Italiani? Solo se costretti
Opinioni sui Mondiali
di Paolo Carassai
Italiani? Solo se costretti. E va bene, siamo fuori dal mondiale.
Del resto dove volevamo arrivare, con undici giocatori con le gambe molli, terrorizzati di fronte alla Slovacchia (la Slovacchia!), senza fantasia né orgoglio. Smarriti. Facile che mentre gli altri giocavano a calcio loro si stessero chiedendo perché mai si trovavano su un prato verde, con dei pantaloni corti addosso. Sempre con la testa tra le nuvole, sempre timorosi, sempre in difficoltà.
Sempre, tranne che in quei dieci minuti finali.
Dieci miseri minuti, nell’arco di tre partite, in cui misteriosamente la nazionale si è riscoperta una squadra e le gambe hanno ripreso vigore, e la testa lucidità folgorante. Come li avessero sostituiti di colpo con dei veri giocatori: palla a terra, fraseggio preciso e vorticoso, velocità e cattiveria, un ciclone sembravano: un ciclone. Due gol (uno bellissimo) e tanta energia da mandare avanti una locomotiva. Tanto che poi ci siamo ritrovati tutti sospesi tra la rabbia e l’orgoglio, tra la rassegnazione e il miracolo, fino all’ultima palla sbagliata davanti alla porta (detto per inciso: come diavolo si fa a sbagliare una palla del genere?).
E comunque. A me quei dieci minuti hanno fatto riflettere.
Questo bizzarra abitudine a scoprirci capaci e valorosi solo in situazioni drammatiche non riguarda mica solo la nazionale. Riguarda gli italiani. Tutti. E da sempre, mi pare di ricordare.
Nel primo conflitto mondiale ci facciamo invadere dagli austro-ungarici che scendono comodamente dalle Alpi mentre stiamo a guardare; poi, solo poi, ci rendiamo conto che la situazione è disperata e facciamo squadra, ci rintaniamo nelle trincee e alla fine quant’è vero iddio li ricacciamo indietro. Non passa lo straniero. Neanche mezzo secolo dopo combattiamo dalla parte sbagliata una guerra che ci sta dissanguando, e non facciamo niente finché non vediamo da molto vicino il disastro. Allora ci rendiamo conto di colpo che i tedeschi sono brutti e cattivi e diventiamo tutti partigiani, e tutti pronti a dare la vita per la nostra Italia. Eroi.
Le calamità naturali, altra cosa su cui riflettere. Noi non perdiamo mica tempo a prevenirle, le calamità. Ci limitiamo a sperare che non avvengano. Poi com’è ovvio quelle avvengono, di tanto intanto, e già che non siamo portati ad evitarle abbiamo sviluppato una impareggiabile capacità a reagire. Ecco: gli italiani reagiscono. Il terremoto rade a terra L’Aquila, e improvvisamente ci sorprendiamo emozionati e partecipi, fratelli, figli della stessa patria (magari fino al giorno prima ignoravamo persino dove fosse, L’Aquila). Ci mobilitiamo in massa e tiriamo fuori da chissà dove il coraggio, la generosità, la genialità per salvare il salvabile; mandiamo fiumi di sms per regalare soldi ai nostri fratelli aquilani, nonostante ci ripetiamo in continuazione che non si arriva alla fine del mese.
Fino ad oggi, agli ultimi dieci minuti del nostro mondiale.
Quando hanno capito (con enorme e ingiustificabile ritardo) che era troppo tardi, e che per evitare la disfatta dovevano pur fare qualcosa, gli undici fantasmi sono tornati a fare i campioni del mondo.
In certe situazioni estreme, e solo in quelle, diventiamo gli italiani che tutto il mondo invidia.
Unicamente quando siamo con le spalle al muro, quando “ancora un po’ e siamo spacciati”, ci ricordiamo delle nostre innegabili virtù, e cominciamo ad usarle.
A volte questo basta a tenerci in piedi, altre volte no.
Oggi proprio no: fuori dal mondiale.