Sigieri, chi era costui?

IL GIALLO DELL'ESTATE (Capitolo tre)

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Chapter three

I partiti si riunirono, arrivarono gli inviati dei grandi giornali, il dottor Monti era già sul posto, ovviamente.

Macerata divenne un caso nazionale e un piccolo affaire di costume anche per l’opinione pubblica internazionale. La stagione lirica era al suo culmine anche se l’affluenza dei melomani e dei turisti, in quello stesso periodo, negli anni precedenti, era stata certamente maggiore. I due cadaveri eccellenti, nello stesso giorno e con la stessa fenomenologia, lasciavano pensare. La città era attonita, quasi disperata. Cosa stava succedendo? Le autopsie, per i noti fatti, non s’erano potute effettuare e in qualcuno s’era insinuato il dubbio: e non si fosse trattato di infarto?  Ma era un pensiero, un orrendo pensiero,della durata un istante, un incubo da scacciare immediatamente.

Era uno di quei pomeriggi afosi, dolenti e deserti, ed un uomo camminava rasente al muro, il volto chino quasi a nascondersi all’occasionale viandante con cui ben poteva incrociarsi, su per via Gramsci. Sotto le logge del palazzo degli studi, in piazza Cesare Battisti, si incontrò con un’altra persona, da tutti chiamata, per via della recente elezione a Palazzo Madama, il Senatore, che era lì, forse per caso, forse per un appuntamento concordato in grande segretezza. I due si scrutarono, guardarono in alto, verso palazzo de Vico, come per assicurarsi che tutte le imposte fossero chiuse. Nessuno all’orizzonte. Il primo uomo passò al secondo un biglietto e se ne andò a ritroso. Nessuna parola fu detta. Anche l’altra persona, il Senatore, prese una strada diversa, verso piazza della Libertà. Si sedette su una sedia del bar Centrale. E dopo aver ordinato un caffè tirò fuori, molto lentamente, dalla tasca destra quel biglietto che, dato il sudore, si era un po’ stropicciato.

A penna c’era scritto un passo che a prima vista sembrava di Dante: “E’ l’lume d’uno spirto che n’pensieri gravi a morir li parve venir tardo”. L’uomo, uomo di cultura s’intende, sennò che Senatore sarebbe mai stato, frugò tra i suoi ricordi liceali e qualcosa gli sovvenne. Non ne era certo ma si ripromise, più tardi a casa, di fare una ricerca accurata.

Il dottor Monti, in quello stesso momento, nel fresco del suo appartamento di via delle Carceri, aveva già risolto il dilemma. Gli era bastato accendere il suo modernissimo computer Vaio e digitare su Google la frase che la sera prima il sostituto procuratore della Repubblica, la dottoressa Tettamante, gli aveva dato  (su un piatto d’argento), perchè gli apparisse sulla schermata: “Dante, Paradiso, Tommaso d’Aquino, Sigieri da Brabante”.

Che c’entrava tutto questo? Il magistrato non lo sapeva. Ma era lo stesso biglietto trovato sul comodino della stanza da letto di Muti e nelle tasche di Galletti. Un solerte carabiniere, tale Pasquato, che aveva fatto una piccola perquisizione nelle abitazioni e sulle vesti dei due cadaveri eccellenti, se lo era appuntato, senza fare errori di trascrizione, e lo aveva trasmesso al magistrato in una bustina trasparente dopo averli raccolti con guanti di gomma per non coprire sempre possibili impronte digitali. La quale era giovane, carina e alle prime armi. Dapprima non aveva avuto dubbi sul duplice infarto ma un po’ per farsi bella agli occhi di Monti e un po’ per dare, e darsi, un’aura di mistero letterario aveva confessato al giornalista quell’unico trait d’union che legava Muti e Galletti. <Il biglietto – aggiunse la Tettamante – è scritto con una biro dalla stessa mano ma, a quanto pare, non era la scrittura dei due illustrissimi defunti. E poi, ma questa è davvero una confidenza, un’altro biglietto l’abbiamo trovato appiccicato al muro dell’obitorio, con su scritto “A maggior gloria di Dio>.

Monti, al prezioso cadeau del giudice, saltò sulla sedia e l’ultimo prezioso goccio di vodka-martini volò per le terre (con buona pace del medico di fiducia e delle sue raccomandazioni). Non capiva bene il nesso ma un qualcosa, nella sua testa, si mise in movimento. <No, no le cose non stanno così come ce le raccontano>, pensò. Poi, fece finta di niente e armato di buon umore, di battute pronte e intelligenti, si preparò a fare una corte elegante ma serrata alla dottoressa Tettamante. La trattoria “Da Rosa” era lì a un passo, le tagliatelle con il tartufo nero (in realtà vista la stagione, un banale scorzone) potevano essere un buon afrodisiaco ed, infine, la piccola ma accogliente magione di via delle Carceri aveva già, in senso letterario s’intende, le porte spalancate.

Chissà  come, tutto andò secondo i desideri del consumato cronista. Ed evidentemente furono assecondati anche quelli della donna. Fu una notte tempestosa ma non buia. Le prime luci dell’alba scoprirono i due corpi che ancora si dimenavano nel lettone settecentesco di Monti.

* * *

“N’pensier gravi”. Era tutto lì il mistero, anche se la frase ritrovata all’obitorio stonava un poco con tale contesto, ma poteva essere qualunque cosa, anche il pensiero timorato di una beghina che, a modo proprio, aveva creduto di salmodiare una prece per i due morti.
Il giornalista, erano ormai le quattro del pomeriggio, aveva già spedito al suo giornalone del nord la critica complessiva agli spettacoli dello Sferisterio. Era comunque un’edizione ridotta della stagione lirica: i vecchi fasti erano lontani e Monti disse tra sè che quella era l’ultima volta che si faceva inviare a Macerata. Ma lo diceva tutti gli anni, per la verità.

Ora aveva tutto il tempo per concentrarsi su quell’inquietante biglietto e sull’ambiguo richiamo lasciato in bella vista all’obitorio. Era mercoledì, tre giorni dopo la domenica delle strane morti. I funerali, per un motivo o per l’altro, dei due ex presidenti della provincia non s’erano ancora fatti. Impedimenti burocratici, avevano scritto i giornali locali. Ma se ci fosse stato dell’altro? Monti fece un paio di telefonate alla sezione cultura del suo quotidiano e compulsò elettronicamente quanti libri possibili e immaginabili.

Dunque, Sigieri da Brabante. Chi era costui?
Un filosofo e teologo fiammingo, con studi a Parigi, ucciso ad Orvieto, presso la curia papale che si era trasferita colà, fra il 1281 e il 1284, dal chierico pazzo che era al suo servizio. Sigieri fu scomunicato dalla Chiesa per il suo aristotelismo di ritorno e di conseguenza per la battaglia contro San Tommaso d’Aquino, circa l’unità di essenza ed esistenza. Ma fino a qui, niente di straordinario. Una normale battaglia dialettica finita normalmente, dati i tempi, nel sangue. Ma la cosa bizzarra era che Dante, il gran fiorentino,il ghibellin fuggiasco, avesse posto la figura di Sigieri in Paradiso, fra gli Spiriti Sapienti. Non solo. Nella Commedia, S.Tommaso, suo implacabile nemico, si incontra con l’eretico fiammingo e così, per l’appunto, lo descrive: <L’lume d’uno spirto che n’pensieri gravi a morir li parve venir tardo>. Cosa voleva dire San Tommaso? Che, come alcune interpretazioni che andavano per la maggiore, Sigieri, accortosi dei guai fatti con le sue eresie, bramava anzitempo la morte? Altri, invece, sostenevano che il teologo non fosse per nulla d’accordo con le tesi di Aristotele ma, al tempo stesso, avesse annunciato il desiderio di battersi perchè quelle idee fossero rese pubbliche. Insomma, una specie di Voltaire ante litteram, quando diceva <non sono d’accordo con te ma mi batterò fino alla morte perchè le tue idee vengano rispettate>. Ed è per questa battaglia di alto laicismo che Dante mise Sigieri fra i beati? Non si saprà mai. Sta di fatto che il grande mistero era, adesso, tra le mani di Monti. Perchè Muti e Galletti avevano quello scritto con loro? Un giallo in piena regola. Monti pensò a Dan Brown e al Codice da Vinci. Ma c’entrava qualcosa?

Il dottor Monti non sapeva, non poteva sapere, quanto fosse vicino alla verità.

* * *

Mark B.Montgomery

(3/continua)

N.B. Si potrà commentare il giallo solo dopo l’ultima puntata.


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