Barattoli, cortei e giusti pesi

DAVOLI A MERENDA - Incursioni nel quotidiano in punta di penna
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davoli a merenda newdi Filippo Davoli

Il mercatino maceratese del Barattolo (la seconda domenica di ogni mese, esclusi luglio e agosto) compie vent’anni. Ne sono stato anche espositore, ma più spesso e più volentieri visitatore e acquirente. Da un po’ di tempo, poi, ho scoperto che a Manuela Tombesi (la curatrice) diede l’idea del mercatino proprio mio padre. E questo fatto, che mi inorgoglisce e contemporaneamente mi commuove (facendomi anche sorridere un po’, pensando a quante ne pensava mio padre, ma anche con quanta lungimiranza, lui, collezionista impenitente), mi spinge ogni seconda domenica del mese a caccia di chicche (cappelli, libri, rarità di Mina, penne e quaderni). Non sempre ne trovo, ma certo ogni volta l’escursione ha il suo buon fascino. Alle otto di mattina è anche meglio. C’è quell’aria querula che taglia la testa in due ma sorride complice al morbido azzurro domenicale. Un ossimoro delizioso, che si mischia fecondo ai colori delle bancarelle, agli occhi catturanti dei venditori. Alle undici è già un’altra cosa. Smarrita l’aura di piccola complicità con chi espone, ci si può un po’ confondere con i curiosi. Mogli condotte fuori per la passeggiata domenicale dopo la Messa, qualche bambino recalcitrante perché vorrebbe tutto, qualche mamma compiacente che quel tutto gli regala, qualche papà innervosito, qualche cane a festa. Nei bar c’è il sorriso che promana dall’odore inconfondibile del caffè; per strada l’acciottolato antico che snocciola il caldo rintocco delle suole d’una volta. Di pomeriggio viene il clou: chi deve vendere sa come gli è andata, chi deve comprare sa che deve sbrigarsi. I fidanzati e i gruppi di amici intoppano gli ansiti, e al freddo incipiente fa contraltare la gente. E’ il respiro migliore della città che non si rassegna a chiudere i battenti. Di questi tempi non è poco.

DAVOLI A MERENDA (3)

A Macerata con ragazzi nigeriani e senegalesi

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La tragedia di Parigi, che va lentamente riassorbendosi nelle nostre quotidianità messe emotivamente a dura prova (più o meno come all’epoca delle torri gemelle; e chissà con quante analogie prossimo-future…) mi ha fatto riflettere tanto. Una tragedia, non c’è dubbio. Un delirio solo truffaldinamente motivato dalla religione, ossia da quel contatto con il trascendente da cui origina la vita e di certo non la morte. Che molla tragica ed aberrante scatta, in chi – sia pure villipeso nei propri valori più forti e intimi – decide di replicare con una strage di vite umane? Perché, all’insensibilità di un Occidente sempre più preda del bisogno di valicare tutti i confini possibili di natura e cultura, replica una violenza cieca e spietata che di certo non invoglia a fermarsi per riflettere, ma finisce per rilanciare con più radicalità in una spinta che è uguale anche se di segno opposto? La spirale che si percepisce vicinissima (stiamo ballando su una polveriera, come nalla canzone Panama di Ivano Fossati) sarebbe probabilmente senza ritorno.

DAVOLI A MERENDA (5)

Foto di Nicolas Teodori

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E tuttavia, contemporaneamente, mi chiedevo: dove sta l’Occidente delle matite alzate, di fronte al genocidio perpetrato nei riguardi delle etnie minoritarie dell’Afghanistan, per esempio, trucidate pian piano ma senza soluzione di continuità dagli stessi facinorosi che hanno insanguinato Parigi? Perché degli Hazara, ad esempio, non parla nessuno? Eppure in Pakistan subiscono una carneficina quasi quotidiana. Perché dei curdi non si cura quasi nessuno, come se anch’essi non subissero ormai da almeno un decennio un’ostinata decimazione?
Dove sta l’Occidente paladino della libertà di espressione, di fronte ai cristiani crocifissi perché non apostatano, sfugati dalle loro terre (una presenza millenaria) perché non si convertono, o arsi vivi perché in India osano dare dignità umana ai paria? Perché per loro non alza la matita nessuno?

DAVOLI A MERENDA (1)

Cena natalizia con i ragazzi afghani (di etnia sia hazara che tajik)

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Il 2015 non è cominciato per niente bene. Ma il corteo di Civitanova in onore della nascita di Maometto è una pagina bella e memorabile. Sia per la civiltà degli islamici che non hanno abboccato alle provocazioni subite all’inizio della loro manifestazione, sia per la civiltà dei civitanovesi che hanno guardato lo sfilare delle bandiere con rispetto e serenità. E così penso ai “miei” ragazzi afghani, albanesi, nigeriani, senegalesi… all’umano che si dispiega identico a sé stesso a tutte le latitudini, e che fa capolino negli sguardi, nei sorrisi, nelle paure, nelle strette di mano, nei saluti. Perché se in Italia vivono extracomunitari che si baloccano nel non far nulla, al di là di congetturare furti e delinquenze di ampio genere, in Italia dovremmo anche ricordare che abbiamo un tasso di evasione fiscale che supera il 50%, più una classe politica e dirigenziale ignava e furba, il cui tenore di vita è uno schiaffo continuo e beffardo a chi fatica a sbarcare il lunario, sia esso italiano di nascita o di residenza stabile.

DAVOLI A MERENDA (2)

Con l’aiuto cuoco afghano Ekram

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Mi chiedevano di firmare un cartello in difesa degli interessi degli italiani prima di quelli degli stranieri. Ho risposto che è un falso problema, secondo me. Prima i cittadini onesti che pagano le tasse (quale che ne sia la razza o il paese di provenienza; purche in regola e stabilmente residenti). Consiglierei anzi di togliere la cittadinanza italiana a chi la sporca da decenni a tutti i livelli sociali, politici ed economici, dandola agli stranieri che si comportano bene, rispettosi del Paese che li ha accolti e nel quale hanno scelto di vivere e di pagare le tasse rispettando tutte le leggi. Quante volte li ho sentiti indignarsi – o rassegnarsi, ma non con pace – per un trattamento troppo morbido nei riguardi di stranieri come loro che sporcavano anni di loro civilissima convivenza con un comportamento inopportuno o addirittura delinquenziale.

DAVOLI A MERENDA (6)

L’egiziano khaled

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Ali, uno dei miei figliuoli, una volta sposato e andato a vivere per conto suo, era diventato il paladino dell’anziana signora che gli viveva a fianco, in un condominio dove gli studenti universitari schiamazzavano ubriachi nel cuore della notte per più giorni la settimana. Quando ha cambiato casa, la signora si è messa a piangere. Quanti Ali ci sono in Italia? E quanti studenti universitari dediti più alla bumba che ai libri?

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C’è un desiderio di onestà e di moralità che è qualità di natura, prima ancora che di cultura; un desiderio di accoglienza che significa molto di più che tolleranza (la quale suona più come sopportazione che non come rispetto). Io non diventerò mai musulmano. Ma non mai avuto problemi a presentarmi per quello che sono. Anzi, credo che un’identità chiara e non dimissionaria – come quella che vorrebbe imporci il relativismo imperante (che sembra un ossimoro, ma non lo è…) – sia la chiave di volta per dialogare con chiunque costruendo la pace, giorno dopo giorno.



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