia. Le 17 vittime, indotte ad accettare accordi prima dell’assunzione, erano costrette a restituire parte della retribuzione mensile, formalmente corretta, sotto minaccia di licenziamento ovvero di non essere più inviate a lavorare presso le ditte richiedenti. La compilazione e la consegna delle buste paga nonché l’accredito dello stipendio erano formalmente regolari e in linea con le previsioni del contratto collettivo nazionale di categoria, ma i lavoratori percepivano in realtà 5 euro l’ora invece dei 9 previsti, con un orario giornaliero medio di 10 ore che, in alcuni casi, poteva raggiungere addirittura le 16 ore di lavoro consecutive, poiché dopo l’accredito dello stipendio dovevano restituire in contanti somme variabili dai 200 ai 600 euro. Le vittime, molte richiedenti protezione internazionale, versavano tutte in stato di estremo bisogno e avevano la necessità di lavorare per inviare denaro ai familiari in Pakistan oltre che per provare ad ottenere un permesso di soggiorno con un regolare contratto lavorativo. Uno dei quattro arrestati è stato fermato all’aeroporto di Fiumicino al suo ritorno in Italia. Il giudice sulla base degli elementi raccolti nell’inchiesta ha disposto il sequestro preventivo di 157.000 euro nei confronti di tutti gli indagati e l’affidamento della società cooperativa ad un amministratore giudiziario, per garantire la continuità aziendale e la tutela dei lavoratori.


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