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Tonnellate di droga dal mare,
i traffici della camorra nelle Marche
e l’arresto di Andrea Reccia

L'ANALISI - La rotta balcanica utilizzata per trasportare la potente cannabis prodotta in Albania, e l'eroina pakistana e afghana, ha come punto di approdo le nostre coste. L'ultima dimostrazione: il maxi sequestro di 2.300 chili di marijuana a San Benedetto, nel corso del quale è finito in carcere il geometra 63enne campano residente a Recanati, già candidato alle comunali con Forza Italia. Da cosa nostra alla 'ndrangheta fino ai potenti gruppi criminali stranieri: la regione è sotto scacco, ma le istituzioni fanno finta di non vedere
giovedì 7 settembre 2017 - Ore 17:00 - caricamento letture
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L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito*

Sino a poco tempo fa le Marche erano ufficialmente e ostinatamente considerate un’isola felice: bisognava – chissà perché – tranquillizzare a tutti i costi l’opinione pubblica marchigiana. Poi, sebbene la realtà delle cose evidenziasse in maniera sempre più marcata la radicata presenza di gruppi criminali organizzati e molto attivi, le istituzioni marchigiane, proseguendo in ogni caso nell’assurdo tentativo di minimizzare la situazione, hanno dovuto iniziare a parlare, sia pure a denti stretti, di tentativi di infiltrazione mafiosa e infine di sporadiche infiltrazioni. Già numerose sono state le smentite a questa riduttiva presentazione dello stato dell’arte.

Andrea Reccia

Ora però la clamorosa ed inquietante vicenda dell’arresto di Andrea Reccia, bloccato qualche notte fa alle foci del Tronto, a San Benedetto, nella zona della riserva naturale della Sentina, mentre insieme ad un albanese senza fissa dimora stava per caricare in un furgone la bellezza di 2.300 chilogrammi di marijuana, dimostra in maniera inequivocabile, proprio per la sua enorme rilevanza criminale, che il territorio marchigiano è da tempo terreno di conquista e di azione delinquenziale dei principali sodalizi mafiosi (camorra, cosa nostra, sacra corona unita, ‘ndrangheta), i quali, utilizzando i loro numerosi referenti sul posto e cercando di evitare contrasti tra di loro, si stanno spartendo, in sinergia con gruppi esteri, tutti gli ambiti operativi e territoriali. Insomma, altro che semplici infiltrazioni mafiose nelle Marche! Qui le varie mafie sono ormai di casa da anni e la faccenda si sta aggravando di giorno in giorno, sia per la voluta sottovalutazione del fenomeno che per i gravi ritardi dell’azione di contrasto da parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona, denunziati pubblicamente persino da altissimi magistrati.

L’operazione di San Benedetto

Ma chi è l’insospettabile ed ineffabile Andrea Reccia? Le notizie su questo soggetto, preso dai militi della Guardia di Finanza letteralmente con le mani nel sacco (e che sacco: stiamo parlando, per rendere ancora meglio l’idea, non di pochi grammi di cannabis, ma di due tonnellate e tre quintali di droga, un affare da oltre venti milioni di euro, probabilmente il sequestro di droga più consistente mai avvenuto nella nostra regione), sono in realtà piuttosto limitate: di origine napoletane, 63 anni, stabilitosi a Recanati da oltre quindici anni, sposato e con figli, residente in contrada Chiarino, geometra libero professionista e titolare di un paio di piccole imprese edili (la Edil Peter Costruzioni, con sede a Recanati, e la Promotorre s.r.l., con sede a Torre del Greco, in provincia di Napoli), in realtà ben poco operative e di certo coinvolte nell’ancora attuale crisi dell’edilizia. Committenza scarsa, quindi, almeno negli ultimi anni, sia per l’attività professionale che per quella imprenditoriale. La moglie gestiva un piccolo negozietto a Numana.

Antonio Tajani e Andrea Reccia

Nel 2013/2014  Reccia irrompe da perfetto sconosciuto nell’agone politico recanatese, tra lo stupore della stragrande maggioranza degli operatori politici della cittadina leopardiana che non ne avevano mai sentito parlare, riuscendo infine a candidarsi nelle elezioni comunali addirittura come capolista di Forza Italia a sostegno dell’aspirante sindaco di centrodestra Simone Giaconi (ovviamente del tutto inconsapevole della militanza criminale, futura o forse già allora in essere, di quel suo acceso sostenitore). Non mancò all’epoca nemmeno una foto a tutto campo di Reccia con un altrettanto inconsapevole Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo, venuto nel 2014 a Recanati a perorare la causa del candidato Giaconi. Reccia alla fine non sarà eletto per pochi voti, pur conseguendo un discreto risultato personale, frutto, a quanto sembra, di consensi ottenuti principalmente nell’ambito di soggetti provenienti anch’essi dalla Campania e residenti a Recanati. Dopo le elezioni comunali Reccia, separatosi da circa un anno e mezzo, ha gravitato pochissimo a Recanati e molto invece a Torre del Greco, dove probabilmente ha stabilito o riallacciato i rapporti che lo hanno fatto infine entrare nel grande gioco del traffico internazionale di droga, con un ruolo che dovrà essere esattamente definito.

La droga rinvenuta sulla spiaggia di Porto Recanati

Inevitabile a questo punto avanzare alcune considerazioni. Primo: ormai la rotta balcanica, quella riguardante la potentissima cannabis prodotta in Albania e trasportata via mare (ma utilizzata anche, quale tratto finale, per l’eroina proveniente dal Pakistan e dall’Afganistan), non riguarda più solo le coste pugliesi, ma interessa anche e soprattutto il litorale marchigiano, scelto con notevole frequenza come punto privilegiato di approdo. Secondo: c’è un evidente collegamento tra la brillante operazione di San Benedetto e quella del gommone spiaggiato a fine giugno 2017 sull’arenile di Porto Recanati, a ridosso della pineta Volpini (circa otto quintali di marijuana, in gran parte lasciati sulla sabbia accanto al gommone d’altura ormai fuori uso, ed in parte nascosti in mezzo ai cespugli tra gli alberi, oltre ad una serie di ulteriori ritrovamenti in mare nei giorni successivi). E probabilmente pure con l’operazione dell’agosto 2016, allorché cinque albanesi vennero arrestati alla foce del fiume Metauro mentre stavano caricando anch’essi circa due tonnellate di marijuana trasportate da un gommone proveniente dall’Albania. Terzo: per questo traffico internazionale di cannabis proveniente dall’Albania, la camorra, almeno nelle Marche, è il sodalizio criminale maggiormente interessato, quello che con maggiore frequenza ordina le consegne a domicilio. Quarto: i siti di approdo nella riviera marchigiana dei gommoni a chiglia rigida provenienti dall’Albania e stracarichi da cannabis sembrano essere le zone vicine alle foci dei fiumi (il Potenza, il Metauro, il Tronto), probabilmente perché ricche di vegetazione e quindi più idonee a dare copertura a chi, per motivazioni criminali, ha bisogno di muoversi nell’ombra. Quinto: per meglio mimetizzarsi, i criminali provenienti dal sud e facenti parte, come terminali in loco, della criminalità organizzata cercano di inserirsi il più possibile nella vita sociale e politica delle città in cui vanno a risiedere.

C’è poi un’altra osservazione da fare. La droga che a tonnellate arriva nelle Marche partendo dall’altra costa dell’Adriatico è la cannabis geneticamente modificata prodotta in Albania, con una concentrazione di principio attivo elevatissima, destinata per la stragrande maggioranza a ragazzini appena adolescenti e pericolosissima per il loro sistema cerebrale ancora in fase di formazione, spesso e volentieri produttiva di atteggiamenti violenti ed aggressivi, anche del tutto immotivati. Per intenderci, è probabilmente la stessa cannabis utilizzata dagli stupratori di Rimini, dai ragazzini minorenni residenti a Vallefoglia, in provincia di Pesaro, violentatori trasfertisti nella vicina riviera romagnola, i quali dopo l’arresto hanno dichiarato, nel vano tentativo di attenuare la loro responsabilità: “Avevamo fumato spinelli a volontà… eravamo talmente strafatti che non ci rendevamo nemmeno conto di quello che facevamo”.

Manfredi Palumbo

Concludo facendo mie le severe parole di Manfredi Palumbo, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro sino al dicembre 2016 ed oggi in pensione, particolarmente distintosi nelle operazioni nel territorio di sua competenza contro la criminalità organizzata di ogni provenienza e contro il traffico di droga (che, come è noto, sono le due facce della stessa medaglia), parole che tranquillamente possono estendersi a tutto il territorio marchigiano, scritte a conclusione di una rigorosissima e preoccupata analisi della sua azione negli otto anni in cui ha lì prestato servizio: “Credere che il territorio pesarese sia un’isola felice equivale a rifugiarsi nel fantastico, e credere, insomma, nelle favole. Nel nostro territorio sono presenti e attivi la mafia siciliana, la mafia calabrese, la camorra campana, le criminalità organizzate di origine albanese (ormai così radicate e diffuse da poter essere considerate la quinta mafia italiana), romena, ex Unione Sovietica, Nord africana e nigeriana. E’ giunto forse il tempo che anche la Regione Marche si doti di un osservatorio permanente sui fenomeni di criminalità organizzata o di una propria commissione antimafia”.

*Giuseppe Bommarito, presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

 

Il nuovo approdo della rotta balcanica Un mare di marijuana nella nostra costa

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