Un grazie a Giacomo Leopardi
che dà una mano all’economia

Il film di Martone produce effetti positivi nel commercio. Intervista impossibile e semiseria al “Giovane Favoloso”
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Lo straordinario successo del “Giovane favoloso”, il film di Mario Martone su Giacomo Leopardi, sta avendo effetti non soltanto culturali in senso stretto ma anche economici (e poi qualcuno continua a dire che la cultura non si mangia!). Prova ne siano i milioni di euro che arrivano dai botteghini dei cinema, le concrete prospettive di Recanati per la crescita del turismo a vantaggio di alberghi, ristoranti e negozi, e, recentissima, la pregevole iniziativa editoriale del gruppo Repubblica-Espresso consistente nel porre in vendita al prezzo di 9,90 euro ciascuno quattro dvd settimanali sulla vita e le opere del nostro grande poeta e filosofo. Per non parlare, infine, di alcune trovate di livello inferiore come le felpe con la scritta “Io sono un giovane favoloso” e – ho letto su Internet – certe statuette fabbricate in quel di Napoli che mostrano Giacomo con la gobba e i venditori che per ragioni scaramantiche consigliano agli acquirenti di toccargliela. Perciò il Leopardi che per tanti anni era rimasto chiuso nelle aule scolastiche e nelle aule magne dei convegni universitari sta facendo l’ingresso nel tumultuoso universo del creare lavoro, del produrre, del vendere e del comprare.
Provarne puzza al naso, da austeri e rigorosi “radical chic” della cultura? No, per carità! Ci si potrà certo turbare del fatto che nella pubblicità televisiva Dante Alighieri reclamizzi una marca di carta igienica, ma, insomma, il mondo, e specialmente oggi, è dominato dai processi economici, né va ignorato, del resto, che senza la potenza imprenditoriale della Firenze del Trecento e del Quattrocento non avremmo mai avuto tanti e universali capolavori dell’arte architettonica, pittorica, scultorea, letteraria. Ebbene, di questo e di altro ho discusso direttamente con lo stesso Giacomo in un’intervista un po’ seria e un po’ meno che la scorsa notte sono riuscito a fargli durante un indimenticabile sogno.

“Come giudica, maestro, lo sfruttamento commerciale del suo genio? E quando lei scrisse ‘L’infinito’ avrebbe mai immaginato che qualcuno si sarebbe poi impegnato a imitare la sua calligrafia per farne dei falsi, metterli sul mercato e ricavarne denaro?”
“Non me ne scandalizzo. Come dissi nello ‘Zibaldone’ – era il 1821, m’ero già acculturato con uno ‘studio matto e disperatissimo’ nella biblioteca paterna di Recanati – ‘quanto più il commercio e l’industria è più libera tanto più prospera e tanto meglio camminano gli affari di una nazione’.Ora siamo nel 2014 e non ho cambiato idea”.

“Incredibile, maestro. Lei dunque è un liberista all’americana e considera giusto che il mondo globalizzato sia governato dalla finanza?”
“Sempre in quegli anni e sempre nello ‘Zibaldone’ affermai che ‘la moneta è di prima necessità a un commercio vivo ed esteso essendo forse la principal fonte dei progressi della civiltà’. E lo confermo”.

”Un momento, maestro. Io lo ricordo, quel brano, che dopo ‘principal fonte dei progressi della civiltà …’ si concludeva così: ‘… e anche della corruzione umana’. Non è vero?”
“Verissimo, e lo dimostrano le mascalzonate che stanno venendo fuori tutti i giorni e dovunque – l’ultima, incredibile, a Roma – dalla politica e dalla cosiddetta società civile”.

“Lo vede? E non è colpa di una sfrenata bramosia di ricchezza?”
“Qui sono d’accordo con lei, perché a tutto dev’esserci un limite. Ma la questione non riguarda l’economia in generale, che fra l’altro è in crisi, quanto invece l’esasperato individualismo delle singole persone e il loro stile di vita”.

Giacomo Leopardi nel ritratto di Domenico Morelli

Giacomo Leopardi nel ritratto di Domenico Morelli

“Cosa intende dire, maestro?”
“Torno a citare il mio ‘Zibaldone’: ‘Quando uno non è illuminato dall’amor di patria, dalla libertà, dall’onore eccetera e invece cerca l’utile suo proprio consistente nel denaro diventa egoista e quindi l’avarizia, la lussuria e l’ignavia’. Le basta?”

“Mi perdoni, maestro, ma qui si contraddice. Il desiderio di ricchezza non è forse, come lei m’ha detto prima, un fattore di progresso?”
“Dipende. E’ infatti un male quando esso diventa – e mi rifaccio ancora allo ‘Zibaldone’ – ‘l’unico bene solido, il solo capace di stuzzicare l’appetito’. Così la pensavano purtroppo i miei ‘valorosi contemporanei’ – è chiara l’ironia? – e così mi pare che la pensino, oggigiorno, anche i suoi, caro signore”.

“L’amor di patria, la libertà, l’onore eccetera sono valori dello spirito, certo, ma la realtà oggettiva della natura, che lei non si è mai stancato di definire ‘matrigna’, rischia di renderli utopistici e dunque illusori”.
“Già, le illusioni. Quelle – e lo scrissi – ‘del bello, del tenero, del grande, del sublime e dell’onesto”, ossia la ‘vera forza che dovrebbe sostenere il mondo’. E più esplicitamente lo spiegai nel ‘Frammento sul suicidio’, in cui parlando di quei valori dicevo: ‘O le illusioni riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e mobile o questo mondo diverrà un serraglio di disperati e forse anche un deserto’. Valori che esistevano nell’antichità e ai miei tempi già si andavano perdendo. Nell’antichità, signore, ‘si viveva anche morendo, mentre ora si muore vivendo’. Mi son fatto capire?”

“Certo, maestro. I suoi tempi, però, erano l’inizio dell’Ottocento, mentre oggi siamo già nel Duemila. Non è cambiato nulla?”
“Cambiato, sì, ma in peggio. E l’economia non c’entra. Anch’essa, fra l’altro, se la passa male, vittima del modo di vivere degli individui. ‘Secolo superbo e sciocco’, così definii il secolo mio che stava cadendo nell’inganno di realizzare ‘magnifiche sorti e progressive’. E che non avessi torto, signore, lo dimostra il secolo vostro, che è ancora più superbo e più sciocco del mio”.

“Ma in che senso superbo? E in che senso sciocco?”
“Nello stile di vita delle persone, ripeto. Anche ai miei tempi si cominciava a seguire futili mode e lo scrissi nella “Palinodia al marchese Gino Capponi”, uno che pure lui credeva nelle ‘magnifiche sorti e progressive’. Già parlavo, pensi, della pubblicità (‘il grido militar ordinator di gelati e bevande’), già parlavo delle suggestioni dell’informazione (‘la giornaliera luce delle gazzette’), già parlavo degli eccessi del consumismo (‘seggiole, canapè, sgabelli ed ogni altro arnese di menstrua beltà e nuove forme di paiuoli e nuove pentole’), già parlavo del consegnarsi alle voluttà del mangiare (‘branditi cucchiai, crepitanti pasticcini, pepe, cannella o altri aromi’) e delle frivole mode di comparire (‘vecchiezza e gioventù’ alla pari, con le ‘barbe ondeggiar lunghe due spanne’). E mi dica, signore, non ci son forse oggi altri Marchesi Capponi che meritano, magari aggiornati, gli stessi versi”?

“Ce ne sono parecchi, maestro, ma perché se la prende tanto con le mode? Non sono l’effetto in fondo innocente di tendenze che provengono da cause ben più colpevoli di loro?”
“Innocenti? In una mia ‘Operetta Morale’, la Moda dice alla Morte: ‘Io sono tua sorella’ perché ‘tutte e siamo figlie della caducità e tiriamo a disfare e a mutare le cose. Tu ti scagli sulle persone mentre io mi contento delle barbe, dei capelli, degli abiti, sforacchiando orecchi, labbra e nasi, abbruciacchiando le carni con stampe roventi e storpiando le donne con calzature snelle’. Ebbene, son passati due secoli e non le vien da pensare, signore, ai tatuaggi, ai piercing perfino sulla lingua e ai tacchi di oltre dieci centimetri?”

Il regista Mario Martone

Il regista Mario Martone

“ D’accordo, m’ha convinto. Ma cambiamo discorso, la prego”.
“Dica pure”.

“Il film di Martone le è piaciuto?”
“Molto. Ha fatto capire che io non sono stato felice ma non fui mai disperato. E l’affetto che contrariamente a quanto ripetuto dai miei biografi aveva per me papà Monaldo. E l’infinita dolcezza dei luoghi di Recanati e Macerata. E la mia forza di vivere a dispetto delle malattie. E l’appello alla solidarietà fra gli uomini che io esaltai – illusione? – nella ‘Ginestra’. E, le mie speranze di giovane in cui possono riflettersi quelle dei giovani di oggi. Sì, mi è piaciuto molto”.

“Tutto?”
“Eccetto la storiaccia tutta inventata che io nelle notti napoletane avrei frequentato bordelli di transessuali. Ma come ci ha pensato, questo Martone? Io non ha mai avuto un tal genere di gusti erotici, mi sono sempre innamorato delle donne anche se le donne, purtroppo, non s’innamoravano di me. Ma s’è fatto tardi e adesso la saluto, signore. Buonanotte e dorma bene.”



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