La “green economy”
è uguale al cemento?

Pare di sì, in fatto di speculazioni. Ultimo caso: il biogas. Politica e società civile: la stessa malattia
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Le proteste popolari contro l’eccessiva potenza di quindici impianti biogas consentiti dalla Regione senza valutarne l’impatto ambientale  (nella nostra provincia sono scesi in campo Corridonia, Loro Piceno, Matelica, Petriolo e Potenza Picena) mi spingono a riflettere su come siamo noi, società civile e politici, e su come ci poniamo – da società civile, ripeto, e da politici – di fronte alla marciante evoluzione dei tempi, una evoluzione che nel caso degli impianti biogas (residui vegetali e animali bruciati per produrre energia a scopo agricolo) pone a confronto la realtà odierna e ancor più la futura con quella di appena un decennio fa, ovvero sul cambiamento di ciò che s’intende con l’espressione “sviluppo economico”.

Fino alle soglie del Duemila prevaleva l’idea che l’edilizia – cemento, cemento – fosse uno dei principali fattori di benessere  per i suoi indubitabili contenuti  di lavoro e di reddito. Poi ci si è accorti che nel giro di trent’anni  la dissennata – selvaggia? – cementificazione del territorio ha sottratto all’agricoltura, al paesaggio e alla bellezza collinare, montana e marina d’Italia circa cinque milioni di ettari, un’area grande quanto la Lombardia, la Liguria e l’Emilia Romagna messe insieme, con un prezzo molto pesante in fatto di qualità della vita nelle città, nelle periferie, nelle campagne. Si è venuta allora affermando un’idea diversa, quella che va sotto il nome di “green economy”, vale a dire di uno sviluppo incentrato sulla rivalutazione della natura, sul rilancio dell’agricoltura “coltivata” e sulla riduzione dell’energia prodotta dal petrolio a favore di sistemi energetici  più compatibili con la vivibilità dell’ambiente. Basta col cemento? No, l’edilizia abitativa, commerciale e industriale rimane pur sempre un fattore di crescita, purché frenata nel suo dilagare, più orientata verso il recupero e la modernizzazione dell’esistente. Basta col petrolio? No, è impossibile. Ma si dia spazio al fotovoltaico, all’eolico, al biogas e alle biomasse.

Ma ora ci troviamo a sospettare – meglio: a constatare – che pure la “green economy” può essere “selvaggia”, nel senso che anch’essa, non diversamente dalla “calcestruzzo economy”, può degenerare in forme smodatamente speculative , e tradire le sue stesse finalità, e dar luogo a situazioni di bassa complicità tra potere pubblico e iniziativa privata. Come mai? Per quale motivo i tempi nuovi continuano ad essere offuscati dalle ombre dei tempi vecchi? Per quale motivo, come diceva il Gattopardo, tutto cambia ma tutto resta uguale? Evidentemente c’è una costante che, imperterrita, accomuna il vecchio e il nuovo.  E riguarda la crisi di eticità e legalità che colpisce i valori basilari di qualsivoglia consesso  di cittadini (comunale, provinciale, regionale o  nazionale, nella politica, certo, ma anche, e soprattutto,nella cosiddetta società civile, quella, per intenderci, degli investitori, degli imprenditori, dei commercialisti, degli avvocati e dei tecnici esperti nelle svariate materie). Una costante che stampa a fuoco il proprio sigillo sopra ogni mutamento epocale di prospettive, compreso il passaggio, nel concetto di sviluppo, dal cemento alla terra e dal petrolio all’energia pulita.

E se oggi ci accorgiamo che i varchi al malcostume c’erano sì all’epoca del cemento ma continuano ad esserci in quella della  “green economy”, non dobbiamo prendercela con le due epoche, entrambe caratterizzate da una loro legittimità diciamo storica, ma dalla circostanza che in Italia e a prescindere da qualsiasi mutamento di prospettive sullo sviluppo si è quasi perduto il senso del bene comune, della coesistenza civile e della responsabilità sociale, una perdita che negli ultimi decenni ha trovato alimento nella ideologia berlusconiana del “fare da sé” e dell’arrangiarsi elevato all’ennesima potenza e che ha finito per contagiare sia le multiformi categorie del privato sia la politica nelle sue varie tendenze – ma va pur detto che ci sono differenze d’intensità – di destra, di centro, di sinistra.

Un esempio. Lo slogan “una nuova storia”  che due anni orsono consentì a Romano Carancini di ottenere una  imprevista vittoria su Fabio Pistarelli non doveva significare demonizzazione delle precedenti giunte Meschini ma, piuttosto, una presa d’atto del progressivo e quasi fisiologico mutare dei tempi. Un’occasione, soprattutto per il centrosinistra, di fare quella “buona politica” che si nutre di aperto confronto dialettico, serena valutazione delle diverse vedute e ricerca di una sintesi che consentisse alla città di affrontare l’oggi e il domani con la consapevolezza che il passato non è mai tutto da buttare ma il presente e il futuro esigono, per l’appunto, “storie nuove”. Invece niente. Stucchevoli e velenose “verifiche” per non verificare nulla, assemblee elusive, evasive, imbastardite dall’ipocrisia delle riserve mentali, dimissioni del segretario senza che ancora, dopo tre mesi, se ne conoscano le ragioni.

Ed è stato un grave errore, da parte degli esponenti della vecchia guardia, l’essersi trincerati in difesa della loro superata ma non colpevole idea di sviluppo e, peggio ancora, l’aver mantenuto un ostinato e indispettito silenzio sui certi “traffici “ che quella idea, allora in linea coi tempi, aveva purtroppo portato con sé. In tal modo essi indussero l’opinione pubblica a reazioni di tipo esclusivamente moralistico e perciò, paradossalmente, si comportarono da masochisti che godono nel farsi male da soli. Il metodo? Anch’esso masochistico: assediare Carancini, indebolirlo, far leva su suoi ipotetici limiti caratteriali, creargli difficoltà su ogni scelta e ogni delibera (il comportamento in consiglio della commissione urbanistica presieduta da Luigi Carelli, suo sodale di partito, ha dell’incredibile) senza considerare che tutto questo nuoce gravemente non solo al Pd, la qual cosa sarebbe perfino trascurabile, ma ai reali interessi della città, che non sarà governata benissimo ma sarebbe governata assai meglio se l’amministrazione voluta dagli elettori fosse sostenuta da quel minimo di compattezza che è logico pretendere da una maggioranza politica.

Ma tornando alle Marche debbo ahimè constatare che se qualcuno s’è indebitamente arricchito con la “vecchia storia” del cemento ora c’è il rischio che qualche altro – magari le stesse persone – si appresti ad arricchirsi indebitamente con la “nuova storia” della “green economy”. E allora? Tutto dipende da quella costante che come nefasto marchio sulla società italiana prescinde dal cemento in sé e dalla “green economy” in sé, una costante che si chiama avidità individuale e strisciante disponibilità a corrompere ed essere corrotti. Incentivi pubblici al fotovoltaico? Giusti, in teoria. Ma cosa c’è di “green” in certe enormi distese di pannelli che stuprano il paesaggio e sottraggono decine di ettari all’agricoltura? E gli incentivi all’eolico? Anch’essi giusti, sempre in teoria. Anche quando deturpano il Parco dei Sibillini? E gli incentivi al biogas? Sacrosanti, se favoriscono il risparmio energetico nella coltivazione dei campi. E se invece appestano l’aria, inquinano l’ambiente e con migliaia di kilowatt servono non già alle attività agricole ma a vendere gas ed elettricità al miglior offerente?

Ora la gente si ribella, si levano dovunque proteste, chi continua a dire che i grossi impianti servono all’agricoltura viene categoricamente smentito dalla Coldiretti e la Regione sembra  tornare, in ritardo e con timidezza, sui suoi passi. Ma il sospetto è che sotto mentite spoglie i guai del cemento continuino, e non perché cementificazione e “green economy” siano la stessa cosa, figuriamoci, ma perché non cambia il modo di gestirle, sia nel privato che nel pubblico: illimitata cupidigia, gretto affarismo e totale irresponsabilità sociale nel primo caso, miopia culturale, calcoli elettorali e, al limite, vantaggi personali nel secondo. Il problema, insomma, non sta nelle idee e nei progetti, ma, come s’usa dire, sta nel “manico”: il manico privato di chi se ne approfitta e il manico pubblico di chi non controlla che nessuno se ne approfitti o addirittura gli dà una mano. Ma questa, ripeto, è un’epidemia che ha aggredito tutti, non solo i politici. Un’epidemia che si è inesorabilmente diffusa in proporzione alla quantità del denaro in gioco: nel Parlamento, nei gruppi consiliari, nel Governo e nei partiti, un po’ meno, ma non tanto, nelle Regioni, ancora meno – ma siamo lì – nelle Province, assai meno – ma c’è – nei Comuni. Il virus è identico. Un’epidemia durissima da curare, se non in un tempo chissà quanto lungo. E sperando che il malato, l’Italia, non ci lasci la pelle.



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