Una importante poetessa dell’800
“transitata” anche per Macerata
PERSONAGGIO - Caterina Franceschi Ferrucci, educatrice e letterata, difese la cultura classica
di Mario Monachesi
Nel numero di maggio 2017, del mensile internazionale di cultura poetica “Poesia”, Silvio Ramat ripercorre la vita e le opere di Caterina Franceschi Ferrucci. Nata a Narni il 26 gennaio 1803, nel 1823 si trasferisce a Macerata dove, nel 1827 sposa il latinista e archeologo “pistacoppo” Michele Ferrucci. Educatrice e letterata, diventa così celebre da meritare attestati di stima anche da parte di Leopardi e Manzoni. Sarà nel 1871 la prima donna a ricoprire il ruolo di membro corrispondente dell’Accademia della Crusca. A 22 anni scrive “Inno al sole” e di seguito inni “All’armonia”, “All’altra morte”, “Alla provvidenza”. Qualche anno più tardi nascono le canzoni “L’Unione dei popoli italiani”, “Alla gioventù italiana” e “Il canto delle donne italiane”, quest’ultimo datato 1848. A metà secolo, o giù di lì, scrive “Letture morali ad uso delle fanciulle”, cioè un repertorio di esempi edificanti per le alunne dell’Istituto italiano di educazione femminile, con sede a Genova, di cui lei divenne la prima direttrice. In questo settore la sua bibliografia è cospicua, va dal saggio “Della educazione della donna italiana” a “Degli studi delle donne italiane”.
Nel 1864 scrive “I dodici mesi dell’anno”, un calendario poetico in cui riversa le sue doti di “naturale eleganza compositiva”. Nel mentre, segue il marito (espulso per motivi politici e patriottici dall’insegnamento nelle università dello Stato Pontificio), da Macerata a Bologna, da Ginevra a Pisa e a Firenze, poi di nuovo a Pisa e da ultimo ancora a Firenze, dove nella vedovanza e nella malattia viene assistita dal nipote Filippo, sacerdote. Nel 1873 pubblica “Prose e versi”, oltre 400 pagine, edito a Firenze dai successori Le Monnier. La sua storia umana annovera anche una lunga fase di silenzio, susseguita alla perdita, nel 1857, della figlia Rosa, poco più che ventenne. Oramai ottantaquattrenne, muore nella città gigliata il 28 febbraio 1887. Nel 1910 esce postumo a Reggio Emilia, il suo epistolario dedicato ai propri ideali patriottici che, condivisi con il marito, specialmente tra il 1846 e il 1849, le ispira lettere di accesa passione politica. Nascono in quegli anni “I polacchi in Siberia” e le due rivolte “A Pio IX Pontefice Massimo. Conclude Ramat nell’articolo: “nella sua sintassi e nel suo canto spiegato c’è però una robustezza innegabile che merita a Caterina un angolo di riguardo nella nostra memoria”. Si, lo merita, aggiungo io, perché tra le molte voci poetiche dimenticate del nostro ottocento, figura anche quella importantissima della “maceratese” Caterina Franceschi Ferrucci. La città di Macerata, già da decenni, le ha dedicato una via in zona via Mameli (Convitto).
