C’ERA MACERATA

Una rilettura del centro storico
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davoli-a-merendadi Filippo Davoli

Da piccolo, quando mi portavano alle giostre, i miei avrebbero voluto che salissi su quelle in movimento. Io invece, fatta eccezione per gli autoscontri, prediligevo quelle casette degli orrori, in cui si può entrare a piedi o in una macchinina; anfratti bui con rumori sinistri, ragnatele giganti, mostri che appaiono dal nulla, fantasmi tetri, botole che scricchiolano sotto i piedi, etc. Niente di realmente pauroso, e per di più talmente breve il tragitto che uno non fa nemmeno in tempo a fingere di spaventarsi. Però erano la mia passione, non saprei dire perché. Comincio a capirlo con l’agio dell’età, soprattutto guardandomi intorno (guardando cioè la città che, pur non avendomi dato i natali, sento mia come se lo fosse totalmente). C’è da credere che l’imprinting geografico urbano abbia avuto su di me una forza tipo richiamo della foresta. Sicché, nel putiferio dei luna park, ritrovavo nelle casupole degli orrori qualcosa di estremamente familiare e tranquillizzante.

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davoli-merenda-macerata1Di Macerata degli anni ’70 e primi ’80 ho un ricordo inconfondibile: era una città con le luci fredde al neon e i muri delle case con l’erba parietale, non risistemati come sono oggi. C’era come una cappa sopra la testa, come una nota continua e cupa che quasi toglieva l’aria. Che se poi uno si prende la briga di studiare il passato urbanistico del centro storico, scopre in breve che tutti gli interventi successivi sono peggiori di quelli che hanno sostituito. Forse non tutti sanno che anticamente in Piazza della Libertà c’era a metà una chiesa intitolata a San Pietro (e San Paolo non esisteva), o che Piazza Cesare Battisti era in realtà una viuzza stretta su cui si affacciava il magnifico tempio di San Francesco. Al posto dell’ufficio centrale delle Poste c’era la chiesa di Santa Caterina; la Casa del Clero aveva la compostezza propria di tutta Piazza Strambi; la Galleria del Commercio non era infelicemente moderna com’è; i lampioncini (quelli me li ricordo bene) erano liberty e non c’era traccia delle orrende palle che ci sono da una trentina d’anni in qua; le panchine sono state ora di pietra, ora di legno, ma almeno mancavano all’appello i catafalchi attuali; soprattutto c’erano ancora i maceratesi: che non necessariamente erano tutti maceratesi da sette generazioni, però lo erano diventati con la loro costante stanzialità.

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In Via S. Maria della Porta pareva di stare nella pratoliniana Via del Corno: Don Terzo Fratini, che era reggente della chiesa non più parrocchia, comprava al costo di 50 lire (ah, le lire… che nostalgia…) una copia del giornale nell’edicola di Bruna, all’inizio delle Scalette; più giù arrivavano le note della Biblioteca musicale fondata e diretta dal M° Taffetani (era la prima in Europa, e infatti venne smantellata alla morte dell’instancabile curatore: c’erano splendide collezioni di dischi, successivamente sparite nel nulla); seguivano i buoni uffici della Sig.na Liviabella, sorella del più famoso Lino e del missionario salesiano Leone, per il buongiorno ai vicinati; quindi le battute imperdibili di Gino e Luigino, i tappezzieri; e così via. La stessa cosa accadeva in Via Mozzi o in Via Berardi o in Vicolo Ulissi, o dovunque sia.

In piazza, alla tetraggine delle illuminazioni, rispondeva tuttavia una forte vitalità giovanile in Corso della Repubblica. Ricordo benissimo il grande Mario Buldorini (l’Ermete alimentari dei famosi supplì) salutare festosamente il serpentone di ragazzi e ragazzi che si snodava in su e in giù: era una tradizione secolare, diceva. Ci sarà sempre, profetizzava. Sbagliava.

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davoli-merenda-macerataLa Casa della lana; le caramelle di Maggi; mercerie e vetrerie; Flavio “Fruscì” in Corso Matteotti e Sergio della Concorrente in Via Gramsci; i macellai Ignazio Tomassini dentro Palazzo de’ Vico e Giammario Ciccarelli dopo Palazzo degli Studi; il farmacista Cappelletti, Sor Ettore Pompei e le pizzette che gli preparava l’insuperabile Lucio Piergentili, il cui profumo si diffondeva per tutto il centro; il punto di alta moda di Enzo Lazzarini; i Bagni Pubblici (che non erano le toilettes, bensì locali con vasche da bagno, per chi non le aveva in casa; andavi lì, pagavi un tot, portandoti appresso accappatoio e sapone, e ti facevi il bagno; tenerli come testimonianza sarebbe diventato, negli anni a venire, un museo unico in Italia); e poi la grande tradizione di Venanzetti, appuntamento imperdibile della domenica mattina dopo la Messa, per l’acquisto delle paste; o il caffè che veniva giù dai serbatoi di Romcaffè e ti ubriacava col suo inconfondibile aroma… Sì: c’era Macerata. Oggi non c’è più.

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Un mio amico aveva scritto un dramma teatrale: ad ogni atto entrava un elettrodomestico e spariva un personaggio. Nell’ultimo atto, c’erano tutti elettrodomestici in movimento e nessun personaggio, per una decina di minuti. Poi si chiudeva il sipario. Mi addolora scoprire che la metafora si adatta bene al centro di questa città, che sta diventando una piccola bottega degli orrori. Come nel “Superstite” di Carlo Cassola, al risveglio dalla deflagrazione (ma qui non abbiamo avuto il “bene” nemmeno di quella…) sono migliorate le illuminazioni e le facciate dei palazzi, ma sono spariti i concittadini e i negozianti. Pare che il problema per la nostra sopravvivenza sia quello di erigere statue (ma chi dovrà poi ammirarle, se quassù non ci vive quasi più nessuno?), tanto che mi chiedo se le panchine di cui abbiamo detto non vogliano significare una sorta di monito per coloro che, residenti resistenti, prima o poi non ce la faranno più a resistere.
davoli-merenda-macerata2-262x300Mentre mi tornano alla mente le voci di chi non c’è più, guardo la porta di casa Liviabella tristemente murata (nemmeno un falso scheletro in legno per dare un senso diverso alla bella lapide che le sta a fianco), o il recente felice emblema del nostro tragico ritardo su tutto, il dolcissimo lumacone di Piaggia della Torre. Deturpato più volte da qualche “idiota notturno” (specie animale molto in voga negli ultimi tempi in città), ora vive anch’esso il suo limbo, recintato da una sorta di montagne russe (senza automobiline) in ferro battuto, che dovrebbero difenderlo, proprio mentre ne offendono la visibilità.
Si paga, per venire in centro, proprio come nella casa dell’orrore alle Giostre. Ma non è la stessa cosa. Non mi piace più.



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