Grande commozione
per la cittadinanza onoraria
a Helga Feldner

URBISAGLIA - Il padre Paul Pollak fu internato nel campo maceratese dal luglio del 1940 al settembre del 1943
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Il Sindaco Paolo Giubileo conferisce la cittadinanza onoraria a Helga Feldner

Il Sindaco Paolo Giubileo conferisce la cittadinanza onoraria a Helga Feldner

Il Consiglio comunale di Urbisaglia ha conferito la cittadinanza onoraria a Helga Feldner, medico cardiologo viennese, quale doveroso risarcimento al dolore e alle sofferenze sopportate a causa dall’internamento di suo padre presso il Campo di  Urbisaglia. Il padre di Helga Feldner si chiamava Paul Pollak e fu internato ad Urbisaglia dal luglio del 1940 al settembre del 1943. Mentre il Dott. Pollak era internato ad Urbisaglia, sua figlia Helga venne deportata nel campo di Terezin, tristemente noto perché presentato dalla propaganda nazista come “zona autonoma di insediamento ebraico”, ma nella realtà era un campo di concentramento e transito per i deportati diretti ad Auschwitz e altri campi. Helga era una ragazza di 14 anni e la madre Hertha, una donna di religione cristiana, l’accompagnò per non lasciarla sola. Tutta la famiglia riuscì a sopravvivere alla Shoah, compreso Paul Pollak, trasferito ad Auschwitz nell’aprile del 1944. Durante la seduta del Consiglio Comunale la sig.ra Feldner, coadiuvata dall’interprete Isabella Ferrini, ha raccontato la storia della sua vita e quella di suo padre, che non ha mai voluto parlare della sua esperienza ad Auschwitz, mentre ricordava spesso la sua esperienza ad Urbisaglia, la cordialità delle persone incontrate e la bellezza dei luoghi.

Helga Feldner con i rappresentanti dei comuni e il capitano Cosimo La Musta

Helga Feldner con i rappresentanti dei comuni e il capitano Cosimo La Musta

Al Consiglio comunale di Urbisaglia di sabato scorso hanno partecipato i rappresentanti dei comuni di Loro Piceno, Colmurano, Ripe San Ginesio e Tolentino, Cosimo La Musta  (Capitano della Compagnia dei Carabinieri di Tolentino), Andrea Strappati (Maresciallo della Stazione dei Carabinieri di Urbisaglia), Giovanna Salvucci (Presidente ANPI di Urbisaglia), Lorenzo Marconi (Presidente provinciale ANPI), Luciana Salvucci (Dirigente dell’Istituto Comprensivo di Colmurano), Don Marino Mogliani (Parroco di Urbisaglia), le insegnati e i ragazzi della terza classe della Scuola Secondaria di primo grado di Urbisaglia, che si sono appassionati alla storia di Helga Feldner, deportata quando aveva la loro età.

Gli ospiti e i ragazzi della terza media di Urbisaglia

Gli ospiti e i ragazzi della terza media di Urbisaglia

La signora Feldner ha risposto prontamente alle domande poste dai ragazzi, che hanno voluto  capire quali fossero le sue condizioni nel campo di Terezin, come è riuscita a sopravvivere allo sterminio e cosa ha provato alla fine della guerra. Dopo il conferimento della cittadinanza onoraria, il sindaco di Urbisaglia, Paolo Giubileo, ha consegnato alla signora Feldner un volume con tutti i documenti relativi a Paul Pollak conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Urbisaglia, raccolti e catalogati da Roberto Cruciani e Giuseppe Ferranti, e una pergamena recante le motivazioni del conferimento della cittadinanza onoraria: “Il Consiglio comunale di Urbisaglia conferisce alla signora Helga Feldner la cittadinanza onoraria del Comune di Urbisaglia in quanto vittima delle leggi razziali che l’hanno coinvolta insieme agli affetti più cari. Il Consiglio Comunale ritiene che il conferimento della cittadinanza onoraria di Urbisaglia alla signora Helga Feldner sia un gesto doveroso verso chi, per la semplice appartenenza al popolo ebraico, ha vista calpestata la propria dignità e ha dovuto subire innumerevoli sofferenze e umiliazioni, consumatesi in parte nel territorio del nostro Comune dove suo padre, Paul Pollak, venne internato dal 25 luglio 1940 al 30 settembre 1943. Questo gesto testimonia inoltre la volontà del Comune e dei cittadini di Urbisaglia di non dimenticare gli anni della dittatura e della guerra, e di ispirarsi ai valori di quanti hanno combattuto per la libertà e la democrazia.

 Helga Feldner all'Abbadia di Fiastra prima dell'esecuzione del Requiem, insieme all'interprete Isabella Ferrini (Foto di Carlo Torresi)

Helga Feldner all’Abbadia di Fiastra prima dell’esecuzione del Requiem, insieme all’interprete Isabella Ferrini (Foto di Carlo Torresi)

Al termine della seduta Helga Feldner si è recata in visita al Museo Archeologico di Urbisaglia, dove ha potuto vedere la grande iscrizione che il generale romano Flavio Silva, di ritorno dalla conquista della fortezza di Masada in Palestina nel 73 d.C., fece affiggere davanti all’Anfiteatro fatto costruire a sue spese a Urbs Salvia. Helga Feldner ha inoltre visitato Villa Bandini all’Abbadia di Fiastra, dove suo padre fu internato per più di tre anni, soffermandosi a lungo sulla lapide a lui dedicata all’interno del giardino, che reca le parole tanto care agli urbisagliesi “Nelle ore grigie e oscure di Auschwitz, abbiamo sempre visto davanti a noi, come un miraggio, il luminoso giardino d’Urbisaglia in Italia, paese di sole e di buona gente.” Grazie alla disponibilità delle guide di Meridiana Srl, decine di visitatori provenienti da tutta la provincia hanno potuto visitare le stanze di Villa Bandini in cui si conservano ancora graffiti e disegni lasciati dagli internati.

Nel pomeriggio, alle 18.30, la signora Feldner ha partecipato all’esecuzione del Requiem di W.A. Mozart per soli coro e orchestra organizzato dall’Associazione Pueri Cantores “Zamberletti” di Macerata e dall’Associazione Amici della Musica di Urbisaglia.

 

 Helga Feldner e sua nipote Laura vicino alla lapide che ricorda Paul Pollak

Helga Feldner e sua nipote Laura vicino alla lapide che ricorda Paul Pollak

Prima del concerto, dedicato alle vittime della Shoah, la signora Feldner ha rivolto un saluto alle centinaia di persone intervenute all’evento, che le hanno tributato un caloroso e commosso applauso. L’esecuzione del Requiem è stata affidata al coro Pueri Cantores Zamberletti di Macerata, diretti dal M. Gian Luca Paolucci, e al coro Equi-Voci di Urbisaglia, diretti dal M. Tiziana Muzi, con l’orchestra Sinfonietta Gigli di Recanati. Le parti soliste sono interpretate dal soprano Annarosa Agostini, dal contralto Mariangela Marini, dal tenore Simone Polacchi e dal basso Massimiliano Fiorani.

Il  M° Gian Luca Paolucci ringrazia Helga Feldner (Foto di Carlo Torresi)

Il M° Gian Luca Paolucci ringrazia Helga Feldner (Foto di Carlo Torresi)

«Tutti noi» ha spiegato il M° Gian Luca Paolucci che ha diretto l’esecuzione, «coristi, orchestrali, solisti, abbiamo affrontato l’impresa senza la pretesa di dire qualcosa di nuovo e di originale, senza la presunzione di compiere improbabili operazioni filologiche, ma solo con il profondo desiderio di onorare con artistica dignità il ricordo dei tragici eventi che, come turbine rovinoso, scossero il mondo, anche il nostro piccolo mondo di provincia, ormai oltre settant’anni fa. Una impresa difficile, come una scalata in parete. La straordinaria presenza di pubblico e il calore con cui ha accolto la nostra esecuzione e ha onorato la presenza della dott.ssa Feldner ci ha ripagato di tante fatiche e di tanto impegno». L’evento è stato organizzato dall’Associazione Corale Pueri Cantores “D. Zamberletti” di Macerata e dall’Associazione “Amici della Musica” di Urbisaglia con il patrocinio dall’Assemblea Legislativa delle Marche, i Comuni di Macerata e Urbisaglia, l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Macerata e dall’ANPI.

Il Requiem di Mozart verrà replicato stasera (27 gennaio), Giornata della Memoria, nella chiesa del Sacro Cuore di Macerata.

Il M° Gian Luca Paolucci dirige il Requiem di Mozart all'Abbadia di Fiastra (Foto Carlo Torresi)

Il M° Gian Luca Paolucci dirige il Requiem di Mozart all’Abbadia di Fiastra (Foto Carlo Torresi)

 LA TESTIMONIANZA DI HELGA FELDNER:

«Quando arrivammo a Terezin dovemmo camminare fino alla stazione di controllo, dove ci controllarono da capo a piedi per vedere se avessimo i pidocchi. Poi ci condussero verso delle grandi baracche dove ci assegnarono un posto per dormire.

Molte baracche grandi di pietra con stalle per i cavalli erano usate come abitazioni per gli ebrei e alcuni vivevano in modeste case dove uomini e donne vivevano separati e con pochissimo spazio. Nelle baracche c’erano stanze molto grandi; anche le stalle enormi venivano usate. C’erano file di letti a castello su tre piani, in ogni letto dormivano due persone. Noi dormivamo su sacchi pieni di paglia con coperte ruvide, era molto scomodo. In una delle stanze grandi vivevano circa 200 persone con servizi sanitari estremamente scadenti, acqua fredda, milioni di cimici e pulci. Le latrine si trovavano nei cortili ed erano delle grandi fosse, sopra le quali c’erano delle costruzioni di legno con una lunga tavola dove le persone si accovacciavano e cercavano di non cadere nella fossa. C’era un tetto di legno e una sbarra per tenersi in equilibrio.

 I solisti i Annarosa Agostini, Mariangela Marini, Simone Polacchi e Massimiliano Fiorani (Foto di Jacopo Mochi)

I solisti i Annarosa Agostini, Mariangela Marini, Simone Polacchi e Massimiliano Fiorani (Foto di Jacopo Mochi)

Non c’era molto cibo, e quel poco che ci portavano da Vienna veniva subito mangiato. La razione normale era metà pagnotta di pane, 60 grammi di margarina, 50 grammi di zucchero ogni tre giorni. La mattina ci davano una porzione di surrogato del caffè, a mezzogiorno un mestolo di zuppa con qualche cereale e la sera un altro mestolo di semolino o avena con acqua. I bambini piccoli prendevano del latte annacquato; chi lavorava riceveva sanguinaccio o salsicce di fegato in barattolo e un po’ di pane in più. Avevamo sempre fame e mia madre dimagrì molto perché dava un po’ del suo cibo a noi. Presto iniziai a lavorare come donna di pulizie in un ospedale e in una segheria. Il lavoro era molto pesante ma facevo il più possibile per avere qualcosa in più da mangiare.

N. 9 - I Pueri Cantores, il Coro Equi-Voci e la Sinfonietta Gigli (Foto di Jacopo Mochi)

I Pueri Cantores, il Coro Equi-Voci e la Sinfonietta Gigli (Foto di Jacopo Mochi)

Poi io e mia sorella fummo spostate dalle baracche. Lei fu portata in una casa per bambini, io in una casa per ragazzi. Andai a lavorare in una fattoria collettiva fuori del campo. C’erano molti sionisti che facevano di tutto per non far deprimere noi adolescenti, che ci davano speranza e ci tenevano occupati. Anche qualche insegnante cercava di darci un minimo di istruzione anche se era severamente proibito. Naturalmente quelli che lavoravano fuori erano in condizioni di salute molto migliori, l’opportunità di lavorare all’aria aperta e di raccogliere una patata cruda o una cipolla o qualunque cosa spuntasse da terra e mettersela velocemente in bocca aiutava. Ricordo le rape dure e le barbabietole da zucchero, molto sgradevoli. Sono anche riuscita a portare un po’ di cibo alla mia famiglia.

Ma poi, nell’autunno del 1944, iniziarono a partire i convogli da Terezin ad Auschwitz. Molti dei miei amici e compagni di stanza furono mandati via. Per me fu molto duro quando persi la mia migliore amica che per molti mesi aveva diviso il letto con me ed era stata una buona compagna. Non è più tornata. Dopo la guerra ho incontrato suo fratello e mi ha detto che lei e i suoi genitori erano stati mandati nelle camere a gas subito dopo l’arrivo.

Naturalmente nessuno conosceva la destinazione dei convogli – ci dicevano che ci avrebbero mandato in un campo di lavoro con migliori condizioni – quindi quando arrivò il mio turno, non pensai di non andare. Ma di solito c’erano 2000 persone in un convoglio, e il numero che mi era stato assegnato era molto elevato ed ero stanca, quindi decisi di riposarmi un po’. Mi andai a stendere al terzo piano di un letto a castello in una stanza vuota, e dormii troppo a lungo. Andai a dire alle autorità che mi avevano lasciato indietro, e loro mi dissero di andare col prossimo convoglio. Poi mia madre si ruppe la caviglia, ma provò a farsi dare un posto per lei e mia sorella nel prossimo convoglio, ma non la accettarono – perché nei suoi documenti c’era scritto che non doveva essere mandata in un campo di sterminio. Col suo aiuto decisi di non entrare nel convoglio seguente, e nessuno pensò che ci fosse qualcosa di strano nel vedere una ragazzina che camminava avanti e indietro ma non saliva sul treno. L’ufficiale mi disse di nuovo di andare col treno seguente. Ma c’era già carenza di lavoranti agricoli e mia madre, col suo bel viso, andò dal capo della fattoria, che di sicuro sapeva dove erano diretti i treni. Lui mi lasciò stare, e grazie a questo oggi sono qui e posso raccontare questa storia.

Requiem. Da sx Roberto Broccolo, Paolo Giubileo, Annalisa Cegna e Claudio Gaetani (Foto di Carlo Torresi)

Requiem. Da sx Roberto Broccolo, Paolo Giubileo, Annalisa Cegna e Claudio Gaetani (Foto di Carlo Torresi)

L’inverno tra il 1944 e il 1945 fu estremamente freddo, ma il ghetto era un po’ meno affollato, finché non iniziarono ad arrivare convogli da altri campi di concentramento, che dovevano essere svuotati a causa dell’avanzata del fronte russo. I pazzi nazisti, sebbene messi alle strette, non volevano abbandonare l’idea di rendere l’Europa judenfrei, ovvero libera dagli ebrei. Usarono le ultime ferrovie ancora utilizzabili per portare gli ultimi prigionieri, esausti, affamati, sporchi e infreddoliti, in un altro campo. Quando arrivarono a Terezin, molti di loro morirono subito, anche se gli ebrei che restavano fecero del loro meglio per salvarli. Io li ho visti e non dimenticherò mai quelle figure scheletrite, con gli occhi vuoti, vestite di stracci.»

N. 11 - Requiem. I coristi (Foto di Jacopo Mochi)

Requiem. I coristi (Foto di Jacopo Mochi)

 

N. 9 - I Pueri Cantores, il Coro Equi-Voci e la Sinfonietta Gigli (Foto di Jacopo Mochi)

I Pueri Cantores, il Coro Equi-Voci e la Sinfonietta Gigli (Foto di Jacopo Mochi)

 Helga Feldner in visita a Villa Bandini con sua nipote Laura e Giovanna Salvucci dell'ANPI di Urbisaglia

Helga Feldner in visita a Villa Bandini con sua nipote Laura e Giovanna Salvucci dell’ANPI di Urbisaglia

 

Il M° Tiziana Muzi e il M° Gian Luca Paolucci (Foto di Jacopo Mochi)

Il M° Tiziana Muzi e il M° Gian Luca Paolucci (Foto di Jacopo Mochi)

 



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