Dall’abisso dell’eroina
alla salvezza a San Patrignano:
«La mia vita era diventata una disgrazia»

INTERVISTA DELLA SETTIMANA - Il racconto di un maceratese di 35 anni. Tossicodipendente, è entrato nella comunità nel 2014. Uscito da qualche mese racconta la sua esperienza: «Oggi sono una persona nuova, capace di gioire delle piccole cose che ho capito essere le più importanti, desideroso di aiutare gli altri, in grado di pormi degli obiettivi e di lottare per raggiungerli»

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Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito*

Gianni (nome di fantasia) è un maceratese di 35 anni, tossicodipendente dal 1998 al settembre del 2014, allorchè è entrato a San Patrignano, dove è rimasto sino a qualche mese fa affrontando un nuovo cammino di vita fatto di autostima faticosamente riconquistata, dignità ritrovata, responsabilità ed entusiasmo. Ora è finalmente tornato a casa ed è consapevole che la comunità terapeutica è stata la sua salvezza. Ha deciso di rispondere a qualche domanda per raccontare tutta la sua esperienza, senza escludere il viaggio verso la morte evitata per un soffio e poi la successiva rinascita.

Come è stato l’arrivo a San Patrignano?
«Sono entrato un giovedì mattina, una bella giornata di fine settembre del 2014. Io e la mia famiglia arrivammo verso le nove del mattino e parcheggiammo sul piazzale antistante l’entrata, non sapevo chi ero e quello che dovevo fare, ero confuso, nervoso, incavolato con il mondo, l’unica cosa che vagamente volevo era cambiare, voltare pagina e scrivere un nuovo capitolo della mia vita. Portavo con me un bagaglio di malesseri che non scorderò mai, emozioni, paure, sensi di colpa che nella vita non avevo mai affrontato. Mi sentivo smarrito e disorientato, non del tutto convinto, ma per fortuna mi hanno subito preso in carico dei ragazzi già in percorso con un sorriso pieno di affetto, e mi hanno aiutato a superare le prime difficoltà. Effettivamente all’inizio è stato faticoso, perché la lucidità che a mano a mano acquisivo mi ha fatto capire che nella vita avevo fatto ben poco, non avevo mai dato valore alle cose che facevo, non mi ero mai dato degli obiettivi, non mi importava raggiungerli, ero vuoto, sembrava quasi avessi l’alzheimer. C’erano in comunità migliaia di ragazzi, quasi tutti partiti con le canne, ed anche alcuni giovanissimi, appena adolescenti, divenuti in poco tempo dipendenti della cannabis, che oggi è fortissima e ti spacca il cervello. Tutti però, sia i più giovani che i più vecchi, impegnati a venirne fuori e questa cosa mi ha dato forza».

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La comunità di San Patrignano

Quali sono stati i tuoi primi pensieri?
«In comunità, durante i primi mesi, la mia testa viaggiava, non riuscivo mai a fermarla, avevo mille pensieri che non portavano a nulla, la sera ero stanco,  non per il lavoro manuale, ma perché la mia mente macinava pensieri, ricordi… Per fortuna il ragazzo che mi affiancava (in comunità ogni nuovo arrivato è affiancato da un ragazzo che è già lì da qualche tempo) si accorgeva che i miei occhi fissavano il vuoto, perché a tutto pensavo ma non a quello che dovevo fare: ero disconnesso. Me lo faceva notare e io non mi rendevo conto di nulla, dicevo che stavo bene, invece avevo un malessere interno, lui mi spronava sempre a raccontare quello che stavo vivendo e i pensieri che stavo facendo, perchè solo parlando e affrontando questi malesseri alla fine si riesce a venir fuori dalla depressione indotta dalla droga e dalle esperienze di vita connesse. Non è stato semplice aprirmi: non volevo mai parlare, avevo quasi paura di raccontare di me e in fondo pensavo che fossero cavoli miei, non mi fidavo di nessuno e non volevo uscire da questo torpore. Con il tempo però capii che se volevo guarire non dovevo comportarmi come facevo quando ero fuori, dovevo farmi aiutare, stare in gruppo e vivere con quella famiglia che in quel momento avevo, cioè la comunità che mi aveva accolto e stava cercando di tirarmi fuori dalla merda in cui mi ero messo. Dovevo cominciare ad avere dei rapporti veri con le persone, cosa che mi ero sempre rifiutato di fare, convinto come ero che la gente non dovesse intromettersi nella mia vita. Poi, un po’ alla volta, mi sono aperto, ho preso fiducia negli amici veri che mi stavo creando e insieme a loro ho cominciato a vedere la realtà della vita che avevo condotto sino a quel momento. E’ stato un lungo e amaro risveglio, però – devo riconoscerlo – fondamentale per la mia rinascita. Devo dire, senza ombra di dubbio, che San Patrignano è non solo la comunità terapeutica più grande d’Italia e di tutta l’Europa, ma anche la più organizzata ed efficiente.

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I ragazzi di San patrignano incontrano studenti e studentesse

Facciamo qualche passo indietro. Quando hai iniziato a drogarti?
« Tutto partì quando avevo 14 anni, un età molto delicata, volevo assomigliare agli altri, non mi accettavo, pensavo che tutti fossero più intelligenti di me, avevo sempre vergogna di parlare di me stesso, non volevo farmi conoscere realmente, non esternavo mai le mie emozioni, le mie sensazioni, quindi mi nascondevo. Avevo un carattere debole, ero molto curioso di scoprire amicizie nuove, ma soprattutto avevo voglia di avventura, quindi mi sono buttato a frequentare un certo tipo di amicizie, tra i ragazzi che costituivano il mio gruppo. Le compagnie per gli adolescenti, come ero io in quei tempi, sono molto importanti, infatti a me personalmente hanno condizionato la vita e mi hanno fatto percorrere una via sbagliata che alla fine mi ha portato ad avere tantissimi disagi. Mi facevo trasportare dagli altri, l’illegalità mi affascinava e mi faceva sentire qualcuno, mi sentivo considerato dal gruppo, i miei amici erano la mia famiglia. A poco a poco, sempre convinto di poter gestire la situazione, ho cominciato a fumare gli spinelli in maniera sempre più frequente e ossessiva, e da allora la mia vita ha cominciato a girare su quella cosa, sempre su quella cosa, e in un certo senso sono rimasto piccolo, non sono più cresciuto».

 Che vuoi dire?
«Solo durante i primi periodi in comunità ho realizzato che avevo trenta anni di età, ma sentivo di essere rimasto a quindici anni, i miei ragionamenti erano ancora infantili, non sono mai maturato, fissato sempre e solo sulla sostanza: trovare i soldi per comprare il fumo, fare le dosi e venderlo, avere la rimanenza per fumare e ricominciare da capo, un cerchio che non si chiudeva mai e ricominciava all’infinito. Con lo spaccio avevo sempre i soldi in tasca, ma sempre meno materia grigia in testa per ragionare, uscivo per vendere il fumo e farmi gli spinelli per poi andare a bere al circolo del Giardinetto, a giocare a carte, a ridere e a fare lo scemo. In poco tempo la mia vita cambiò, ma in peggio, io però non me ne rendevo conto, pensavo che tutto fosse normale e che anormali fossero gli altri.

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La squadra di calcio di San Patrignano in tv

La famiglia ha capito il problema, è intervenuta?
«La mia famiglia all’inizio non ha ben compreso la situazione in cui mi ero ficcato. Certo, mi stava dietro pur non sapendo veramente quello che facevo, mi spingeva a continuare la scuola e lo sport, io ero un bravo nuotatore agonista, mi consigliava di trovarmi degli hobby e dei bravi amici, ma a me non importava nulla. Mi interessava soltanto uscire, fare le mie fumate in compagnia e sbattermene di tutto quello che mi circondava. Per fortuna, anche se a quell’epoca non me ne fregava niente, sono riuscito a finire la scuola superiore perché i miei genitori hanno insistito tantissimo. In realtà a sedici anni avevo deciso che le regole e la quotidianità mi facevano schifo, quindi mi ero dato io delle regole nella vita, quelle che più mi facevano comodo. A diciotto anni – pensa tu che assurdità – il mio sogno era di aprire un coffee-shop e vendere il fumo, a ripensarci ora mi vengono i brividi, ero vuoto, esisteva solo la sostanza, guardavo le persone per bene e pensavo fossero degli scemi, giudicavo sempre gli altri, ma non guardavo mai me stesso e come stavo messo. All’ apparenza sembravo un ragazzo per bene, ma dentro avevo un vuoto enorme, ero superficiale, piatto, privo di emozioni, di obiettivi, non volevo responsabilità, pian piano mi stavo emarginando, mi ero staccato dalla realtà, vivevo in un mondo tutto mio con le mie regole: mi piaceva vivere così».

Poi è arrivata l’eroina.
«In un batter d’occhio mi trovai a 18 anni, per me le cose stavano andando apparentemente bene, tenevo sotto controllo le sostanze, almeno così pensavo, invece tutto cambiò, quando conobbi dei ragazzi che fumavano stagnole di eroina. Io, curioso di provare quella sostanza, mi ci tuffai subito, e questa mia curiosità, unita al fatto che non pensavo che l’eroina, se fumata, desse dipendenza, mi portò piano piano, senza che me ne rendessi conto, allo sfacelo. La mia vita divenne una disgrazia, nel vero senso della parola, ben presto caddi nella dipendenza vera e propria, in un vortice senza via d’uscita.
Cominciai rubare dappertutto, a chiedere di continuo soldi ai miei, a fare piccoli furti, ebbi delle denunce, ma la cosa brutta, che adesso mi fa rabbrividire, è che ancora pensavo che per me le cose andassero bene, mi dicevo che avrei comprato l’ultima dose e l’avrei fatta finita… invece ero schiavo fin sopra i capelli, la sostanza era diventata la mia famiglia, i miei amici, era tutto. Non mi rendevo conto di essere un tossicodipendente schiacciato dall’eroina. Non avevo più nulla e nessuno intorno a me, soltanto una ragazza che faceva le mie stesse cose – un amore tossico che invece di aiutarci ci spingeva a vicenda verso l’eroina –, viveva le stesse esperienze come me e la famiglia l’aveva abbandonata. La mia fortuna è stata che i miei genitori invece non mi hanno mai abbandonato, hanno combattuto una grande battaglia, perché vedere un figlio che si sta spegnendo ogni giorno senza che se ne renda conto, è uno strazio senza fine».

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La visita del presidente Mattarella alla comunità

Per quanti anni sei stato dentro l’eroina?
«Circa dodici anni. Quello che ho visto in questi anni di tossicodipendenza è stato pesantissimo, rivivere quei ricordi è veramente deprimente. Ho visto ragazze che si prostituivano con africani per una dose, ho visto morire ragazzi e ragazze per overdose o per incidenti stradali, ho trovato una mia amica un giorno che si era suicidata, mi trovavo a Perugia. Ho visto nascere praticamente tutto il giro nigeriano dello spaccio a Macerata, mi ricordo che i neri che vendevano calzetti in giro, ma vendevano anche droga. Girava in città un fiume di droga, adesso non so anche se vedo molta più polizia in giro. Privo di emozioni, di voglia di vivere, campavo alla giornata, cominciai a bucarmi e da lì caddi nel buio più totale, andavo in giro per le strade a vedere se c’erano borse dentro le macchine, e così presi a delinquere in maniera più continua, anche facendo furti nei negozi. Una volta sono andato anche in overdose e mi sono salvato non so nemmeno io come, sono stato fortunato perché gli angeli del 118 mi hanno salvato. Io mi ritrovo oggi a ringraziare tutti i poliziotti che ho incontrato nella mia vita di tossicodipendente, sono persone professionali che non si sono fermate solo a denunciarmi e a scrivere un verbale, ma hanno cercato di convincermi ad uscire da questo tunnel, mi dicevano che avevo un problema che dovevo risolvere immediatamente e che dovevo farmi aiutare da qualcuno».

Poi cosa è successo?
«E’ successo che la mia famiglia, un giorno, ormai disperata ed esasperata dal dramma che da anni la logorava, mi fece parlare con una persona che per le sue dolorose vicende personali seguiva questi problemi e parlava con molte famiglie alle prese con la droga. Questa persona ha insistito moltissimo che io andassi alla Rondinella, un’associazione di Corridonia fondata da Gaetano Angeletti, una persona meravigliosa che, dopo aver perso un figlio per droga, adesso spende la sua vita per aiutare le persone con problemi di dipendenza. Dopo vari tentativi mi sono deciso e ho cosi iniziato a frequentare l’associazione. E’ stata dura parlare della mia vita vuota, sentirmi dire dagli operatori che non potevo più continuare così, perché stavo buttando via la mia giovinezza, mi dicevano che la vita vale la pena di essere vissuta, ma io non me ne rendevo conto, vivevo come uno zombie e non sapevo neppure chi fossi. Era vero, ero uno sconosciuto di me stesso, ero rimasto bloccato per tanti anni, ero un bambino che doveva cominciare tutto da capo. Poi, dopo un po’ di tempo, gli operatori della Rondinella valutarono che ero pronto al grande passo, mi mandarono all’associazione Avap di Pesaro, dove incontrai Paola e Lucio e Maurizio, le persone che erano i referenti in zona di San Patrignano. Fin dal primo colloquio con gli operatori capii veramente che in quel luogo si faceva sul serio, mi dissero che, se volevo veramente cambiare, il cammino sarebbe stato lungo e faticoso, ma il coraggio lo avrei trovato andando avanti nel percorso. E infatti così è stato, sono uscito da qualche mese, dopo quattro anni e oggi sono una persona nuova, capace di gioire delle piccole cose che ho capito essere le più importanti, desideroso di aiutare gli altri, in grado di pormi degli obiettivi e di lottare per raggiungerli. Ma ciò che mi propongo è essere sempre me stesso, senza paura di esserlo e cercando di non diventare quello che vorrebbero gli altri».

Le storie di Gianni e dei tanti che hanno chiesto aiuto alla comunità  hanno ispirato lo spettacolo “Lo Specchio frammenti di una favol@cida” ideato e realizzato dalla Comunità di San Patrignano. Sarà in scena sul palco del teatro “Don Bosco” venerdì 22 marzo alle 10, nel corso della giornata di riflessione sulle tossicodipendenze, promossa dal tavolo interistituzionale “Uniti contro le droghe” .

*Avvocato Giuseppe Bommarito, presidente associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”


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