Da una finestra – Lo stadio vuoto

Francesco Scarabicchi tra calcio e poesia
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Francesco Scarabicchi

 

di Francesco Scarabicchi

 

Non ho mai assistito ad una partita di calcio. Non sono mai stato seduto in uno stadio. Ho perduto mio padre nel 1962, in gennaio. Avevo dieci anni. La sua morte significò gli occhiali e l’ingresso nel collegio salesiano da cui sarei uscito nel 1966. In collegio preferivo fermarmi fra le colonne del porticato a leggere ed ero regolarmente punito dai reverendi padri perché non giocavo a calcio o a pallacanestro con gli altri. Poi finirono per abituarsi e non dissero più niente. Mio padre non mi aveva educato al gioco del pallone, ma alla bicicletta con la quale correvo per il viale di palme ed oleandri a Grottammare, dove abitavamo in quegli anni. Le uniche partite che ho visto interamente sono quelle del luglio 1982 e del luglio 1990. Due campionati del mondo terminati assai diversamente. Rammento l’urlo greco di Marco Tardelli e la delinquenziale faccia saracena di Totò Schillaci inginocchiato a terra davanti alla porta avversaria, quasi attore d’una scena dei Taviani nella Notte di San Lorenzo. Non amo affatto il calcio. Mi annoia profondamente, ma ne comprendo tutta la viscerale intelligenza che lo anima, la tellurica e tempestosa forza che agisce più in chi lo guarda che in chi lo pratica, non fosse altro che gli uni assistono da fermi e gli altri si muovono e fisicamente consumano pulsioni, tensioni, rabbie, paure ansie, gioie, furori. Comprendo l’antichità di uno sport del genere e la sua universalità che è persino classica e coniuga in un unico linguaggio le molteplici diversità del mondo.

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Vittorio Sereni

Credo d’essere stato una sola volta in uno stadio, al Dorico, anni fa, un mattino presto. Trovai il cancello che dà sul Viale della Vittoria aperto. Forse tagliavano l’erba del prato o segnavano le righe bianche della pista. Non c’era nessuno. Mi sono seduto in tribuna per una mezz’ora e ho guardato la rete di recinzione, quel “gran catino vuoto” (citando il poeta Vittorio Sereni di “Altro compleanno”) nel silenzio del giorno appena fatto e m’è parso un luogo di enorme quiete e bellezza, una misura del tempo che batte calmo ed ho immaginato invece quelle curve e quei lunghi gradini di cemento pieni di persone, le loro voci, il tumulto, le urla, i fischi, i boati, la sospensione che precede il tuono, le sirene, i cori. Ho capito che non ne facevo parte, che non ne avrei mai fatto parte, ma sentivo comunque una strana fraternità impossibile, la mia distanza solidale, la mia non ostile diversità. Quando il Dorico ancora ospitava i campionati annuali, sotto le mie finestre vedevo scendere per le scalette di Via Emilio Bianchi un mare di uomini, donne, ragazzi e li aspettavo risalire, ascoltavo i commenti, le imprecazioni, la felicità, se il risultato era stato quello sperato. Per anni. Il nuovo stadio del Cònero ha liberato le mie domeniche dal chiasso e dal traffico. La via è tornata quieta come i dopopartita. Il calcio che ho frequentato è quasi esclusivamente quello che ho incontrato dalle pagine della letteratura e del giornalismo. leggevo con puntualità maniacale le cronache di Gianni Brera e gli articoli di Giovanni Arpino, riuscivo perfino ad appassionarmi lungo i canali della scrittura che rendeva reale un universo a me sconosciuto e lo scandiva con la precisione del racconto. In sostanza, a me interessava assai poco che i fatti fossero accaduti; quel che contava era il “come” erano narrati. La radio è stata ed è – anche se molto meno adesso – un mondo che mi raggiungeva con le voci classiche della domenica, da Carosio ad Ameri, da Ciotti a Provenzali, da Martellini a Luzzi. Nella memoria c’è il nome di Carlo Didimi di Treia, un giocatore che non dirà nulla a nessuno o quasi. Didimi era nato nel 1798 e morì nel 1877. Ispirò, per la sua eccezionale bravura di giocatore, il Leopardi di A un vincitore nel pallone. Poi le Cinque poesie per il gioco del calcio di Umberto Saba. L’Ancona e l’Ascoli si sono incontrate numerose volte. Una delle due squadre ha visto quella che Saba chiama “l’amara luce”; l’altra ha vissuto l’esaltazione, la festa, la gioia breve di aver oltrepassata una soglia. E’ l’eterno bilanciere del mondo, il perenne oscillare degli opposti, la vita, terribile e gentile a un tempo. E’ il gioco, con tutta la sua serietà, il rigore, le regole, la misura, la giustizia, il caso. Esserne parte fino in fondo significa accettarne anche il verdetto senza sfigurarlo, abbandonando i luoghi comuni che vogliono le due città nemiche, listate da un’antica rivalità. Scegliere la passione luminosa, la splendente intensità di ciò che si ama senza offendere nessuno, mai, perché il gioco è vero in quanto finzione estrema, scena che torna nel buio dopo la partita, a luci spente, come ogni festa che si rispetti, come i resti di un compleanno o di un carnevale su cui cade il bianco bagliore dell’alba. La civiltà pertiene alla vittoria come alla sconfitta e l’una e l’altra sono provvisorie, illusorie, effimere. Ancora Saba, chiudendo la seconda strofa di “Goal”: “Pochi momenti come questo belli,/a quanti l’odio consuma e l’amore,/è dato, sotto il cielo, di vedere.” Comunque vada (il riso o il pianto), chi ama il calcio ne prosegue la dignità e la bellezza lungo la via di un’eterna adolescenza, nell’innocenza del sogno che non muore al chiudersi dei cancelli.

 

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Carlo Levi, “Il poeta Umberto Saba” (1950)



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