Duplice omicidio di Cingoli,
i giudici nella sentenza:
“C’è ancora un assassino libero”
DELITTO PER DROGA - La Corte d'assise di Macerata rileva che Alex Lombardi, condannato all'ergastolo in primo grado, non può aver agito da solo. Lo dicono le due diverse ogive ritrovate e i movimenti del cellulare di uno dei due giovani uccisi

L’avvocato Giuseppe Bommarito
di Giuseppe Bommarito*
Erano quasi le 23 del 25 maggio 2011 quando i vigili del Fuoco di Macerata vennero allertati per un incendio sviluppatosi in una zona isolata nei pressi di Cingoli, in località San Faustino. In un piazzale isolato circondato da alberi stava bruciando, come poi si saprà, una Lancia Y di colore blu scuro. Ben presto sul posto arrivarono anche i carabinieri, dapprima quelli della stazione di Cingoli per un controllo di routine e subito dopo, molto tempestivamente, quelli del Reparto operativo nucleo investigativo di Macerata, chiamati ad intervenire perché, spento in poco tempo l’incendio, all’interno dell’autovettura ancora rovente si era intravista la presenza di due cadaveri carbonizzati, il braccio e la testa di uno dei quali sporgevano orrendamente dal finestrino posteriore dell’auto, esploso per il calore. Così, in quella calda nottata di tarda primavera, iniziava la drammatica e sconvolgente storia del brutale doppio omicidio di Cingoli, una delle più efferate vicende criminali accadute in provincia, ricostruita per filo e per segno nella motivazione della sentenza della Corte di assise di Macerata (depositata proprio in questi giorni), che nello scorso marzo aveva inviato all’ergastolo il buttafuori Alex Lombardi, di Polverigi, mandando invece assolti i coimputati Marco Pesaresi, di Filottrano (condannato solo per un’accertata attività di spaccio), e l’anconetano Jonny Rizzo (leggi l’articolo).

Alex Lombardi
Le indagini, lunghe e complesse, portarono dapprima a stabilire che le due vittime, entrambe di sesso maschile, erano già morte quando l’autovettura ove esse erano state poste venne data alle fiamme, senza dubbio a seguito di colpi di arma da fuoco sparati con due diverse pistole. Poi si arrivò alla identificazione dei corpi: si trattava di due marocchini di nome Youness Inani e Hassan Abbouli. Il primo, giunto da poco tempo in Italia, apparteneva ad una famiglia malavitosa di grandi trafficanti di hashish operante a livello internazionale con basi in Spagna ed in Italia, arrivato nelle Marche per prendere il posto del fratello appena incarcerato per reati legati al traffico di droga. Il secondo, da molti anni invece in Italia con la famiglia, dapprima a Corridonia e in seguito in una frazione di Cingoli, era da tempo dedito con altri connazionali all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti. I due, secondo la ricostruzione effettuata dagli inquirenti, si erano stabiliti da poco tempo in una piccola cittadina nei pressi di Senigallia e gestivano insieme una notevole e lucrosissima attività di spaccio nelle province di Pesaro, Ancona e Macerata, riforniti costantemente dalla Spagna con grossi quantitativi di hashish.

Il procuratore Giovanni Giorgio
Faticosamente rinvenuta l’utenza telefonica utilizzata da una delle vittime, poteva iniziare tramite i vari gestori telefonici la ricerca dei contatti e dei movimenti avvenuti nella giornata del duplice omicidio e nei periodi precedenti. Ben presto per tale via si arrivava a Marco Pesaresi, già coinvolto in una precedente indagine in materia di traffico di stupefacenti, e al suo coinquilino Alex Lombardi, nonché, in breve, all’individuazione di una delle armi del delitto, una pistola marca “Walther”, di proprietà del Lombardi, scambiata dallo stesso con un fucile il giorno dopo gli omicidi in un’armeria di Chiaravalle (e poi oggetto di un successivo e non riuscito tentativo di recupero). Le ulteriori indagini, la collaborazione presto emersa del Pesaresi e le intercettazioni telefoniche ed ambientali disposte con immediatezza consentivano infine di ricostruire anche il movente: una enorme partita di hashish (il cui quantitativo variava, secondo le testimonianze, dai 30 ai 100 chili) della quale potevano disporre i due trafficanti marocchini uccisi, droga che il Lombardi voleva rapinare fingendosi disposto ad acquistarla per conto del suo amico Jonny Rizzo. La sentenza della Corte di assise, ricostruendo analiticamente tutta la vicenda ed il quadro complessivo delle investigazioni, spiega bene e con dovizia di argomenti i pesantissimi elementi di prova contro il Lombardi, basati principalmente sull’arma del delitto, sulla deposizione del coimputato Pesaresi, sulle intercettazioni, sui movimenti della sua utenza telefonica nella sera del duplice delitto, sulle sue incredibili successive vanterie di aver già ucciso due persone e di essere pronto a uccidere di nuovo. Così come illustra esaurientemente l’insufficienza del quadro probatorio a carico del Pesaresi e del Rizzo, che ha necessariamente portato alla loro assoluzione, sulla base del comma 2 dell’art. 530 del codice di procedura penale, per il brutale fatto di sangue avvenuto nei pressi di Cingoli nel maggio 2011. I successivi gradi di giudizio diranno se le decisioni della Corte di assise di Macerata troveranno o no conferma per quanto concerne la posizione del Lombardi. Nel frattempo mentre sia Lombardi che Pesaresi tornano di nuovo agli onori della cronaca (il primo per un ulteriore processo che lo vede imputato dinanzi alla Corte di assise di Ancona per un altro omicidio avvenuto a Filottrano pochi giorni prima del fatto di sangue di Cingoli, ed il secondo per un nuovo arresto avvenuto a fine aprile 2017, poco più di un mese dopo l’assoluzione “maceratese”, per un grosso giro di traffico e spaccio di cocaina), un fatto gravissimo risulta indiscutibile: in libertà e non identificato, per quanto concerne lo spietato duplice omicidio di Cingoli, c’è almeno un assassino, se non due, circostanza della quale non si è parlato affatto, nemmeno dopo la chiara ed ineccepibile sentenza della Corte di assise maceratese.

Marco Pesaresi
Eppure è la stessa sentenza di Macerata, che, condannando il solo Lombardi, e sia pure escludendo la responsabilità di Pesaresi e di Rizzo (leggi l’articolo), ritiene che “… difficilmente una così complessa e rischiosa azione delittuosa avrebbe potuto essere realizzata da una sola persona”: non si va da soli, infatti, ad incontrare di notte, in un luogo isolato e per un affare criminale del valore di diverse decine di migliaia di euro, per di più con il segreto intento di rapinarli, due pericolosi trafficanti di droga quali erano le vittime. C’è poi il fatto indiscutibile delle ogive e dei proiettili rinvenuti sui corpi e all’interno dell’auto bruciata, sicuramente sparati da due diverse pistole e quindi necessariamente in mano a due distinte persone. Ed infine la circostanza decisiva: la ricostruzione degli spostamenti dell’utenza telefonica di uno dei due marocchini uccisi, Abbouli, evidenzia, grazie a delle considerazioni tecniche che qui sarebbe troppo complesso spiegare, che con ogni probabilità i due marocchini non sono stati uccisi nel luogo del ritrovamento, ma lì sono stati portati mentre uno o entrambi erano in agonia, sicchè è evidente che l’auto bruciata, nel percorso verso il piazzale di San Faustino ove poi è stata data alle fiamme, era condotta da una persona, mentre in affiancamento c’era un’altra autovettura, guidata da un altro delinquente omicida, con la quale gli autori del fatto di sangue si sono poi allontanati.
Le indagini dovranno quindi necessariamente proseguire per identificare il correo o i correi nel duplice omicidio di Cingoli, che intanto ci ribadisce ulteriormente, come se ancora ve ne fosse bisogno, un dato di fatto terrificante ed inequivocabile: la droga uccide, la droga aiuta ad uccidere, per la droga si uccide, i potenziali elevatissimi guadagni illeciti della droga spingono ad uccidere.
Alla base della terribile azione delittuosa di Cingoli c’è infatti l’enorme partita di hashish trattata dalle vittime e costituente il movente degli omicidi: secondo le varie versioni, come si è già detto, da un minimo di trenta ad un massimo di cento chili di droga. Ebbene, basandoci sull’ipotesi più bassa dei trenta chili, l’hashish in mano ai due marocchini, ceduto all’ingrosso, valeva non meno di sessantamila euro. Adeguatamente tagliato e spacciato poi al minuto, significava un profitto illecito di circa trecentomila euro. Un vorticoso giro di spaccio, condotto senza sosta e senza pietà sia dalle vittime che dagli assassini, nella maggior parte dei casi ai danni di ragazzini appena usciti dalle scuole elementari, i destinatari finali di questo traffico mortifero. Per questo affare di droga i due marocchini hanno messo a repentaglio la loro vita, finendo per perderla. Per questo affare di droga almeno due persone si sono macchiate di delitti orribili, spargendo il sangue delle giovani vittime e bruciandone poi i cadaveri. Per trovare la forza di premere il grilletto della sua pistola Alex Lombardi si era presumibilmente imbottito di droga, di cocaina, sostanza alla quale era dedito (nel corso del processo maceratese è infatti emersa la sua condizione di cocainomane): non si spiegherebbero altrimenti la scarsissima lucidità criminale posta in essere dal buttafuori di Polverigi in questa terribile vicenda e la quantità impressionante di gravi indizi lasciati in giro, che hanno finito poi per inchiodarlo senza possibilità di scampo alle sue responsabilità, almeno stando alle risultanze del primo grado di giudizio.
Insomma, ancora una volta la droga, sempre la droga, la stramaledetta droga, che rende chiunque la avvicini artefice o vittima del Male, oppure, come nel caso del doppio omicidio di Cingoli, sia vittima che artefice del Male.
*Avvocato e presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”