Non c’è niente da ridere (eppure…)

DAVOLI A MERENDA - Riflessioni in vista delle elezioni
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davoli-a-merendadi Filippo Davoli

Estenuati, spanti, sframicati, abbrutiti, incarogniti, gli italiani plaudono con rinnovato entusiasmo ad ogni chiusura di campagna elettorale, almeno con lo stesso zelo benaugurante col quale stappano lo spumante a capodanno dopo il conto alla rovescia, o attendono – i più credenti… – che ritornino a suonare le campane annuncianti la Pasqua, al termine del triduo funebre che inizia alle tre del pomeriggio del venerdì santo. Caro amatissimo popolo di cui facciamo parte, la mezzanotte che sancisce la fine delle battaglie dialettiche degne della migliore anfibologia appare all’orizzonte come un balsamo prezioso: ben consci che non cambierà nulla. E sarà già un bene, perché può sempre andare peggio…

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Come quando da ragazzi alcuni di noi – in genere i più smargiassi e afflitti da ansia da prestazione – spacciavano per vere conquiste andate a segno nei riguardi delle più carine della città (che solo dieci o più anni dopo si scoprivano frutto di fantasie ad alta propulsività ma scarsissima adesione al reale…), in questa tornata elettorale abbiamo assistito anche alla vicenda dei falsi curricula: solo che stavolta non abbiamo dovuto aspettare dieci anni per scoprire la verità, anzi; il grado di piccineria della cosa ci ha spiazzati, se possibile, una volta di più.
Che poi è un segno di scarsa brillantezza, ben sapendo come oggi più titoli si hanno e meno cose si sanno! È come nei libri: dove il coccodrillo abbonda e il panegirico curriculare si allarga, è facilmente intuibile che contenga ben poco di realmente succoso. Oggigiorno specialmente, con tutti questi master, dottorati, accademie, corsi di qua e corsi di là, specializzazioni etc., la mia diffidenza si fa inversamente proporzionale alla lunghezza dei titoli.

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Ma a che pro uno si prende la briga di farsi del male, di autopunirsi inventandosi titoli che non ha (o comunque gonfiando il proprio personaggio pubblico)? Che causa può esservi, dietro, oltre quella di un’insoddisfazione profonda dell’io, quali che ne siano le cause remote?
Quale dramma esistenziale, oltre la smania di un ruolo di rilievo all’interno del consesso sociale? Che soddisfazione può provenire dall’essere costretto a darsi culto, spostando con pervicace necessità l’attenzione dalle proprie macchie, autoprodotte e occultate, mediante l’individuazione di un sempre nuovo capro espiatorio su cui distogliere le attenzioni altrui da sé stessi? Quale meccanismo perverso se non quello di essersi dimenticati la grazia di essere amati come si è, e addirittura essere perdonati quando si è sbagliato? E in questo rigido moralismo sempre più esigente, quale piccola grande tragedia se non quella di non essere capaci di ridere e tanto meno di ridersi addosso?  
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L’ironia è una spada. Se tuttavia si affila nell’umorismo, può avere (anzi: ce l’ha proprio!) un grande valore costruttivo. E semplificativo. La verità, infatti, è semplice. Ma non ha mai ucciso nessuno. Perché se cresce nell’umorismo, nella bonarietà, anche se stigmatizza in fondo ama.
È laddove manca la capacità umana di sapersi fallaci (e con essa la splendida condizione di potere – proprio per questo – essere solidali), che si insinua l’insopportabilità della propria condizione e l’anelito – a ben guardare, di più sinistre memorie… – alla perfezione e all’indiscutibilità del proprio agire: praticamente, corrisponde alla pretesa di volersi perfetti (una razza pura?) per poter scagliare strali e fulmini in ogni dove intorno a noi. Ma senza nessuna ironia, senza nessuna bonarietà, senza nessun umorismo. Senza nessuna libertà. Il che non significa approvare le malefatte: significa, al contrario, poterle guardare davvero chiamandole per nome. Ma ovunque si annidino. E non solo dall’altra parte!
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Un mondo concepito così non è destinato a pacificarsi, anzi: corre esasperato verso la propria dissoluzione. Sembra un caleidoscopio: le pietruzze che si riassemblano ogni volta in posizione differente paiono sulle prime un eccellente capolavoro dietro l’altro; poi, dopo un po’, il gioco stufa; non conduce da nessuna parte.
Mette anzi un po’ di agitazione, di inquietudine: si avverte il bisogno delle solide semplicità delle cose vere. La vista si riprende dallo choc delle bizzarrie dei colori e gustiamo l’aria leggera che ci sfiora, le luci autentiche dell’atmosfera. Ci sentiamo meglio.
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Non so dire (né pensare) come andranno le elezioni, chi vincerà e chi perderà. Sarebbe bellissimo se potesse vincere il popolo italiano. Ma forse chiedo troppo.  



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