La scomparsa delle botteghe

Giordano De Angelis e il ricordo di quando “lu vagnu, allora, se chiamava cessu”. Nostalgia, ironia, riflessioni sul progresso
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Trent’anni fa Macerata stava già cambiando e oggi non la si riconosce più. Cambiata in che cosa? Anche per la scomparsa delle botteghe artigiane che disseminate lungo le vie del centro storico, di corso Cairoli e di corso Cavour esprimevano una schietta natura borghigiana. Esse erano aperte a chi vi passava di fronte, invitavano a saluti, battute di spirito e discorsi sulla vita, mandavano gli echi non chiassosi e quasi musicali – martelli, lime, pialle, forbici – di un’antica maestria individuale. Non erano solo spettacolo. Erano l’anima della città, il volto di una convivenza civile più stretta, spontanea, colloquiale. E adesso? Via via sconfitte dall’usa e getta del consumismo e dal diffondersi dei supermercati, resistono a stento, il loro numero si è fatto raro, le poche sopravvissute son diventate negozi con le vetrine e il di-din del campanello quando si entra, per il peso dell’età i loro “eroi” hanno ceduto le armi e non ci sono giovani con la voglia di prenderne il posto.

Domanda: quello era davvero buon latte, cioè alimento che contribuiva all’amicizia, alla solidarietà, al sentirsi partecipi di un destino comune? Sì, per tanti aspetti. Ma, come sempre, è inutile piangere sul latte versato. Però non è inutile ricordarlo. Oltretutto era lavoro, era benessere. E sappiamo i disagi, i sacrifici, le rinunce che ora c’impone la crisi economica, la disoccupazione, i risparmi ridotti al lumicino, la nebbia sul futuro. Torneranno quelle botteghe? Immagino di no. Basta guardarsi in giro. Dovunque si vede una gru, lì sta nascendo l’ennesimo supermercato. E se abbiamo un qualsiasi oggetto da riparare, la pubblicità televisiva c’impone di buttarlo, di comprarne uno nuovo.

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Giordano De Angelis

A questo ho pensato nel leggere il piccolo libro “Arti e mestieri”, una raccolta di poesie dialettali che Giordano De Angelis scrisse nel 1985 e che è tornata, in ristampa, con una bella prefazione di Goffredo Giachini. Dialettali, sì. Perché pure il dialetto era una di quelle botteghe, la più frequentata. E pure il dialetto, oggi, è cambiato, ha lasciato il passo a un linguaggio nel quale vecchie cadenze familiari si mescolano con l’italiano un po’ romanesco degli spot, coi criptici segni degli “sms” e con la sbrigativa immediatezza dei “social network”. .

Ho pensato a questo, dicevo, ma anche ad Edgar Lee Master, alla sua celebre “Antologia di Spoon River”, dove, negli epitaffi di un immaginario cimitero della provincia americana, una schiera di personaggi racconta la sua storia, le sue passioni, il suo mestiere, la sua arte. E non credo di sbagliare se dico che qualcosa di “Spoon River” vibra pure negli “Arti e mestieri” di De Angelis, un sereno rimpianto, una quieta ironia, una disincantata e un po’ amara accettazione dei tempi nuovi. Anche Giordano fa parlare in prima persona i suoi artigiani, il barbiere, il fotografo, il calzolaio, il falegname, l’idraulico, il tipografo, il sarto e altri otto, per un totale di quindici “confessioni”, se così posso definirle, dove non manca l’orgoglio di essere stati preziosi per sé e per gli altri.

L’affettuosa ironia è, da sempre, una delle carte vincenti del poeta De Angelis. Un’ironia che fa da argine alle ondate della nostalgia ma al tempo stesso non le respinge. Sentite il fotografo: “Spusate o no, io non ce faccio casu. / Per me va vène pure le zitelle. / Se ce l’ha stortu, jé ddrizzo lu nasu. / Le più brutte, co’ mme, divenda vèlle”. E l’orologiaio: “Tu fatte cundu che non te camina …/ (lo poli domannà a chj c’è vinuti) / io te lu faccio core più de prima. / Per fà un’ora, ce mette du’ minuti. / Adè per quesso che sò rinomatu. / Inzoma, poli sta più che sicuru. / Quistu sistema mia, adè brevettatu: / lu pijo, eppò lu sbatto llà lu muru”. Il falegname: “Li lètti adè la cosa più mbortande. / Li cridinzù dev’èsse fatti funni. / Comme perché? Se, mitti, ciài l’amande, / dimmelo mbò, che fai? No’ lo nascùnni?”. Il barbiere: “Quanno te mitti sotto le ma’ mia, / te faccio tutto quello che tu voli. / Staccà li pili adé lo forte mia. / Te tajo tutto, pure li vroscioli. / Fatta la varba, metto la pomata. / Se te spécchi, però, non ce fà casu / se ciài la faccia tutta mbecettata, / e te manga ‘ché pèzzu de lu nasu”. Il meccanico dentista: “Per digirì, problemi non ciài più, / e ce guadagni pure la salute. / Potrai magnà, tranguillu, li mattù. / Leggeru, sci! Co’ le saccocce svute!” Il gommista: “La gomma è bassa? Non ce penzà più. / La rgonvio e non adè più difettosa. / Se ‘checcosàddro non te va più su, / llì non pòzzo fa gnende. Pròbbio còsa”. E, in chiusura, una riflessione sulla modernità: “Però, che témbi adèra quelli llì. / Non se parlava, angora, de progressu. / C’era lu tornitore … lu stagnì … / Lo vagnu, allora, se chiamava cessu”.  Che fare per avere questo librino? Telefonare a Giordano: 0733 292380.



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