Una lettera che testimonia
il legame di Matteo Ricci
con la sua Macerata
Le traduzioni - di Filippo Mignini -

di Filippo Mignini
Dopo aver presentato la figura di Matteo Ricci attraverso le parole dei suoi amici letterati cinesi, questa settimana la rubrica quindicinale di Cronache Maceratesi dedicata alla figura del gesuita, propone una lettera scritta da Matteo Ricci al padre Giovanni Battista, datata 12 novembre 1592 e scritta durante la permanenza ricciana presso la città di Shaozhou. Leggendo questo passo, possiamo capire quanto Matteo Ricci, ormai immerso nella missione cinese, sia legato alla sua città d’origine e alla sua famiglia. In particolar modo sono commoventi le parole riservate al ricordo della nonna Laria, di cui Ricci aveva appreso la scomparsa.
Un testo, quello proposto oggi, che ci fa entrare nella sfera emotiva ricciana e che ci aiuta a comprendere quale fosse il suo stato d’animo in una situazione così delicata, complicata e difficile da gestire.
Un’occasione per conoscere Ricci non solo dal punto di vista religioso e scientifico, ma anche dal punto di vista umano
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A Giovanni Battista Ricci – Macerata
Shaozhou, 12 novembre 1592
Molto Honorato Padre.
Pax Christi.
Secondo il solito e debito mio non ho mancato gli anni addietro di salutarvi e darvi nuova di me; poiché so questo vi è grato venendo di parti tanto lontane; ma non ho havuto ogni anno lettere di casa; anzi dopo che mi scriveste una assai lunga e conseguentemente assai grata, delle misericordie, che il Signore vi ha fatto dopo la mia partita, non ho ricevuto nissun altra né vostra né di Antonio Maria. È ben vero che per lettera del p. Geronimo Costa da Siena seppi che tutti di casa stanno bene, et ch’era morta la nostra ava Laria. Non potei lasciare con molta tenerezza di ricordarmi della carità che mi fece mentre fui putto, e quanto gli dovevo per havermi alcun tempo allevato come seconda madre. Ricevei questa nuova stando in letto per havermi torto un piede una notte che fummo assaltati da molti ladri e, dopo di esserci difesi volendo saltar da una finestra per chiamar soccorso, come feci, mi feci male, benché poco. Per questo ero stato molti giorni senza dir Messa, ma non potei lasciar di levarmi li tre giorni seguenti, et dissi tre Messe per l’anima sua: et spero nel Signore che, come tanti anni fu esercitata con molti travagli in questo mondo, così nell’altro gli havrà dato la requie, la quale prego insieme a voi et a mia madre.
Io sto nello stesso loco, che è la Cina, assai occupato, dove con tre altri compagni procuriamo ridurre al suo creatore queste genti tanto fuori di cammino: e non ci mancano difficoltà e contrasti dell’inimico, che non si vuole lasciar togliere dalla bocca sì gran preda; e però si va a poco a poco resistendo e rompendo le difficoltà. Quest’anno si sono battezzate sedici o diciassette persone, et alcune di loro padri di famiglia e persone principali, da’ quali speriamo col tempo tirar altri loro figliuoli e parenti et amici. […]
Fui quest’anno in una città, lontana da questa quattro o cinque giornate, per visitar un gentilhomo mio amico, et in sette o otto giorni battezzai diece persone di casa d’un cristiano. Mi fu fatta tanta accoglienza, che sarà necessario farci una nuova casa; et se avessi potuto trattenermi alcuni giorni di più, si faceva qui una gran conversione. Persone principali volevano menarci seco, et altri c’invitano alle loro provincie e città, ma siamo tanto pochi che non potiamo soddisfare al desiderio loro e nostro insieme. […]
Fin hora, per grazia del Signore, sono stato in queste parti bene del corpo, eccettuando alcune poche e leggiere indisposizioni dalle quali in brieve risanai; e nel vero, sempre hebbi tanto che far, che non so se mi restava tempo per ammalarmi. Le vostre orazioni e dei nostri padri e fratelli credo che m’impetrano questo dal Signore; spero che l’istesso accaderà a voi et ai nostri di casa, e così ne priego Dio, acciò pieni di anni e di buone opere se ne vadano a goder l’eterna felicità; e giacché in vita viviamo tanto lontani, dopo morte si degni metterci insieme negli eterni tabernacoli, poiché alfine questa vita misera è sì brieve che poco importa lo star insieme o divisi.
Di mia madre intendo che frequenta la nostra chiesa; non so se voi fate l’istesso. Questo mi par tempo hormai d’avvicinarsi a Dio; poiché, per quel che veggo in me, non longa tibi restat via; bisogna apparecchiarsi bene per render conto della vita passata. So che chi sempre visse col timor di Dio, come havete fatto voi, facilmente darà conto di tutto; ma, per esser questo conto di tanta importanza, meglio è pendere in troppo scrupoloso che in troppo largo; Est enim momentum unde pendet aeternitas. È necessario avvertir di non far nel fine della giornata cosa che disdica e guardisi dall’avversario, che insidiatur calcaneo, ch’è l’ultima parte della vita. Se per qualche cosa io desiderassi talvolta di vedervi, saria per parlar con voi di questa materia; ma, sapendo che là non manca chi ve ne parli meglio di me, me ne sto assai quieto, attendendo a raccomandarvi al Signore.
Voglio far fine: per carità scrivetemi sempre e fatemi scrivere da Antonio Maria et altri miei fratelli, ai quali scrissi gli anni passati; non so se questo lo potrò fare: questa sia comune a tutti. Raccomandatemi a ms. Gironimo Lucido, ms. Pier Niccolò, ms. Savello, zia Violante, Lucrezia Contessa, zio Terenzio e tutt’insieme col vostro genero Ciminella, e di tutti questi et altri datemi nuove particolari. Nostro Signore vi guardi d’ogni male.
Di Sciaoceo, li 12 novembre 1592.
Vostro aff.mo figlio nel Signore
Matteo Ricci.
La lettera testimonia l’attaccamento alla famiglia.
Che venga utilizzata per ingigantire un presunto attaccamento di Matteo Ricci, verso la sua città natale, mi sembra fuorviante.