Mariano Prosperi,
l’omaggio a 22 anni dalla morte
Il ricordo di Giorgio Maria Cornelio, studente maceratese appassionato della figura e dell'opera dell'artista fidardense molto conosciuto anche a Macerata dove si è diplomato all'Accademia di belle arti nel 1976
Nell’anniversario della morte dell’artista fidardense Mariano Prosperi scomparso nel 1995 riportiamo il ricordo di uno studente maceratese Giorgio Maria Cornelio.
Di recente è stata costituita l’associazione Ama-Amici di Mariano, con la finalità di promuovere la conoscenza della sua persona e valorizzare il patrimonio artistico che ha lasciato. “Mariano è una piccola storia dell’Arte che arriva e rimane”, scrive il poeta Giovanni Prosperi. Non mi è possibile altrettanta leggerezza. Solo qualche appunto, allora, partendo dalla nota che con rara tenerezza, il fratello, Felice Prosperi ha inserito nell’introduzione alla mostra “Bellezza e Misericordia”. “Con grande entusiasmo frequentò e terminò gli studi accademici, licenziato con 30 e lode in Decorazione pittorica all’accademia delle belle Arti di Macerata, come risulta dal diploma dell’11 giugno 1976. (…) Però, nel frattempo, qualcosa si è rotto nel suo organismo e soprattutto nella sua mente. Forse è qui la genesi della malattia mentale, diagnosticata come schizofrenia, che infine è stata la vera causa della sua morte, nel togliersi la vita, a 44 anni, il giorno 20 aprile 1995.” L’arte di Mariano ( 5000 pezzi, fra schizzi, opere minute, centinaia di disegni e pitture, sparsi ovunque, molti in Argentina, dove Mariano passò un anno con i parenti e con il fratello gemello Don Felice, missionario nella periferia di Buenos Aires) è la rosa senza perché: fiorisce perché fiorisce.
Il suo vaso di fiori, del resto, è un sunto di arie e di stupori implosi, un’offerta della mano al fuoco, e viceversa. Le mani di Mariano mi sembrano, almeno per quanto ho potuto vedere dalle sue foto, un compendio del disarmo, e ancora più sono le sue Madonne, di una bellezza ignota a se stessa, precipitata in voto di sospensione aerea, concentrata, votiva adunanza di asimmetrie e colori, pittura pluviale e senza appartenenza: noi non amammo una singola cosa, ma l’immenso fermento, come al margine di una elegia di Rilke. E sembra che non ci sia verso di spiegarsi che la pittura qui vada intesa come pensiero sulle mani nello stessa maniera in cui andrebbe inteso il pensiero ai piedi del funambolo: è tutto lì, nella piccola veglia reciproca degli strati, delle superfici visitate una ad una: leggerissima manovalanza dell’idea che sa della carta come terra spirituale, e disegna un volto o un paesaggio come fatto di soli ictus e cadute, isole screpolate di colore. Non c’era, forse, altra maniera di dipingere se non quella di organizzare i resti (“poesia è ciò che si lascia assolutamente fuori”), scompigliare cioè la rete dei nascondimenti, mettere da parte, via via, la materia prima di un abbecedario della costruzione: il calendario fatto di chiese dove si ritrova, ed è un miracolo senza concetto, il peso e la dimensione della pietra.
Mariano è, allora, una vertigine legata al mondo, così, senza destinazione, come se avesse da rivoltarne la fodera, come fuoco indispensabile: l’inutile che salva se stesso. In con conclusione, riporto ancora le parole di Giovanni Prosperi: “Mariano aveva un segno a matita leggero come la sua scrittura che sembrava non toccare la carta. Riusciva a fare una mano senza staccare la bic, in pochi secondi, perfetta e proporzionata in tutte le posizioni: mi incantava la sua facilità e maestria. Poi la sua passione per la batteria, aveva l’orecchio assoluto per la musica tanto da trascrivere su di un quaderno tutte le battute di una canzone senza conoscerne una nota. Stava spesso solo, parlava poco, aveva pochi amici che lo stimavano per la sua bontà e raffinatezza. Poi, improvvisa o meditata la svolta nella teologia e l’entrata prima al Santo di Padova, più tardi a San Francesco di Assisi deciso a diventare frate. (…) Sono riuscito a fargli solo due mostre, una a Castelfidardo (curata anche da Tarcisio Lancioni), in una piccola chiesa sconsacrata, l’altra a Numana.







